Il “museo del quotidiano” di Ettore Guatelli

Parma, Ozzano Taro, podere Bellafoglia: il Museo Ettore Guatelli è qui, perfettamente integrato nello spazio che lo circonda, intessuto delle storie e delle biografie degli oggetti in esso conservati e delle persone che, nel tempo, li hanno posseduti, usati, riparati, venduti, barattati. La sorprendente collezione di oggetti raccolti da Ettore Guatelli è esposta nella casa colonica, con annessi rustici, che è stata fino alla morte di Ettore casa privata dei fratelli Guatelli. Un museo in casa, dunque, ma non una Casa Museo. È difficile, in realtà, dire di che cosa sia questo museo. Le definizioni che Guatelli preferiva sono: il “museo dell’ovvio” o il “museo del quotidiano”. E, qui, in questo spazio straordinario, tutto si poteva toccare e manipolare.
Cosa ha raccolto Ettore Guatelli nel corso della sua lunga vita? Tutto. Tranne le cose troppo preziose che hanno già una loro appropriata collocazione nei musei intesi in senso classico. Dal 1948, dopo la fine della guerra, quando iniziò a commercializzare residuati bellici per mantenersi e prendere da autodidatta il diploma magistrale, fino alla morte, nel settembre del 2000, Ettore si è dedicato con sempre maggiore assiduità alla ricerca documentaria e alla raccolta di oggetti, spesso barattati o acquistati dai raccoglitori dell’Appennino Parmense o anche, semplicemente, da gente comune, incontrata grazie alla sua professione di studioso e di maestro elementare, mentre cresceva, intorno a lui e alle sue intuizioni, l’interesse di antropologi, artisti ed esperti, attratti dalla sua collezione e dalla sua originalissima opera documentaria, narrativa e museografica.
Nelle stanze del museo trovano, quindi, posto gli oggetti più disparati, che raccontano al visitatore i gesti quotidiani, le abitudini, l’immaginario, i materiali di un passato che non vuol essere dimenticato: ceste di vimini, attrezzi da lavoro, botti, vasellame, arnesi domestici, strumenti musicali, giocattoli, barattoli, scatole di latta, scarpe e parole, che conservano ancora oggi l’impronta di chi, usandoli quotidianamente, li ha consumati fino a farli diventare parte di sé.

L’usura, il rattoppo, il riuso, l’ingegnosità, l’immaginario – Sono questi i principali criteri con i quali Guatelli ha raccolto le sue cose. Gli oggetti da lui scelti potevano, infatti, essere consunti dal logorio del corpo che ripeteva quotidianamente gli stessi gesti, potevano esser stati rattoppati mille volte (come nel caso dei pantaloni, delle scodelle, delle ceste) e, in ultimo, riutilizzati per scopi diversi (come la punta della falce usata come coltello); oppure potevano testimoniare la capacità dell’uomo di adattarsi alla scarsità di materie prime o all’ambiente di lavoro (come avveniva per i giocattoli e per molti arnesi) o, ancora, dar voce ai sogni e ai desideri della gente comune (come le conchiglie). Dovevano, comunque, essere in grado di parlare, con l’evidenza delle lacerazioni e delle successive ricuciture, degli uomini e delle donne che hanno utilizzato questi oggetti e, al tempo stesso, evocare il loro immaginario, quali “beni immateriali”, che racchiudono in sé antichi saperi, modi di vivere, storie e linguaggi, trasmessi soprattutto attraverso il racconto e le parole di chi li ha posseduti. Una sorta di “banca della memoria” della comunità locale, di cui Guatelli intendeva conservare e trasmettere ai posteri anche i dialetti, le espressioni, i linguaggi particolari, secondo un’intuizione da cui è maturata, nel 2011, una singolare iniziativa volta alla creazione di un museo virtuale delle parole abbandonate.
Costruttore di paesaggi umani attraverso l’esposizione delle cose della vita, Ettore Guatelli ha realizzato la sua opera su un terreno di confine, facendo del suo museo un luogo di precarietà delle certezze, di cittadinanza delle storie di umanità in viaggio, di spaesamento e di stupore, di dialogo tra prossimità e lontananza, di narratività delle esistenze. In tal senso, il museo Guatelli non è solo un oggetto paesistico, edilizio, collezionistico di grande complessità spaziale e distributiva, ma è, prima di tutto, una mappa del mondo cognitivo e sociale dell’autore, della rete relazionale e narrativa sviluppatasi intorno a lui, che abbraccia non solo gli oggetti e i documenti, ma la loro vita, produzione e manipolazione, il loro essere stati occasione di incontri, di indagine, di narrazioni e di ricerca sul territorio.

Un linguaggio museografico inedito e svincolato da intenti realistici – La museografia demoetnoantropologica del Novecento ha avuto in Italia molte tracce d’autore, legate a un collezionismo “povero”, centrato sulla memoria e sulla nostalgia, che si inserisce nel quadro delle profonde trasformazioni avvenute nell’ultimo cinquantennio nel mondo rurale e di un rinnovato protagonismo dei soggetti sociali ad esso collegati. Tra questi, il Museo Guatelli rappresenta un caso unico nel suo genere, non soltanto perché la sua creazione, perennemente in fieri, si inserisce all’interno di un preciso contesto sociale, caratterizzato dalla passione per gli oggetti quotidiani e per le cose di uso comune, ma soprattutto perché la sua particolarissima musealizzazione è perfetta espressione della straordinaria capacità visionaria del suo autore.
L’allestimento, infatti, non si basa, come nella maggior parte dei musei della civiltà contadina, sulla ricostruzione di ambienti domestici, né illustra secondo criteri razionali i mestieri artigiani e i cicli di lavorazione delle produzioni locali, bensì si fonda sulla suggestione visiva creata dagli oggetti disposti scenograficamente sui ripiani, sulle pareti e persino sul soffitto. Attrezzi da lavoro e d’uso quotidiano sembrano, a prima vista, perdere la propria consistenza materica, per sublimarsi in uno straordinario “monumento grafico” alla memoria dei ceti sociali più umili.
Solo apparentemente i motivi geometrici alla base delle composizioni di Guatelli – cerchi, archi, ellissi e diagonali creati dalla disposizione degli oggetti – hanno una finalità meramente estetica, poiché il «mettere bene le cose» persegue, in realtà, il fine di attirare l’attenzione del visitatore su oggetti di scarso valore economico, ma di grande valenza antropologica. Come amava dire spesso Guatelli, «tutti sono capaci di fare un museo con le cose belle, più difficile è crearne uno bello con le cose umili come le mie».

(tutte le foto sono di Alessandra Mastrodonato)

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