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Golfo del Messico: la soluzione per la marea nera è barese

A distanza di settanta giorni dall’incidente avvenuto nel Golfo del Messico, il 20 aprile scorso, a seguito dell’esplosione e affondamento della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon tutti gli sforzi per contenere la perdita di greggio sono stati vani. Il petrolio continua a fuoriuscire e a riversarsi in mare a un ritmo diverse migliaia di barili il giorno.

<p>è ben visibile la macchia di greggio la cui estremità nord-est ha raggiunto il delta del Mississipi</p>
al centro della foto è ben visibile la macchia di greggio che ha raggiunto il delta del Mississipi

La compagnia petrolifera British Petroleum (BP) ha stanziato dieci miliardi di dollari per ripagare il governo degli Stati Uniti dai danni subiti ma l’ambiente in ampie zone della foce del Missisipi, come si può vedere dalle foto (vedi a fianco) dei satelliti NASA Terra e Aqua utilizzati dal National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) che monitorizzano l’evoluzione dell’enorme macchia di petrolio che si è generata, è ormai irrimediabilmente compromesso. La BP ha cercato in vari modi di porre rimedio ma già dieci giorni dopo l’inizio del disastro, il 30 aprile, il NOSS ha dichiarato l’incidente uno Spill of National Significance (SONS). Per la sua gravità, dimensione, posizione, davanti alle coste della Louisiana, e per i potenziali impatti sulla salute pubblica e dell’ambiente questo tipo di incidente è di una complessità tale da richiedere un coordinamento straordinario federale, statale e locale. È, però, solo del 30 giugno, due mesi e dieci giorni dall’incidente, la notizia che gli Stati Uniti accettano gli aiuti di dodici Paesi stranieri per tentare di fermare la fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico e lottare contro le conseguenze della marea nera.

<p>Golfo del Messico - barriere galleggianti per arrestare la marea nera</p>

Golfo del Messico - barriere galleggianti per arrestare la marea nera

Il comunicato lo ha diffuso il Dipartimento di Stato americano. «Gli Stati Uniti accetteranno 22 proposte di aiuto presentate da 12 Paesi e organizzazioni internazionali», recita il comunicato; senza specificare le nazioni e le aziende interessate hanno risposto dall’Ambasciata degli Stati Uniti a Roma. Da indiscrezioni, però, pare che tra i Paesi che hanno offerto il proprio supporto agli Usa ci sono Canada, Giappone, Messico, Norvegia, Francia, Messico e Paesi Bassi.  Fino a questo momento, non è stata ancora ufficializzata la partecipazione dell’Italia, quindi. Tuttavia è proprio l’Italia a possedere la tecnologia più adeguata a porre rimedio al danno ecologico e recuperare il petrolio sversato in mare. L’impianto si chiama Oilsep Fluidoter. È una macchina in grado di separare in modo netto l’olio dall’acqua e di recuperare il 100% del greggio aspirato, senza trattamenti chimici, progettata e costruita a Bari, dalla Sanseverino Fluidotecnica.

<p>Michele Sanseverino davanti alla sua Olisep Fluidoter</p>

Michele Sanseverino davanti alla sua Olisep Fluidoter

L’Olisep è stato acquistato da Fiat, Porsche e Boeing, ed è commercializzato anche in Australia e Medio Oriente. Sia la British Petroleum sia le ambasciate italiana, britannica  e americana sono al corrente dell’interesse della Sanseverino, il cui prodotto è stato selezionato nell’ambito del progetto Italia degli innovatori, promosso dal Ministero dell’Innovazione per l’Expo 2010 di Shanghai. Ma la BP ha sinora preferito agire prima con i propri mezzi, anche per motivi di prestigio e poi affidarsi a impianti messi a disposizione Kevin Kostner. Purtroppo, però, il “tappo” della BP non ha retto alla pressione di uscita del petrolio e la tecnologia delle apparecchiature dell’attore americano è anacronistica e inadeguata. Ambient&Ambienti ha incontrato Michele Sanseverino nel suo laboratorio, per conoscere la sua invenzione. Il principio del funzionamento è molto semplice e rapido, dice Sanseverino e permette una rapida eliminazione degli elementi inquinanti e il recupero della risorsa. «Generalmente viene aspirata l’acqua con il petrolio e vanno a riempire le cisterne delle navi  il 98% di acqua e il 2% di petrolio. Noi andiamo a recuperare solo il petrolio, riutilizzabile al 100%. Senza uso di additivi chimici. Il processo è fisico, basato sulla diversa velocità dei fluidi – l’acqua inquinata è risucchiata in una camera attraversata da tubi con fori calibrati; il petrolio, più denso ha una velocità di scorrimento nei tubi diversa da quella dell’acqua, per cui le particelle di acqua e petrolio si distaccano – questo permette, in un solo passaggio, di separare acqua e petrolio».

(nel video sotto la dimostrazione di Michele Sanseverino – english version translate by Brian Molloy)

 

<p>per una dimostrazione, una tanica di olio motore è versata in una vasca colma di acqua</p>

un tecnico versa dell'olio motore in una vasca colma di acqua per una dimostrazione

Il signor Sanseverino inizia la sua attività negli anni ’70 nel settore della motoristica e dell’oleodinamica; nel ’97 la sua società comincia la collaborazione con Fiat, Bosch e altri grandi gruppi industriali. La Olisep nasce per soddisfare l’esigenza, proprio di Fiat, di separare l’olio dall’acqua. L’impianto consente notevoli risparmi delle riserve di acqua usata per la produzione e di denaro perché i tempi di smaltimento si allungano di molto. Il successo della Olisep spinge gli interessi dell’azienda anche nel settore dell’ecologia. A seconda dell’uso, gli impianti vanno da quello che aspira 600 litri di liquido l’ora a quelli più grandi che aspirano 250 mila litri il giorno. «Per il campo dell’ecologia abbiamo preparato delle macchine specifiche utilizzate in Oman e in Australia dove abbiamo aperto le nostre filiali – proprio in questi giorni è giunta a Bari una commissione tunisina per visionare l’apparecchiatura -. Partecipando poi a fiere internazionali come quella di Dubai o di Istanbul, abbiamo verificato che macchine come la nostra non ce ne sono».

<p>a fine processo il petrolio è completamente separato dall'acqua</p>

a fine processo il petrolio è completamente separato dall'acqua

In poco più di dieci anni, Sanseverino ha speso circa 2 milioni di euro in ricerca e sviluppo, «senza usufruire di nessun contributo». L’impianto, progettato e brevettato da Sanseverino e supervisionato dal professor Laforgia, attuale rettore dell’Università di Lecce – Sanseverino attualmente collabora sia con l’Univerità di Lecce sia con il Politecnico di Bari,  dove tiene anche lezioni di oleodinamica e fluidodinamica -, è stato venduto in oltre quaranta esemplari. Un intervento nel Golfo del Messico, sarebbe una ottima base di lancio per far conoscere un prodotto di eccellenza italiano cui l’Olisep è entrato a far parte. «Quando c’è stato il disastro del Lambro, ci siamo proposti perché la macchina era risolutiva ma azioni politiche non ci hanno permesso di presentarci. Per il disastro in Louisiana abbiamo avuto il supporto politico di Vendola,  – e, pare anche di Poli Bortone – e del ministero degli Esteri che ci ha messi in contatto diretto con loro. Ora attendiamo una risposta». Preme una risposta, dice Sanseverino, che ha organizzato anche un pool tecnico scientifico composto da esperti di pozzi petroliferi off-shore,  perché la vastità della marea nera richiederebbe l’intervento di centinaia di macchine. «Nel frattempo abbiamo avviato un piano di emergenza per la costruzione di più macchine in tempi molto brevi. E in funzione di quella che sarà la risposta, attiveremo questo comparto industriale, dove andremo a costruire almeno una cinquantina di impianti  al mese».

 

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