Input your search keywords and press Enter.

Go beyond oil

Le compagnie petrolifere, ormai, stanno “raschiando il fondo del barile”. Il pianeta Terra ha riserve di greggio solo per qualche

la nave artica Esperanza insegue la Stena Don

altro decennio e si prova a cercarlo anche in quei pochi luoghi rimasti ancora inviolati come le riserve marine nel bacino del Mediterraneo oppure nel Mare Artico, per esempio. «Il disastro del Golfo del Messico ha chiaramente dimostrato che è tempo di liberarci della schiavitù del petrolio – spiega Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace -».

i gommoni di Greenpeace prendono d'assalto la piattaforma petrolifera

Le grandi compagnie petrolifere devono restare fuori dall’Artico, insiste Monti. Da un momento all’altro potrebbe scattare la scintilla della corsa al petrolio nell’Artico, mettendo a rischio il fragile ecosistema polare e il clima globale. Per questo motivo, da alcune settimane le navi di Greenpeace stanno facendo il giro del mondo alla “caccia” delle trivellatrici e proprio a due passi dal Polo Nord sono riusciti nel loro intento. Infatti, una piattaforma è stata bloccata al largo della Groenlandia.

i climbers di Greenpeace si arrampicano sulla piattaforma Stena Don

La struttura della compagnia britannica Cairn Energy si chiama Stena Don ed è stata presa d’assalto da alcuni climber, cioè scalatori professionisti, che si sono arrampicati su fino in cima e hanno passato la notte sospesi nelle tende, sfidando temperature ben al di sotto dello zero.

gli attivisti di Greenpeace sospesi nel vuoto sulla Stena Don

I quattro climber sono rimasti sospesi nel vuoto sulle loro amache per quaranta ore prima che le durissime condizioni ambientali li costringessero ad abbandonare la piattaforma. Ma solo il tempo necessario a riprendere le forze. Infatti, i quattro scalatori professionisti hanno ripetuto l’impresa di scalare le strutture della piattaforma petrolifera. Questa volta, però, hanno trovato gli agenti di polizia danesi ad attenderli sull’impianto. La polizia danese ha seguito la “Esperanza” sin dal momento in cui ha salpato le ancore a Londra. Arrestati, i climber sono stati condannati a pagare una multa di 3mila euro ciascuno e rimpatriati nei rispettivi Paesi.   Tuttavia l’obiettivo di bloccare la piattaforma Stena Don per protestare contro la corsa all’oro nero che minaccia il delicato e incontaminato ecosistema artico è riuscito. Se non c’è il massimo della sicurezza, non si può procedere con le operazioni di trivellazione, così la Stena Don ha spento i motori. Non solo: la compagnia petrolifera Cairn Energy ha bloccato per lo stesso tempo anche l’altra piattaforma che naviga più a nord. Lo scopo degli attivisti di Greenpeace è ben preciso: far sopraggiungere l’inverno prima che le prospezioni sottomarine siano ultimate, in modo tale che le condizioni troppo rigide blocchino definitivamente i lavori almeno fino alla prossima estate. Un tempo sufficiente a ottenere una moratoria mondiale per l’estrazione di idrocarburi in alto mare.

un biologo marino di greenpeace analizza il fondale nel Golfo del Messico

Sospensione di cui si parla da tempo, ma che ancora non è stata ratificata, che bloccherebbe definitivamente non solo la Stena Don ma anche tutte le altre considerate “a rischio”, come per esempio le estrazioni dalle sabbie bituminose in Canada. Nel Golfo del Messico, invece, un’altra imbarcazione di Greepeace, l’Arctic Sunrise sta indagando sulla reale dimensione del disastro causato della marea nera e sulle vere cause della sciagura.

la nave Artic Sunrise di Greenpeace nel Golfo del Messico

A bordo dell’Arctic Sunrise, un team di ricercatori indipendenti, ha portato a termine un campionamento dello zooplancton nell’area del Golfo per conoscere gli impatti della marea nera e dopo una sosta nel porto di St.Petersburg in Florida, l’Arctic raggiungerà di nuovo l’area del disastro per monitorare la popolazione di balene e per verificare la quantità di greggio che si è accumulato sui fondali marini. Quello causato dalla Deepwater Horizon la piattaforma della British Petroleum esplosa il 20 aprile scorso, è il più grave sversamento di petrolio direttamente in mare. Con le stime attuali, questo disastro supera quello della piattaforma messicana Ixotoc I, del 1979. Nei prossimi mesi grazie alla spedizione dell’Arctic Sunrise si potrà capire meglio cosa è andato perso a causa di politiche energetiche sbagliate.

Photo: Greenpeace

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *