SOS per le acque del Belpaese. Non lascia scampo l’ultimo “Rapporto nazionale pesticidi nelle acque”, redatto dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) attraverso dati Raccolti da Regioni e Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente: la maggior parte delle acque sul territorio nazionale risulta compromessa.
Il documento, che presenta i risultati del monitoraggio nazionale svolto negli anni 2009-2010, dimostra come nelle acque superficiali siano presenti residui di pesticidi nel 55,1% dei punti e nel 34,4% dei casi con concentrazioni superiori ai limiti delle acque potabili. Nelle acque sotterranee, invece, sono risultati contaminati il 28,2% dei punti, con una fetta pari al 12,3% di concentrazioni superiori ai limiti.
«L’impiego delle sostanze chimiche nei settori produttivi e il loro utilizzo diffuso negli oggetti di uso quotidiano hanno, senza dubbio, largamente contribuito al benessere economico e sociale, tuttavia alcune di queste sostanze possono provocare gravi danni all’ambiente e alla salute umana», spiega l’ISPRA nel documento. Infatti, tra prodotti fitosanitari e vari biocidi (prodotti per l’igiene umana, disinfettanti, preservanti, pesticidi per uso non agricolo, ecc.) «globalmente note come pesticidi, ci sono molecole concepite per combattere organismi nocivi e per questo generalmente pericolose per tutti gli organismi viventi».
Le sostanze trovate complessivamente nelle acque sono 166, in prevalenza erbicidi e relativi metaboliti. La causa può essere ricondotta alle modalità di utilizzo di queste sostanze (direttamente al suolo), e al periodo dei trattamenti, in genere concomitante con le precipitazioni meteoriche più intense, che ne determinano un trasporto più rapido nei corpi idrici superficiali e sotterranei.
Le sostanze più rilevate nel 2010 nelle acque superficiali sono: glifosate e il metabolita AMPA, terbutilazina e il metabolita terbutilazina-desetil, metolaclor, cloridazon, oxadiazon, MCPA, lenacil, azossistrobina, diuron, metalaxil, atrazina e il metabolita atrazina-desetil, clorpirifos. Nelle acque sotterranee, con frequenze generalmente più basse, le sostanze più rilevate sono: bentazone, terbutilazina e terbutilazina-desetil, atrazina e atrazina-desetil, 2,6-diclorobenzammide, carbendazim, imidacloprid, metolaclor, metalaxil, oxadixil, pirimetanil, oxadiazon, penconazolo, simazina.
E, oltre al danno, la beffa. «I dati del biennio – spiega ancora l’Istituto – confermano uno stato di contaminazione già rilevato negli anni precedenti, con una maggiore diffusione nelle aree della pianura padano-veneta. Tale stato è legato sia alle caratteristiche idrologiche del territorio in questione e al suo intenso utilizzo agricolo, ma sconta il fatto non secondario che le indagini sono ancora più complete e rappresentative nelle regioni del nord».
Un dato non da poco se si pensa che, sì, spesso le concentrazioni misurate sono basse, ma «il risultato complessivo indica una diffusione molto ampia della contaminazione. I livelli sono generalmente più bassi nelle acque sotterranee, ma residui di pesticidi sono presenti anche nelle falde confinate».
Senza creare allarmismi dà da pensare il fatto che, dati alla mano, è risaputo come nell’Unione Europea si concentri un terzo della produzione chimica mondiale, con circa 100mila sostanze presenti sul mercato. «Si può affermare con ragionevole confidenza – segnala l’ISPRA – che siamo ancora in una fase transitoria in cui l’entità e la diffusione dell’inquinamento non sono sufficientemente noti, tenendo conto, ovviamente, che il fenomeno è sempre in evoluzione per la continua immissione sul mercato di nuove sostanze».


