Il colore della città

Lorenzo Dalcò, “Navigli”

La città, con i suoi spazi aperti e i suoi profili architettonici, è stata oggetto di attenzione e rappresentazione iconografica sin dal Medioevo: dalla pittura trecentesca allo sguardo prospettico del Rinascimento, dai vedutisti del Settecento alla destrutturazione cubista, futurista e metafisica delle avanguardie novecentesche, fino agli studi contemporanei degli urbanisti e alla denuncia sociale della cinematografia impegnata, della fotografia e del video documentaristico. A seconda delle epoche e delle correnti artistiche, ne è stato messo in risalto il dinamismo o l’alienazione, l’armonia degli spazi o l’inquietudine esistenziale, la capacità di attrazione culturale o il degrado delle aree periferiche. Tutti questi aspetti, fusi in una sintesi originale, trovano cittadinanza nelle opere di Lorenzo Dalcò, divenendo per l’artista parmigiano oggetto di riflessione e suggestione, cui egli costantemente si confronta e si misura. Nella sua rappresentazione pittorica, il dato estetico e il sentire emotivo, strettamente combinati nella percezione degli spazi, sono fotografati con grande attenzione e profonda sensibilità, divenendo traccia e, nel contempo, stimolo potente per la creatività dell’autore.

Lorenzo Dalcò, “Oviedo”

Senza indulgere in una esasperata melodrammaticità o in toni volutamente perturbanti, Dalcò punta tutto sull’espressività del colore. La sua ricerca cromatica prende le mosse dall’azione destrutturante del colore sul «debole disagio delle strutture architettoniche che costituiscono le facciate degli edifici», le cui geometrie prospettiche sono sottoposte a quella che lui stesso definisce una «passione», vale a dire un’espressione coloristica così intensa e sollecitante da demolire e far oscillare ogni corpo solido, vulnerabile ed indifeso di fronte alla potenza dirompente del colore. È quanto appare con evidenza dalla mostra “Città”, inaugurata lo scorso 4 febbraio a Parma, presso la Libreria Fiaccadori, e aperta al pubblico fino al 28 marzo, che ripercorre dieci lunghi anni di lavoro dell’artista parmigiano sul tema delle aree urbane, quasi un filo rosso nella sua intensa attività pittorica che ha fatto dello spazio urbano il suo campo privilegiato di ricerca e sperimentazione sul colore.

La città di Dalcò tra forze naturali e ricerca cromatica –Vedute ampie e panoramiche dalle atmosfere impressioniste, tempeste di colore che incombono sul debole codice costruttivo, skyline di cieli arrossati e avvampanti di calore o freddi di intensità boreali, bagliori di luce che si riflettono sull’acqua in movimento: sono questi i tratti comuni delle opere esposte nella mostra parmigiana, acrilici e smalti su tavola, in cui la sperimentazione cromatica si fonde prepotentemente con la forza dirompente degli elementi naturali.

La mostra “Città” resterà aperta al pubblico fino al 28 marzo (Nella foto, “Elizabeth Bridge”)

Da Budapest a Oviedo, da Milano a Montevideo, la ricerca di Dalcò reca le tracce della passione per lo spazio urbano, per una natura che si fonde con le strutture architettoniche, sfumandone i contorni e giocando con la luce. Le facciate degli edifici, specchiandosi nell’acqua, si frammentano in macchie di colore. Strade umide di pioggia colorata si accendono di lampi argentei. Ponti sospesi sul colore si stagliano sotto un cielo di fuoco. Pressoché invisibile, invece, l’elemento umano che, con la sua assenza, lascia spazio ad un silenzio indicibile e quasi irreale.
Dalcò gioca con la materia cromatica che, di volta in volta, si accende di bagliori o si incupisce irrimediabilmente, dando vita a monocromi con variazioni tono su tono e ad un instabile equilibrio tra la visione prospettica della città, le sue luci, i suoi umori distillati da alchimista e la sua trasposizione su di una carta geografica, nella magia di una rappresentazione simbolica sospesa tra l’invenzione e l’evocazione della realtà. E l’artista sembra quasi ammaliato da questa magia, catturato da quella stessa «passione» che lo fa dipingere e che si manifesta nel colore, incapace di placare e di addomesticare la prepotenza di una materia cromatica che si mostra indomita e totalizzante.

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