Giornata Mondiale dell’Acqua. La sostenibilità idrica comincia dal rubinetto

(Ph Grohe)

Le risorse idriche sono limitate ma noi le sprechiamo

 

Ogni 22 marzo, il mondo celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua, istituita nel 1992 dalle Nazioni Unite per ricordare l’importanza vitale di questa risorsa. L’aumento della popolazione mondiale e l’industrializzazione stanno generando una crescente domanda di acqua dolce, con previsioni di un aumento del 50% entro il 2030. Tuttavia, le risorse idriche sono limitate e spesso soggette a sovra-sfruttamento e inquinamento. In questo scenario, le crisi idriche sempre più frequenti a causa del cambiamento climatico aggravano l’urgenza di proteggere le risorse idriche.

Eppure, più della metà dei comuni italiani (57,3%) ha perdite idriche totali in distribuzione uguali o superiori al 35% dei volumi immessi in rete. L’ultimo report dell’Istat lo dice chiaramente: le perdite rappresentano uno dei principali problemi per una gestione efficiente e sostenibile dei sistemi di approvvigionamento idrico e, benché molti gestori del servizio idrico abbiano avviato iniziative per garantire una maggiore capacità di misurazione dei consumi, la quantità di acqua dispersa in rete continua a rappresentare un volume cospicuo, quantificabile in 157 litri al giorno per abitante. Stimando un consumo pro capite pari alla media nazionale, il volume di acqua disperso nel 2020 soddisferebbe le esigenze idriche di oltre 43 milioni di persone per un intero anno.

Sebbene le perdite abbiano un andamento molto variabile, le differenze territoriali e infrastrutturali ripropongono la consolidata geografia di un gradiente Nord-Sud, con le situazioni più critiche concentrate nelle aree del Centro e Mezzogiorno, ricadenti nei distretti idrografici della fascia appenninica e insulare.

Circa una provincia/città metropolitana su due ha perdite idriche totali in distribuzione superiori al dato nazionale. Si perde, spiega sempre l’Istat, almeno il 55% del volume immesso in rete in 20 province che, ad eccezione delle province di Belluno e La Spezia, sono localizzate nel Centro e nel Mezzogiorno. Nelle Isole l’87% circa della popolazione risiede in province con perdite pari ad almeno il 45%, contro il 4% del Nord-ovest.

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La lotta agli sprechi comincia nel lavandino

In media, una famiglia di quattro persone con in casa rubinetteria tradizionale con portata di 8 litri al minuto affronta una spesa annua di 489 euro utilizzando 5 minuti di rubinetto procapite al giorno (Foto di Martin Slavoljubovski da Pixabay)

L’urgente necessità di preservare le risorse idriche passa però, anche dall’impegno di ciascuno ad adottare azioni concrete. Tra rubinetti dotati di sensore ad infrarossi che attivano l’erogazione solo quando avviciniamo le mani e la fermano appena le allontaniamo, riduttori di flussorompigettorubinetti temporizzati e con areatori, sono moltissime le soluzioni che contribuiscono a ridurre lo spreco d’acqua domestico.

In media, una famiglia di quattro persone con in casa rubinetteria tradizionale con portata di 8 litri al minuto affronta una spesa annua di 489 euro utilizzando 5 minuti di rubinetto procapite al giorno. L’installazione di soluzioni a risparmio idrico ed energetico con portata di 5 e 3,5 litri potrebbe consentire già dal primo anno una riduzione media annua dei costi di 207 euro e dal secondo anno di 292 euro (ipotizzando un costo energetico di 0,29 €/kWh e un costo dell’acqua di 0,002 €/litro). Questo significa che il risparmio medio annuo solo grazie all’utilizzo di rubinetteria smart può avvicinarsi al 50% dei costi in bolletta.

Da un’indagine condotta da Smartcon GmbH in otto paesi europei per conto di Grohe, leader brand nell’idrotermosanitario, emerge che molti consumatori non sono ancora consapevoli di quanto si possa contribuire a risparmiare acqua con il rubinetto. Se il 70% degli italiani, rispetto al 63% della media europea, sa che quando la leva di un rubinetto monocomando è posizionata al centro, l’acqua calda si mescola a quella fredda consumando energia, quasi il 60% degli italiani, contro il 67% su scala europea, ha dimostrato poca conoscenza delle tecnologie smart dei rubinetti che consentono di risparmiare non solo acqua ma anche energia.

Anche optare per uno scarico ottimizzato può fare la differenza. Il consumo medio di acqua di una cassetta di scarico tradizionale si aggira tra i 9 e i 12 litri per il risciacquo. Un quantitativo enorme se si moltiplica con il numero di volte che ogni componente familiare va in bagno. Concepite per essere sempre più sostenibili, le cassette di scarico oggi si compongono di sistemi duali che permettono una significativa riduzione del consumo di acqua. A partire dai primi modelli costruiti nel quasi cento anni fa, con un consumo di circa 15 litri per scarico, nel corso degli anni, sono arrivati a produrre sistemi che consumano 7 volte meno. I più efficienti, infatti, utilizzano per ogni scarico completo e parziale, rispettivamente 4 e 2 litri.

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Una Water Footprint per le attività produttive

Acqua ad uso civile a parte, le attività produttive impattano fortemente sui consumi idrici. L’agricoltura è il comparto che necessita di più acqua con percentuali di utilizzo che oscillano tra il 50 e il 60%, seguito dal comparto industriale, molto spesso sottostimato, incluso quello energetico fossile, il secondo settore per uso d’acqua dopo l’agricoltura. Durante i sempre più frequenti periodi di siccità i diversi comparti entrano spesso in competizione semplicemente perché i consumi sono aumentati e la disponibilità si è ridotta e di conseguenza non c’è acqua per tutti. Occorre garantire una distribuzione e un uso equo dell’acqua, assicurando al contempo che il benessere degli ecosistemi venga garantito.

Se da una parte occorrono politiche ambientaliste, dall’altro può servire la Water Footprint perché consente di:

  • Calcolare il volume totale di acqua necessario per prodotti, servizi, processi o organizzazioni.
  • Valutare il livello di degradazione dell’acqua e la qualità delle acque di scarico.
  • Identificare i punti critici di consumo idrico e migliorare l’efficienza.
  • Potenziare la comunicazione ambientale, dimostrando impegno verso l’uso responsabile delle risorse idriche.
  • Rendicontare la gestione idrica aziendale e monitorare i progressi nel tempo.
Foto di Engin Akyurt da Pixabay

Come la carbon footprint per le emissioni di CO2, la “Wf” si presenta come un indicatore fondamentale per comprendere e affrontare il consumo e l’impatto ambientale sull’acqua dolce da parte delle attività produttive. La crescente rilevanza di questo indicatore ha portato alla necessità di uno standard internazionale che assicuri affidabilità e trasparenza nella sua misurazione. Nel 2014 è stata pubblicata la norma Iso 14046, che fornisce principi, requisiti e linee guida per valutare l’impronta idrica di prodotti, processi e organizzazioni. La Water Footprint rappresenta uno strumento efficace per misurare le quantità di acqua utilizzate nei processi produttivi ed è fondamentale per valutare gli impatti sull’ambiente causati da queste attività.

Un esempio concreto? L’impatto della Fashion Industry. L’acqua è cruciale per l’industria tessile, ma il suo uso eccessivo comporta gravi conseguenze ambientali. Con circa 79.000 miliardi di litri di acqua consumati annualmente, l’industria della moda si trova di fronte a una sfida urgente legata alla contaminazione delle risorse idriche dolci e all’esaurimento delle risorse.

Dalla produzione tessile al confezionamento dei capi, una serie di processi richiede ingenti quantità d’acqua, contribuendo alla contaminazione delle fonti di acqua dolce a livello globale. In particolare, la tintura e il finissaggio emergono come processi ad elevato consumo idrico, con il rilascio di sostanze nocive nei corsi d’acqua, minacciando gli ecosistemi e la vita acquatica.

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Secondo il Water Footprint Network, un’organizzazione no-profit, magliette, jeans e persino scarpe hanno un’impronta idrica significativa. Ma il problema non si ferma qui: il lavaggio dei capi sintetici rilascia microplastiche nell’ambiente, mettendo a repentaglio gli ecosistemi marini.

La fast fashion, con la sua produzione su larga scala e cicli di vita brevi dei prodotti, genera enormi quantità di rifiuti tessili. Ogni anno, milioni di tonnellate di tessuti finiscono in discariche e negli ambienti marini, rappresentando una minaccia per l’ecosistema terrestre e marino. “La crescente consapevolezza degli effetti negativi sugli ecosistemi – dice Matteo Simonetto, Sustainability Services Manager Area Western Europe del Gruppo Tuv Sud – ha portato il settore della moda negli ultimi anni a orientare le proprie scelte verso modelli di business sostenibili. Iniziative come la “Strategia dell’Ue per prodotti tessili sostenibili e circolari” promuovono proprio l’uso di pratiche ecocompatibili, incoraggiando in questo modo le aziende del settore a adottare materiali e processi produttivi sempre più sostenibili e rispettosi dell’ambiente”. Le aziende stanno adottando strategie innovative per ridurre l’impronta idrica, come l’utilizzo di materiali organici, tecniche di tintura senza acqua e sistemi di riciclaggio delle acque. Anche i marchi del lusso stanno contribuendo con iniziative sostenibili, come il recupero di rifiuti plastici dagli oceani che vengono poi riciclati in nuovi capi o accessori.

Wwf: da ripensare il governo delle acque in Italia

Dopo le “straordinarie siccità” di questi ultimi 25 anni e soprattutto dopo il 2022 è chiaro a tutti che la situazione è molto diversa dal passato e il cambiamento climatico è ormai una realtà ed è necessario affrontare seriamente la questione.

Foto di Joseph Fulgham da Pixabay

È indispensabile cambiare rotta completamente e urgentemente”. A dirlo è il Wwf Italia che chiede di mettere al centro della pianificazione e della programmazione strategica del governo delle acque le Autorità di bacino, applicando fino in fondo le direttive europee (Acque 2000/60/CE e Alluvioni 2007/60/CE). “È necessaria una visione spaziale e temporale unitaria. Il bacino idrografico è l’area più consona per un corretto governo delle acque e per garantirne un uso sostenibile in funzione delle sue reali disponibilità, per un’adeguata gestione del territorio che tenda a tutelarne i servizi ecosistemici e per la realizzazione di una diffusa azione di rinaturazione e di Nature Based Solutions volte a ridurre la vulnerabilità del nostro territorio che abbiamo finora solo aumentato”.

Per questo diventa indispensabile realizzare e/o aggiornare i bilanci idrici da parte delle Autorità di bacino per conoscere la reale disponibilità idrica e verificare le numerose concessioni d’uso e per garantire il deflusso ecologico nei corsi d’acqua. “Le concessioni in agricoltura, per l’idroelettrico, per l’industria devono essere coerenti con la disponibilità reale. Va assicurata la disponibilità di una risorsa indispensabile per la vita, assicurando equità e trasparenza”. Poi, continua il Wwf, ogni comparto deve avviare politiche di risparmio dell’acqua, di riduzione degli sprechi e di promozione di usi virtuosi, privilegiando ad esempio colture e attività a minor fabbisogno idrico. La riduzione degli sprechi deve avvenire attraverso la diffusione dei metodi più efficienti di irrigazione in agricoltura, l’ammodernamento della rete di distribuzione idrica per usi civili che ad oggi registra perdite fin oltre il 50% (una perdita “fisiologica” non dovrebbe superare il 12/15%). Infine, “prima di pensare a realizzare nuovi invasi è indispensabile recuperare la capacità di quelli esistenti, che è gigantesca (oltre 8 miliardi di metri cubi), garantendone, innanzitutto, la corretta manutenzione fino ad ora mancata”.

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