Il labirinto di bambù di Franco Maria Ricci

Franco Maria Ricci nel suo labirinto di bambù

«Perché vuoi combattere contro il labirinto? Assecondalo, per una volta. Non preoccuparti, lascia che sia la strada a decidere da sola il tuo percorso, e non il percorso a farti scegliere le strade. Impara a vagare, a vagabondare. Disorientati. Bighellona». Così scriveva appena qualche anno fa Tiziano Scarpa, celebre romanziere e drammaturgo di origini veneziane.

È, in effetti, proprio una riflessione sugli infiniti percorsi della vita e sul “senso di spaesamento” che essi possono provocare, alla base della costruzione dell’immenso Labirinto della Masone – oltre sette ettari di terra nelle campagne intorno a Fontanellato – che da gennaio è inserito nel circuito dei castelli del Ducato di Parma e Piacenza.

Franco Maria Ricci e la sua intuizione – Opera raffinata dell’editore e designer parmigiano Franco Maria Ricci, il labirinto più grande del mondo si snoda in percorsi di 3 km, realizzati coltivando circa 200mila piante di bambù di varie specie, che oggi costituiscono la piantagione più vasta d’Europa. «Da sempre i labirinti mi affascinano», ha spiegato Ricci. «Insieme ai giardini, sono tra le fantasie più antiche dell’umanità. Il giardino, proprio come l’Eden, incarna l’innocenza e la felicità; il labirinto è, invece, una creazione del potere e una fonte di turbamenti. Riflette la perplessa esperienza che abbiamo della realtà».

E continua, seguendo il dedalo tortuoso dei ricordi: «sognai per la prima volta di costruire un labirinto circa venti anni fa, nel periodo in cui, a più riprese, ebbi ospite, nella mia casa di campagna vicino Parma, un amico, oltreché collaboratore importantissimo della casa editrice che avevo fondato: lo scrittore argentino Jorge Luis Borges. Il Labirinto, si sa, era da sempre uno dei suoi temi preferiti; e le traiettorie che i suoi passi esitanti di cieco disegnavano intorno a me mi facevano pensare alle incertezze di chi si muove fra biforcazioni ed enigmi. Credo che guardandolo e parlando con lui degli strani percorsi degli uomini, si sia formato il primo embrione del progetto».

La passione per il bambù  «questa pianta elegantissima, ma così poco utilizzata in Occidente e specialmente in Italia» gli ha suggerito la materia prima ideale. «Quando fece costruire il suo labirinto, che era una prigione – prosegue ancora Ricci – Minosse nutriva intenzioni cupe e crudeli; io immaginai un equivalente addolcito, che fosse anche un giardino, dove la gente potesse passeggiare, smarrendosi di tanto in tanto, ma senza pericolo». Un posto incantato, dunque, in cui fosse facile perdersi, ma dove si potesse anche scorgere facilmente la via per ritrovarsi, passando dalla natura ai libri, dall’arte alla cultura.

Labirinto della Masone. Oltre sette ettari di terra nelle campagne intorno a Fontanellato (Parma) – Veduta aerea

Col passare del tempo quell’idea primitiva si è in gran parte trasformata. «Forse è colpa dell’età ma ormai penso al Labirinto di Bambù soprattutto come a un lascito, a un modo di restituire, a un lembo di Pianura Padana che comprende Parma, il suo contado e le città vicine, una parte almeno del molto che mi ha dato».

Il “piacere di smarrirsi”, tra natura, arte ed incanto – Per finanziare il sogno del labirinto, Ricci nel 2004 ha venduto la casa editrice da lui fondata nel 1965 e, da allora, sono stati necessari più di dieci anni di lavoro e dedizione per arrivare al risultato finale, aperto al pubblico lo scorso 28 maggio contestualmente all’inaugurazione della mostra temporanea “Arte e Follia”, curata da Vittorio Sgarbi, cui nel tempo si aggiungeranno altri itinerari culturali e progetti espositivi. All’interno del parco, infatti, oltre al labirinto, vi sono spazi culturali per più di 5mila m², appositamente progettati per ospitare le collezioni d’arte del designer ed editore parmigiano, con circa cinquecento opere tra pitture e sculture dal Cinquecento al Novecento e una biblioteca dedicata a tipografia e grafica, con volumi di Giambattista Bodoni, l’intera produzione di Alberto Tallone e quella dello stesso Ricci. E poi un grande archivio, per rendere fruibile il lavoro della casa editrice nei suoi cinquant’anni di storia, e ancora, al centro del dedalo, una piazza da 2mila m², sale da concerto e da cerimonia e una cappella a forma di piramide per la celebrazione di matrimoni.

Uno scrigno del bello – Il labirinto, dunque, come scrigno segreto, posto a protezione dei “tesori” del suo artefice. Da questo punto di vista, nulla è stato lasciato al caso. Nel segno dello stile di Franco Maria Ricci, la struttura centrale del museo è tutto un susseguirsi di fregi neoclassici e mobili stile Impero, freschi di falegnameria. Lungo le pareti busti di marmo, dipinti di raro valore e bellezza e pezzi pregiati dell’Art Déco. Sul fondo del salone delle feste, con l’elegante parquet di bambù, una grande fontana francese del 1714, a esaltare ancor di più le ardite contaminazioni tra il moderno e l’antico.

All’arte del bello si affianca, poi, anche l’arte del gusto: Ricci ha, infatti, riservato una parte della corte centrale al ristorante, che prevede menù della cucina tradizionale parmigiana e italiana in generale. Quasi un’anteprima del vicino spaccio di gastronomia, che permette ai visitatori di portare a casa prodotti alimentari di qualità legati al territorio.

Il labirinto vero e proprio, invece, comincia appena oltre la corte: svariati chilometri di percorsi costeggiati da cortine di bambù alte 5 m, a formare splendide volte sotto il cielo. Dall’alto sembra quasi una stella pulsante, racchiusa da verdi geometrie aggrovigliate intorno alla fortezza centrale del museo. Un inestricabile groviglio di bivi e deviazioni dal quale ci si deve liberare da soli. E in caso di emergenza? «I viali sono indicati da numeri, ovviamente non in ordine: il visitatore che dovesse essere in difficoltà potrà chiamare con il cellulare, indicando la propria posizione, e sarà subito raggiunto».

Chi invece riuscirà nell’impresa «tutt’altro che difficile», sorride Ricci, sbucherà sotto la piramide alla fine del dedalo. Anch’essa un omaggio al neoclassicismo della Francia napoleonica, oltre che un ineffabile simbolo sacro. «La scelta di costruirla è stata mia e dell’architetto Pier Carlo Bontempi che ha curato le opere murarie»: una cappella non ancora consacrata, nella quale potranno essere celebrati matrimoni, ma anche un “tempio” della musica e dell’arte, per concerti e altre iniziative culturali. Sul pavimento il disegno del labirinto, nel caso si volesse ripassare il percorso prima di concedersi il bis in cerca della giusta via nella selva di bambù. Anche se, tra tanta bellezza, è più facile che vinca la voglia di smarrirsi.

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