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Grande Barriera Corallina a rischio, è colpa del clima

Allarme Grande Barriera Corallina. Un gruppo di scienziati australiani ha rivelato che al largo della costa del Queensland solo il 7% del corallo mantiene intatto il suo colore e quindi gode buona salute. Lo rivela uno studio dell’ARC Center of Excellence per Coral reef Studies della James Cook University, in Australia, frutto di un’ampia campagna di monitoraggio aerea e sottomarina. Il quadro che si presenta, dicono i ricercatori, è molto grave e varia da nord a sud lungo i 2.300 km del Reef. E la causa principale del fenomeno è il cambiamento climatico, che investe tutto il continente australiano.
«Non abbiamo mai visto nulla di simile,  è come se 10 cicloni fossero giunti a riva tutti insieme a nord della Grande barriera corallina, mentre a sud la situazione lascia sperare in un recupero del colore in tempi brevi», spiega il professor Terry Hughes, coordinatore della task force che sta studiano lo sbiancamento del Coral Reef. E non è solo il corallo australiano a rischio, come segnalano queste immagini e questi video .

Dei  2300 km di lunghezza della Grande Barriera Corallina, solo il 7 % è completamente immune dallo sbiancamento (foto ©-Reef-Check-France)

Dei 2300 km di lunghezza della Grande Barriera Corallina, solo il 7 % è completamente immune dallo sbiancamento (foto ©-Reef-Check-France)

Corallo moribondo – I rilievi aerei fatti su 911 barriere e confermati dai rilievi  subacquei  hanno evidenziato che  dei  2300 km di lunghezza della Grande Barriera Corallina, solo il 7 % (68 barriere) è completamente immune dallo sbiancamento, ed  a nord tra il 60 e il 100 % dei coralli è praticamente moribondo. Lo sbiancamento è estremo proprio nella regione dell’Australia che guarda verso Papua Nuova Guinea: la parte più remota del Reef  e la sua lontananza l’ha protetta dalla pressione antropica ma non dal cambiamento climatico. A soffrirne sono soprattutto i coralli più anziani a crescita lenta, che una volta perso il colore impiegheranno decenni per tornare al colore iniziale.
A sud la situazione è più sotto controllo, ma secondo gli scienziati, qui le barriere sono sfuggite ai livelli dannosi di sbiancamento perché la temperatura dell’acqua non era vicina alle normali condizioni estive. «Ci aspettiamo che la maggior parte di loro riprenda il loro colore normale, non appena le temperature scenderanno», spiega Hughes.

Climate chasnge sotto accusa – Il 1998, il 2002 e il 2016 sono stati gli anni neri per la vita della Grande Barriera Corallina, e il 2016 avrebbe potuto causare danni ancora più gravi se non si fosse abbattuto sulle coste il ciclone Winston, che ha abbassato di molto  la temperatura.  Il governo australiano ha da tempo riconosciuto che il cambiamento climatico è la più grande minaccia per la Barriera Corallina e l’industria del turismo di Australia si è mobilitata da tempo per proteggere la sua risorsa naturale più preziosa, che genera  un reddito annuo di 5 miliardi di dollari e impiega circa 70mila addetti. «Per fortuna molte parti della barriera corallina sono ancora in ottima forma, ma non possiamo ignorare lo sbiancamento dei coralli. Le politiche di sviluppo a breve termine devono essere confrontate con i danni ambientali a lungo termine», dice Daniel Gschwind, direttore generale del Queensland Tourism Industry Council.
Intanto, i ricercatori della task force nazionale stanno anche documentando  la portata dello sbiancamento sugli  atolli e sulla costa occidentale dell’Australia. Qui il tipo di corallo presente è in grado di far fronte alle grandi oscillazioni di temperatura eppure, dice Verena Schoepf (University of Western Australia), «siamo scioccati nel vedere che fino al 80% di coralli sta diventando bianco come la neve».

Greenpeace si mobilita – Sullo sbiancamento della Barriera Corallina australiana si è mobilitata a livello internazionale Greenpeace. «Un evento così estremo non era mai stato osservato prima, segno che il riscaldamento globale, causato dalla nostra dipendenza dalle fonti fossili, sta sancendo la fine di questo paradiso sottomarino», commenta Giorgia Monti, responsabile campagna Mare di Greenpeace Italia. «Abbiamo bisogno al più presto di politiche globali che tutelino le aree più vulnerabili dei nostri mari e contribuiscano con rapidità e incisività alla transizione verso un modello di sviluppo sostenibile, basato su energie rinnovabili». Nonostante da anni gli scienziati richiamino l’attenzione sui pericoli che questo meraviglioso ecosistema marino sta correndo, secondo Greenpeace i dati diffusi confermano che il rischio di perdere per sempre inestimabili patrimoni sottomarini è purtroppo concreto se i governi non interverranno per cambiare subito le proprie politiche energetiche. È necessario abbandonare al più presto i combustibili fossili – carbone, petrolio e gas – per puntare su efficienza energetica e rinnovabili.

Foto di copertina: credits XL Catlin Seaview Survey

 

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