I grandi edifici blu della Fibronit: un Museo Civico a cielo aperto nel centro di Bari

I muri blu dell'ex Fibronit nella foto aerea di Gianni Avvantaggiato - si ringrazia il ROAN della Guardia di Finanza di Bari

Volando a bassa quota sulla città di Bari in prossimità del Campus del Politecnico, verso la costa del mare Adriatico, salta subito agli occhi una grande area con edifici “dipinti di blu” . È la grande area nel centro urbano della città che ospitava, sino ad alcuni anni fa, la Fibronit, un’azienda italiana nota per la produzione di semilavorati in cemento-amianto per l’edilizia, area che da settembre scorso, è stata destinata a parco urbano: Parco della Rinascita. Ma ciò che incuriosisce della vicenda Fibronit a Bari è la “lentezza” operativa della Pubblica Amministrazione della città, governata negli ultimi vent’anni da Giunte Comunali composte da uomini politici delle coalizioni di centrodestra e di centrosinistra. Uomini che, a mia memoria, nonostante fossero a conoscenza della pericolosità del sito sia per le lavorazioni avvenute che per le stesse “coperture” dell’azienda, non si sono adoperati nei tempi e in modi idonei al caso.

Con lo sviluppo edilizio, la fabbrica si è trovata al centro degli abitati dei quartieri San Pasquale e Japigia - foto di Domenico Tangaro

Queste sensazioni di “pericolo urbano” e la contestuale “lentezza dello Stato” per gli interventi d’urgenza necessari a tutelare la salute dei cittadini, sono sensazioni che mi hanno accompagnato in questi anni. Lo Stato, nella sua “elegante lentezza” che lo contraddistingue in tutti i suoi apparati operativi e decisionali, supportato da una burocrazia zelante, ha impiegato anni per attuare un piano di bonifica e dopo averlo attuato, risolvendo l’emergenza sanitaria, si è tuffato in un’altra lunga, lenta, storia di recupero urbano supportato da una miscela di pensieri composti per l’occasione a promozione di “alti valori politico-sociali” che attraverso il Piano di Recupero, un “giocattolo” che puntualmente appassiona tutti, trovando ampio spazio nei “programmi politici” di tutti i sindaci, governatori e onorevoli i quali si impegnano, a parole e in prima persona nei famosissimi primi “cento giorni” di governo cittadino, a risolvere il caso.

Come sempre, dopo le parole non si avverano i fatti. La Fibronit è sempre lì, seppur bonificata e “dipinta di blu”, un segno urbano forte, che indica visivamente che qualcosa è accaduto e ha “tacitato la coscienza” dei politici impegnati ad effettuare la prima e l’unica, sin’ora, fase di bonifica.

La fabbrica, abbandonata a se stessa e alle intemperie, rischia di diventare una bomba ecologica al centro dell'abitato

L’edificio e l’area circostante, abbandonati a se stessi e alle intemperie, rappresentano e sintetizzano in sè tutta l’incapacità di governo degli uomini politici degli ultimi venti anni. È una sintesi fisica e visiva che mi porta al ricordo di simili “forti segni urbani” nella storia delle città come il Muro di Berlino o gli edifici spogli di Auschwitz, oggi trasformati a musei. Luoghi che ricordano un drammatico momento storico e l’importanza dell’unicità della vita umana. Luoghi di storia e memoria che, una volta resi pubblici, sono stati sottratti all’oblio della memoria raccontando, attraverso “l’architettura residua” alle nuove generazioni, i gesti, le omissioni, gli occultamenti volontari e le errate scelte politiche, etiche, morali ed economiche.

La Fibronit, a mio avviso, dovrà diventare, all’interno del parco urbano un Museo Civico permanente, perché è un luogo della memoria collettiva e come tale deve conservarsi, cristallizzato come “un’opera d’arte contemporanea” dipinta di “blu”, creata dalla somma dalle scelte sbagliate degli uomini del novecento; riordinata, messa in sicurezza permanente, senza demolire nulla e senza cancellarne i segni che sino ad oggi si sono sovrapposti, in modo che possa essere visitato ogni giorno dalle scolaresche, dalle nuove generazioni e dagli uomini che vorranno in un prossimo futuro governare la città di Bari.

Un Museo Civico a cielo aperto, in cui deve essere chiaro e forte “l’urlo” visivo di denuncia, da comunicare a tutti i cittadini, un urlo che indica ciò che non si deve mai fare in un prossimo futuro in una società civile, diventando così un’architettura forte, educativa nella vita quotidiana di una città contemporanea.

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