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Il bene comune della Terra

Tra i massimi esperti di ecologia sociale, l’economista indiana Vandana Shiva è nota per il suo attivismo di ambientalista, su sui ha incentrato numerosi saggi e che gli è valso nel 1993 il Right Livelihood Award (premio Nobel alternativo per la pace) e nel 2010 il City of Sidney Peace Prize. In questo volume, torna a dedicare la sua attenzione – e a coinvolgere quella dei lettori – sui principi costitutivi di una democrazia della comunità terrena. Un decalogo, per cui partendo dall’assunto di un valore intrinseco di tutte le specie, è ricercata la convivenza democratica tra le forme di vita, difendendo le diversità biologico-sociali e il diritto naturale al sostentamento di tutti gli esseri viventi. Per questo la democrazia delle comunità terrena deve fondarsi su economie e modelli di sviluppo democratici, ossia su economie che operano all’interno di realtà locali, tutelando la vita e le culture che le valorizzano, promuovendone lo sviluppo, in un sentimento di pace e solidarietà universale.

L’autrice sviluppa quindi questo concetto attraverso la trattazione di economie, democrazie e culture che rispettivamente apportano, tutelano e valorizzano la vita, arrivando infine a discutere in merito alle conquiste del movimento democratico globale. “Ogni azione diventa potente se a compierla sono milioni di persone”, insegnava Gandhi. “I semi, i fiumi, il cibo quotidiano costituiscono un punto di partenza imprescindibile per riconquistare le nostre libertà politiche, economiche e culturali, poiché è proprio impadronendosi di questi ambiti che le grandi imprese esercitano il loro monopolio sulla vita” rammenta Vandana Shiva.

Dal colonialismo alle “nuove recinzioni” (come la privatizzazione dell’acqua e i brevetti sul vivente e sulla biodiversità), il futuro sta dunque nell’inclusione e non nell’esclusione. Nella sostenibilità e nella stabilità, in politiche che controllino il mercato e riqualifichino il lavoro umano. Con alcuni esempi. Dalla rete dei 200 agricoltori Navdanya con le sue coltivazioni biologiche, all’economia al femminile delle 40mila socie di Lijat Papad, per finire con i tre milioni di pasti casalinghi caldi Dabbawala. Esempi di un ottimo connubio tra creatività e autogestione.

“La globalizzazione ha deregolamentato i rapporti tra stato, comunità e grandi imprese – evidenzia Vandana Shiva – Quanto più vasta è la scelta di automobili e di cibo scadente che viene offerta al consumatore, tanto più angusto è lo spazio pubblico e democratico che rimane alla comunità per mantenere il controllo sulle risorse naturali locali”. La via è allora quella della cooperazione, perseguendo il diritto del popolo a determinare la propria esistenza quotidiana. Così le donne di un minuscolo villaggio del Kerala sono riuscite a far chiudere uno stabilimento Coca Cola. Così, per l’autrice in conclusione, “non siamo giunti alla fine della storia, bensì agli albori di una nuova era”.

Vandana Shiva, Il bene comune della Terra, Feltrinelli, pp. 212, euro 8

 

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