Guerra, sanzioni, Co2  e rilancio della carbonizzazione dell’economia

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E' possibile anche leggere tutta la storia analizzandola con il prisma delle materie prime, sapendo che non sono sempre le stesse (foto Tom Fisk da Pexels)

Concorrenza e rivoluzione nei flussi per i mercati dell’energia

 

di Alessandro Giraudo*

Uno degli effetti della guerra e delle sanzioni non troppo evidenti e di cui si parla poco è il grande passo all’indietro nel processo di decarbonizzazione dell’economia. Il mondo politico afferma che è temporaneo, ma è molto più strutturale che congiunturale. Per esempio, la decisione dell’Europa di ridurre progressivamente le importazioni di gas russo ha un impatto immediato sulla produzione di CO2: il trasporto del gas via gasdotto produce 23 grammi/KWh di CO2, mentre il trasporto di LNG via metaniere (che arrivano essenzialmente dal golfo degli USA e dal Qatar) produce 58 grammi, più del doppio. Infatti, per traportare il gas bisogna liquefarlo e portarlo ad una temperatura di 162° sotto lo zero; questa operazione costa molto in energia e poi, allo sbarco, bisogna rigassificare il LNG, altra operazione costosa in energia, oltre al fatto che le metaniere consumano in media 6000 litri di diesel all’ora…!

Aumenta la produzione di Co2

Intanto l’Europa sta preparandosi alla riduzione delle importazioni di petrolio che arriva via oleodotto dalla Russia. L’UE vuole essere meno dipendente dal petrolio “Ural”, come si chiama sui mercati, e deve importarlo da vari altri paesi, ancora una volta tramite le petroliere. L’operazione produce molto più CO2. Ed i petrolieri russi hanno già reagito ed offrono con degli sconti fino a 30 $/barile il loro prodotto agli importatori cinesi ed ai raffinatori indiani, i quali stanno proponendo dei derivati del petrolio (essenzialmente diesel e benzina) agli europei.

C’è petrolio e petrolio

 

I grandi porti russi

Il petrolio russo Ural è sempre stato negoziato con un “discount” rispetto al Brent, di migliore qualità. Invece gli sconti praticati sul petrolio ESPO (Eastern Siberian Pacific Oil) sono molto meno importanti perché questo prodotto è di migliore qualità, come lo è il petrolio Sokol, estratto nell’isola di Sakhalin. Questi flussi importanti di petrolio via mare fanno dei peripli molto lunghi e rappresentano un incredibile consumo di diesel delle petroliere con una significativa produzione di CO2. Le petroliere destinate alla costa occidentale dell’India, dove ci sono le raffinerie che lavorano il petrolio del Medio Oriente, partono dal mare Nero e dal Baltico, mentre la Russia esporta il petrolio ESPO dai porti della Siberia orientale verso i paesi del Pacifico occidentale ed il Sokol dal porto di De Kastri, localizzato di fronte all’isola di Sakhalin.

Rilancio del carbone

Ed il rialzo dei prezzi del petrolio e del gas rende molto più competitivo l’uso del carbone per produrre dell’energia elettrica. Nel mondo ci sono un po’ più di 2400 centrali termiche che funzionano a carbone in 79 paesi. All’inizio del 2021 c’erano 41 progetti di nuovi impianti; in realtà solamente 34 sono stati messi in cantiere, ma la produzione mondiale di energia elettrica ottenuta con il carbone è salita del 9%, durante l’anno scorso. Con l’attuale crisi dell’energia ed i rischi di riduzione temporanea dell’offerta, vari paesi hanno deciso di riaprire delle centrali a carbone. La lista si allunga di giorno in giorno: Germania, Italia, Francia, Olanda, Austria, Gran Bretagna, Bulgaria, USA.  E la produzione di antracite degli Appalachi sta salendo nonostante l‘opposizione del presidente Biden all’impiego del carbone che, invece, era stato largamente favorito da Trump.

Attualmente, le centrali polacche, anche se il paese dispone di importanti miniere di carbone che però producono del carbone meno competitivo di quello importato dalla Russia, stanno importando l’antracite (carbone di alta qualità con un elevato potere calorifico) dagli Appalachi per produrre energia elettrica venduta alla Germania che, a sua volta, sta ricevendo molto meno gas dalla Russia. Ed anche i flussi di carbone esportato dall’Australia stanno modificandosi con la decisione cinese (ottobre 2020) di boicottare questo prodotto nel quadro della durissima guerra commerciale in corso fra i due paesi. Ormai navi cariche di carbone partono dal Queensland con destinazione i porti europei, fra cui gli inglesi, anche se il viaggio fra la costa orientale dell’Australia e l’Europa costa caro ed è molto lungo, fra 7 e 8 settimane. Stanno anche crescendo gli arrivi di carbone in Europa proveniente da Colombia, Indonesia, Africa del Sud e, naturalmente, dagli USA.

Nuovi peripli del carbone e battaglia fra Russia ed Australia

È facile trarre una conclusione: i peripli dei prodotti energetici si stanno allungando meccanicamente con un impatto evidente sulla produzione di CO2, mentre il ricorso ad energie fossili aumenta con un significativo passo all’indietro nel processo mondiale di decarbonazione. Non solo l’Europa ma anche gli altri continenti stanno modificando i loro energy mix come conseguenza delle sanzioni contro la Russia, uno dei grandi attori nella produzione di energie fossili del mondo. Per esempio, i brokers sul mercato dei noli segnalano che l’India sta cercando delle navi per aumentare le importazioni di carbone dalla Russia nei prossimi mesi.

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Il ricorso ad energie fossili aumenta con un significativo passo all’indietro nel processo mondiale di decarbonazione

L’India è il secondo più grande importatore mondiale di carbone, dopo la Cina. Il paese ha importato 247 milioni di tonnellate di carbone durante l’anno fiscale che è terminato nel marzo sorso. E le imprese consumatrici pubbliche e private (i produttori di energia elettrica ed i siderurgisti) vogliono profittare dei ribassi dei prezzi del carbone russo che sono passati da 9798 rubli/t. della fine maggio a 8542 R./t. degli ultimi giorni del mese di giugno. Stanno anche facendo giocare la concorrenza fra i produttori russi e gli australiani, penalizzati dall’embargo cinese, che sono alla ricerca di nuovi sbocchi.

Gli stessi brokers segnalano la ricerca da parte degli importatori cinesi di navi sulla tratta Vanino e Vostochny (i due grandi centri di esportazione del carbone della Siberia orientale, nella regione di Vladivostok) ed il porto di Guangzhou, l’enorme centro marittimo cinese che riceve la quasi totalità del carbone importato.

Per il momento, gli importatori giapponesi, taiwanesi e sudcoreani sono stati invitati dai rispettivi governi a non profittare della situazione con il rischio di sanzioni. Invece i responsabili della zona economica speciale di Rajin (Corea del Nord) stanno pensando allo sviluppo di questo porto localizzato nel grande settentrione della Corea del Nord. Potrebbe importare il carbone russo per il paese e distribuirlo nel nord-est della Cina che è mal servita dalla logistica cinese perché numerose merci devono passare dal porto di Dalian che rifornisce la regione all’est di Pechino.

E Mosca sta anche pensando di potenziare lo sviluppo del porto di Rajin da cui esporta già vari tipi di merci. Il porto è specializzato nel transito del carbone e potrebbe riceverlo via treno dalla Russia per esportarlo nei vari paesi dell’Asia. Il porto ha un enorme vantaggio: è localizzato in una baia orientata verso il sud e quindi è aperto tutto l’anno, mentre i sette porti russi nella Siberia orientale non sono operativi tutti i mesi nell’anno e devono ricorrere ai potenti rompighiaccio civili e militari.

 

(*Alessandro Giraudo, insegna Finanza Internazionale e Geopolitica delle materie prime in due Grandes Ecoles di Parigi; è l’autore di “Storie straordinarie delle materie prime” (vol 1-2 – ADD editore).

 

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