Il documento finale di COP 26: un fallimento?

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Alla COP 26 non c'è accordo sulla bozza del documento finale

La bozza del documento finale di COP 26 non va oltre le dichiarazioni di principio e lascia ai paesi più recalcitranti molti margini per sottrarsi agli impegni per la salvaguardia climatica e la giustizia sociale del Pianeta. I commenti di Greenpeace, WWF, Oxfam, Europa Verde

Scontenta tutti la bozza del documento finale di COP 26 pubblicata all’alba di mercoledì 10 novembre e che dovrebbe costituire l’ossatura del testo con cui si concluderà venerdì 12 novembre la conferenza ONU sul clima. Bozza che è ben lontana dal rappresentare un accordo comune sugli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale e di riduzione fino all’eliminazione delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera, malgrado gli impegni presi nei primi giorni del vertice. Una bozza considerata “troppo debole”, “fallimentare”, “tragico atto di ipocrisia”.

Cop26, bozza finale: emissioni CO2 -45% entro 2030

La bozza conferma l’impegno a mantenere entro i 2° – ma se possibile entro 1,5° – l’aumento della temperatura del pianeta entro il 2100, nella consapevolezza che questo traguardo è molto difficile, e decide di “proseguire gli sforzi, chiedendo  “un’azione significativa ed efficace da parte tutte i Paesi” utilizzando al meglio entro il 2030 le conoscenze scientifiche e tecniche a disposizione.

La bozza invita nel frattempo a elaborare entro il 2022  piani climatici compatibili con gli accordi di Parigi e chiede “rapide, profonde e sostenute riduzioni delle emissioni globali di gas serra, compreso ridurre le emissioni globali di anidride carbonica del 45% al 2030 rispetto al livello del 2010 e a zero nette intorno alla metà del secolo”. Il documento sollecita inoltre l’accelerazione dello stop alle sovvenzioni a carbone ed combustibili fossili (un punto che ha visto fino all’ultimo l’opposizione dell’Arabia Saudita spalleggiata dall’Australia).

Fin qui, la bozza del documento, che se è vero che tenta di uscire dalla logica del lungo termine, rinvia di un anno decisioni già prese a Parigi nel 2015. Di qui le accuse di debolezza rivolte alla bozza (e all’intera conferenza), incapace di uscire da logiche attendiste e ancora troppo legate al guadagno economico derivante dallo sfruttamento delle fonti non rinnovabili, oltre che incapace di bloccare le posizioni di Cina, Russia, o India. Atteggiamento che si scontra inoltre con l’allarme degli scienziati che sottolineano come, per mantenere la temperatura del pianeta entro 1,5° le emissioni di gas serra dovrebbero essere ridotte non del 45 ma del 65%, e con un recente studio di Climate Action Tracker secondo il quale con le attuali politiche al massimo si conterrà l’aumento della temperatura a 1,8°C, ma molto più probabilmente si andrà incontro ad un futuro di cambiamenti climatici devastanti che vedranno la temperatura media schizzare da 2,4 a 2,7 gradi centigradi.

Greenpeace: “Non è un piano concreto”

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Greenpeace bolla come insufficiente e troppo timido il documento conclusivo di COP 26

«Questa bozza di accordo non è un piano concreto per risolvere la crisi climatica, è solo un incrociare le dita e sperare che vada meglio l’anno prossimo. Nient’altro che una timida richiesta ai governi di fare di più, forse, al prossimo vertice. Non è accettabile e i negoziatori non dovrebbero nemmeno pensare di poter lasciare Glasgow senza un vero accordo che affronti l’urgenza della crisi climatica in corso». Commenta così la bozza dell’accordo finale di COP26 la direttrice esecutiva di Greenpeace International Jennifer Morgan. Per Greenpeace il documento non riconosce il ruolo delle fonti fossili nella crisi climatica, né si impegna concretamente per ridurre la temperatura della terra. «Il testo deve essere molto più ambizioso sui fondi per l’adattamento degli impatti della crisi climatica, e includere cifre reali, nell’ordine di centinaia di miliardi di dollari, con un piano concreto dei Paesi più ricchi per sostenere le nazioni più povere. Abbiamo bisogno di un accordo che impegni i governi a rinnovare ogni anno i piani di riduzione delle emissioni fino a quando, insieme, non raggiungeremo l’obiettivo di 1,5°C», è il durissimo giudizio della Morgan.

WWF: “La bozza sia punto di partenza non di arrivo”

Scettico, anche se con toni più sfumati, il WWF. L’associazione del Panda riconosce, ad esempio che per la prima volta si è parlato dell’importanza di eliminare gradualmente i sussidi ai combustibili fossili e che si è fatto riferimento al ruolo fondamentale delle soluzioni basate sulla natura per l’adattamento e la mitigazione del clima . Tuttavia trova il documento indeterminato (“Il testo dovrà continuare a migliorare e diventare più specifico”)e soprattutto debole: “I negoziatori devono migliorare le parti del testo che presentano ancora punti deboli. Questa bozza deve essere un punto di partenza, non un arrivo”.

Oxfam: “Un testo debole e fallimentare”

Anche Oxfam, il movimento internazionale che lotta contro disuguaglianze, povertà e ingiustizia sociale, bolla senza mezzi termini come “debole” il documento. «La bozza è troppo debole e fallisce nell’obiettivo di dare una risposta all’emergenza climatica che minaccia già ora milioni di persone costrette a vivere in una condizione di caldo senza precedenti e spinte verso un’ulteriore povertà».

Europa verde: “Solo greenwashing”

europa verdeAnche il mondo della politica commenta la bozza. I primi sono i co-portavoce di Europa Verde, Angelo Bonelli ed Eleonora Evi. “Un atto di irresponsabile ipocrisia carica di condizionali e in cui tutti i ‘sottolineare l’urgenza’ o ‘esortare’ a fare si traducono in una serie di inaccettabili rinvii che non conducono ad alcuna decisione definitiva, neanche quella di individuare una data sullo stop alle fonti fossili, prime responsabili della crisi climatica”.

“I decisori politici, – incalzano i due ecologisti, – sono riuniti a Glasgow mentre la crisi climatica colpisce con eventi estremi diversi Paesi. Intanto, la Cina apre nuove miniere di carbone e la Germania amplia la miniera di Garzweiler, radendo al suolo due piccoli paesi. A Glasgow, abbiamo visto tanta ipocrisia, con Bolsonaro che firma per fermare la deforestazione entro il 2030 quando ha approvato la legge ‘Marco Temporal’ che sfratta le popolazioni indigene per distruggere la foresta Amazzonica; o con la promessa di fornire 100 miliardi di dollari ai Paesi poveri, mai arrivati, mentre le spese per armamenti nel mondo sono arrivate a 2.000 miliardi di dollari”.

La lotta alla crisi climatica, per la politica, è diventata una passerella comunicativa, mero greenwashing, a partire dall’Italia, – concludono Evi e Bonelli, – dove, anziché utilizzare il PNRR per dar vita alla rivoluzione verde, investendo nella difesa del suolo, nella lotta allo smog e per la conversione ecologica di sistemi produttivi obsoleti, si è scelto colpevolmente di perseguire l’esistente”.

Non c’è più tempo da perdere

Tutti, attivisti, organizzazioni politici ecologisti, concordano su un punto: Se i principali Paesi non convergeranno su impegni seri, impedire conseguenze catastrofiche sarà impossibile e avremo danni climatici ben peggiori di quelli che vediamo oggi. I negoziatori hanno tempo fino a venerdì per evitare che questa COP26 sia ricordata come la conferenza delle incertezze. E la frase con cui si è aperta la conferenza “Non c’è più tempo da perdere” resterà una tragica battuta.

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