Il futuro del territorio e dei rifiuti abbandonati o “archiviati” dalla mafia

Le dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone hanno messo a soqquadro anche la Puglia

Si fa un gran parlare in queste settimane dei rifiuti, specie dopo la pubblicazione della “nullità” dei contenuti delle magiche rivelazioni fornite da un pentito. Si mosse qualcuno negli anni ’90? Ricordo di sì, si scrisse qualcosa e cercarono qualcosa. Mi sembra che si sia mossa la magistratura, l’unica, come al solito. Ma poco si fece, perché chi doveva non fece niente, probabilmente perché non esercitò bene quel ruolo affidatole dai cittadini: conoscere, leggere, capire, individuare strategie opportune per risolvere i temi del Paese. Parlo della politica ovviamente, oltre che di quell’apparato burocratico che “gestisce” il territorio per trarne, come la politica, solo la giustificazione della propria esistenza: “fa qualcosa solo per dire che esiste”. Era così negli anni ’90 e dopo. Ricordo che quando venne presentato il Piano cave della Puglia molti scrissero che erano stati individuati bacini estrattivi in zone vincolate: sembrò un’offesa al territorio. Avevano letto la sigla “BV” che segnalava che si era in zona vincolata, non avevano letto tutto il resto. C’erano anche i bacini di riordino (BR), poi spariti, forse per volontà di altri.

Viaggiando per la Puglia, con gli studi a tavolino, con le foto aeree dal 1970 al 1990 e con i sopralluoghi a terra, si era notato lo sconcerto del territorio, l’abbandono dello stesso, tanto che in alcune condizioni decine di cave si trasformavano in un unico bacino di degrado. Che vergogna. A volte si riscontravano “laghi a cielo aperto” per escavazioni che avevano interessato la falda, a volte “laghi sotterranei” con falde oleose più che idriche, a volte piste perfettamente piatte e rese tali dallo sversamento di fanghi delle lavorazioni del marmo. A volte si vedevano gli “empori di rifiuti“: c’era di tutto, neanche in un “museo del rifiuto” si riuscirebbero a raccogliere tutte le tipologie di scarti che si riscontravano dal vivo. Allora sembrava corretto parlare di riordino, specie in zona vincolata, per non abbandonare a se stesso il territorio ferito.

La cava in contrada Pozzovivo (Mola di Bari) prima che iniziasse l’operazione di recupero

Se qualcuno avesse capito, oggi non vedremmo ancora cave di versante appariscenti; si sarebbero fatti accordi di programma con i privati per recuperare il paesaggio specie in aree parco. E se questo fosse stato esteso, come si era cercato di spiegare, anche alle altre aree vincolate o alle aree di riordino, si sarebbe anticipato se non il recupero, la messa in sicurezza, il controllo. Si sarebbe evitato l’abbandono, ovvero quel potenziale luogo in cui “qualcuno”, negli anni ’90, avrebbe potuto versare di tutto e di più.

Una cava ospita un evento a Cursi (LE) – Foto Elisa Mele

Il problema lo si anticipa, non lo si affronta dopo che lo si è creato. Nel 1985 c’erano circa 2150 cave abbandonate, oltre a circa 30 comprensori con decine di cave ciascuno, oltre alle tante cave attive da non confermare per non far partire l’attività di recupero obbligatoria. Ancora oggi percorro paesaggi costieri e non. Scopro realtà del passato molto belle, quando l’uomo coltivata le cave con “arte”, che è la versione antica della tecnica: quest’ultima con il fine della produzione ne ha cancellato le qualità. L’arte ha prodotto paesaggi mozzafiato, come a Santa Cesarea Terme, sul mare, o a Cursi o a Cavallino, dove ci sono cave di tufo trasformate in teatri, ovvero altre realtà nel barese, a Canosa, anche sotterranee e tali da suscitare scalpore. Il nuovo PPTR della Puglia ha dedicato un apposito capitolo a queste realtà, proponendo sperimentazioni per la riqualificazione paesaggistica.

Ma dobbiamo intervenire anche sulla produzione, su quel comparto in cui ci sono anche imprenditori lungimiranti, chiamandoli al “tavolo della definizione delle strategie”. Dobbiamo capire cosa fare con loro, con la loro saggezza, sicuramente orientata anche verso il proprio utile, come è giusto che sia per un imprenditore, ma anche orientata verso il futuro. Il vero imprenditore non vuole il degrado delle cave, non vuole l’abbandono, non vuole i rifiuti, non vuole la mafia e tende a rivendicare un ruolo guida nell’economia regionale e nazionale. Vuole certezze degli investimenti, certezze dei controlli, celerità nelle procedure di autorizzazione, pulizia e trasparenza.

La cava Mele a Cursi (LE), un esempio riuscito di recupero – Foto Elisa Mele

Il pubblico guarda altri obiettivi, ma se ci pensiamo, sono obiettivi che possono intersecarsi con quelli privati, culminare nella definizione di strategie che possono dare certezza alle produzioni sostenibili, al recupero. Se alcuni interventi costano troppo perché il privato possa realizzarli interviene la politica, per colmare il gap, per fornire le risorse per il riequilibrio dell’investimento e garantire il ritorno ambientale dello stesso.  Quale migliore occasione per definire un percorso per la nuova programmazione 2014-2020 e costruire una vision al 2030? Quale migliore occasione per fornire supporto alla conoscenza attivando campagne di indagini e monitoraggi ad hoc, finanziandoli con le nuove risorse? Potremo così avere, dopo un anno, la conoscenza per orientare gli interventi successivi. Con 30 milioni gli americani hanno monitorato i dintorni di Napoli. Con 100 milioni potremo monitorare le aree delicate della Puglia ed orientare con efficacia gli interventi per la costruzione del futuro. Si può fare.

È qui che troviamo la necessità di definire una nuova legge ad hoc, da fare approvare entro la fine dell’anno. Ma attenzione: siamo alla fine di novembre e il capodanno è alle porte, come anche la nuova strategia comunitaria che parte dal 2014. Lasciamo alla magistratura le indagini, con grande fiducia nel suo operato e sosteniamola costruendo il paese del futuro con un nuovo ruolo della politica, in piena sintonia con i privati, che possono portare allo sviluppo delle più opportune sinergie per la ripresa del nostro Paese.

 

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