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I reati ambientali diventano illeciti penali

Dal 16 agosto, le direttive UE impongono sanzioni penali per le condotte illecite ai danni dell’ambiente

La legislazione italiana a tutela dell’ambiente comprende il Testo unico ambientale (D. Lgs. 152/2006) e leggi speciali che reprimono specificatamente i fenomeni di inquinamento di aria, acqua, suolo, sottosuolo e paesaggio. Lo scorso giugno l’Ue ha chiesto e imposto all’Italia e ad altri undici Stati di recepire entro agosto le due direttive, introducendo misure di diritto penale finalizzate a perseguire chi viola le stesse e a precedere oltre alle sanzioni pecuniarie anche pene detentive.

Il decreto ha introdotto modifiche al codice penale e al codice ambientale. Per il primo sono stati introdotti due articoli, il 727 bis e il 733 bis. Il 727 bis recita: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, fuori dai casi consentiti, uccide, cattura o detiene esemplari appartenenti ad una specie animale selvatica protetta è punito con l’arresto da uno a sei mesi o con l’ammenda fino a 4.000 euro, salvo i casi in cui l’azione riguardi una quantità trascurabile di tali esemplari e abbia un impatto trascurabile sullo stato di conservazione della specie”. L’articolo 733 bis stabilisce sanzioni e detenzioni per “chiunque, fuori dai casi consentiti, distrugge un habitat all’interno di un sito protetto o comunque lo deteriora compromettendone lo stato di conservazione, è punito con l’arresto fino a diciotto mesi e con l’ammenda non inferiore a 3.000 euro”.

Il decreto ha anche introdotto sanzioni se i reati sono commessi da aziende o enti: per la violazione dell’articolo 727-bis la sanzione pecuniaria è moltiplicata per 250 volte; per la violazione dell’articolo 733-bis la sanzione è moltiplicata da 150 a 250 volte e l’importo dovrà essere fissato di volta in volta dal giudice sulla base delle condizione economiche e patrimoniali di chi commette il reato.

Il decreto apporta modifiche anche al codice ambientale (D.Lgs n152/2006) e sanziona i reati previsti dagli articoli 137, 256, 257, 259 e 260. Ai reati commessi in violazione all’articolo 137, cioè quello a difesa del suolo, scarichi di liquami, e violazioni su controlli, verrà comminata una sanzione pecuniaria da centocinquanta a duecentocinquanta quote sulla base di quelle previste dal Codice ambientale (le sanzioni vanno da 600 a 60mila euro), quote che si raddoppiano ulteriormente se l’evento ha natura violenta e pericolosa. Per i reati previsti dall’articolo 256 (“Attività di gestione di rifiuti non autorizzata”), la sanzione va da cento a trecento quote nel caso di discarica abusiva o comunque non in regola, gestione non autorizzata e corretta di rifiuti ordinari, pericolosi e speciali. In questo caso il codice ambientale già prevede multe che vanno da 2.600 a 40 mila euro, la confisca di aree destinate a discarica e prevede pene detentive fino a due anni per i casi più gravi.

Per l’inquinamento del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali o delle acque sotterranee, così come previsto dall’articolo 257, la sanzione applicata va da 150 fino a 250 quote e proporzionale alla gravità della violazione.

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L’articolo 259 si occupa di “traffico illecito di rifiuti” e commina una sanzione pecuniaria da 150 a 250 quote, mentre per i reati di violazione dell’articolo 260, la multa è moltiplicata da 300 a 500 quote nel caso previsto dal comma 1 (rifiuti non pericolosi) e da 400 a 800 quote nel caso previsto dal comma 2, cioè nel caso di rifiuti radioattivi. In questo caso la detenzione prevista tra un minimo di 6 anni di reclusione e un massimo di 8. Oltre alla novità dell’introduzione di sanzioni pecuniarie e pene detentive c’è quella della “responsabilità per negligenza”.

L’ordinamento giuridico italiano prevede la responsabilità penale delle persone fisiche e non delle persone giuridiche. Ora, recependo la direttiva 99/08, la responsabilità si estende anche all’ente, che risponderà penalmente dell’illecito commesso da un soggetto che rappresenta, individualmente o collettivamente un organo della persona giuridica. Il parole povere il primo cittadino sarà ritenuto responsabile se l’illecito viene commesso da una azienda municipalizzata o partecipata in cui ha nominato uno o più membri del consiglio di amministrazione. La sanzione prevede l’interdizione dalla funzione pubblica fino a sei mesi e la revoca delle autorizzazioni ad operare nel campo specifico che ha generato la violazione della normativa.

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