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Il futuro dell’Italia è verde

Paride De Masi

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Dopo un colpevole ritardo che ha accentuato la nostra dipendenza energetica (importiamo quasi il 90% dell’energia che consumiamo) ed ha spinto l’industria nazionale del settore ad un ruolo marginale di mercato, la diffusione sul territorio di impianti alimentati da fonti rinnovabili comincia ad assumere consistenza anche in Italia. Stando ai dati diffusi dal rapporto Comuni rinnovabili di Legambiente, il 2008 è stato anzi un vero e proprio anno di svolta: rispetto al 2007, infatti, risulta quasi raddoppiato il numero delle amministrazioni comunali che ospitano sul proprio territorio almeno uno di questi impianti. Nonostante la crisi, dunque, le energie rinnovabili registrano una domanda crescente e generano investimenti. In particolare, secondo lo studio Prospettive di sviluppo delle tecnologie rinnovabili per la produzione di energia elettrica: opportunità per il sistema industriale nazionale (2009) a cura dell’Istituto di Economia e Politica dell’Energia e dell’Ambiente (IEFE) dell’Università Bocconi e del Gestore dei Servizi Elettrici (GSE), le politiche energetiche del Pacchetto UE per il Clima e l’Energia (approvato nel dicembre 2008) potranno garantire “un’opportunità di business e di sviluppo occupazionale” per il nostro paese, laddove gli sforzi si concentrassero sull’industria nazionale. La posta in gioco è alta: nei prossimi dodici anni, 100 miliardi di euro di investimenti e 250.000 nuovi posti di lavoro. L’Italia non può permettersi di perdere una tale opportunità e anche lo sforzo della politica industriale dovrebbe andare in questa direzione, attraverso la riconversione delle risorse e delle ompetenze già acquisite in altri settori (soprattutto il manifatturiero e l’agricolo). L’esperienza della Germania, paese europeo leader nell’industria delle rinnovabili, mostra i benefici derivanti dallo sviluppo delle rinnovabili ed evidenzia come le potenzialità future della crescita costituiscano una opportunità industriale e occupazionale per il prossimo futuro. Il settore, che nel 2004 dava lavoro a circa 160.000 persone, ha raggiunto le 290.000 unità nel 2007 e supererà le 700.000 nei prossimi venti anni (fonte: Roland Berger Business Consultants), quando l’industria delle rinnovabili avrà più occupati di quella automobilistica. Come ha scritto David Rothkopf, uno dei più stimati esperti americani di relazioni internazionali: “L’ecologia non è soltanto un nuovo modo per produrre energia elettrica, ma un nuovo modo per generare forza nazionale”. La Danimarca lo ha capito più di venti anni fa. Nel 1985 il governo danese scelse di puntare sulle energie rinnovabili. Decise di usare la leva fiscale, in modo che l’energia diventasse elativamente costosa e che perciò la gente fosse incentivata a risparmiarla e intervenire sulle proprie case per renderle più efficienti. Da allora l’economia danese è cresciuta del 70%, mentre in tutti questi anni il consumo di energia è rimasto praticamente fermo. La disoccupazione è sotto il 2%. Negli anni ‘70, per esempio, l’industria dell’eolico era inesistente. Oggi un terzo di tutte le turbine a vento del mondo impiantate sulla terraferma viene dalla Danimarca. Nel 1973 la Danimarca prendeva dal Medio oriente il 99% della sua energia. Oggi zero. Non si tratta semplicemente di illuminare la nostra casa, ma di illuminare il nostro futuro.

 Paride De Masi coordinatore nazionale di Confindustria per le energie rinnovabili

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