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Giorgio Felicetti, a teatro si parla di amianto

 

Giorgio Felicetti

Di cosa si  parla in Vita di Adriano?

È la storia di un uomo dei nostri giorni, un operaio, che ha trascorso tutta la sua vita in fabbrica, ma è anche la storia di una fabbrica, la Cecchetti di Civitanova Marche, produzioni carrozze e vagoni ferroviari, una fabbrica grande, dove in novanta anni di storia hanno lavorato in circa 50.000, tra uomini e donne. È soprattutto la storia del lavoro italiano di tutto il ‘900. Raccontare la “vita d’Adriano” vuol dire capire cos’è il lavoro. Oggi come ieri. Il testo nasce da interviste ad ex operai, e da una lunga ricerca all’interno del mondo del lavoro, quello pesante della meccanica. Ne è venuto fuori un archetipo. È forse la prima volta che al centro dei palcoscenici italiani siede un uomo che ha trascorso semplicemente tutta la sua vita in fabbrica, uno dei tanti anonimi “zeri assoluti” della nostra storia.

Lei porta in scena una realtà industriale che è un “personaggio” della sua città. Un pezzo di storia che la tocca da vicino…

L’Adriano della Cecchetti, pur non essendo esistito realmente, è divenuto in realtà un personaggio popolarissimo. È già stato trasmesso anche in Svizzera e il testo dello spettacolo ora viene qui studiato nelle scuole medie. C’è stato anche qualche tentativo di boicottaggio, perchè certamente Adriano parla chiaro e affronta il terribile problema dell’amianto, presente all’interno della sua fabbrica, come in tante, troppe fabbriche italiane. E gli effetti di questa presenza si stanno manifestando in tutta la loro drammaticità.

"Vita di Adriano" è la storia di un operaio che respira quotidianamente l'amianto

Miglior attore e regia al Premio Franco Enriquez 2009 per il teatro civile, vero?

Il fenomeno del cosiddetto “teatro civile” è tutto italiano. Credo che in questi anni il teatro abbia sopperito ad una mancanza da parte dei media, della televisione soprattutto, di vero dibattito ed approfondimento appunto civili. Ora è il teatro, come nella sua origine, a rappresentare l’ “agorà”, il luogo dove il pensiero diviene parola, dibattito pubblico, memoria condivisa. Non dimentichiamo che prima del terribile rogo alla Thyssen, la parola “operaio” era praticamente scomparsa dalla nostra quotidianità. Eppure, ogni mattina di ogni settimana, circa sette milioni di italiani si recano nelle fabbriche, per “lavorare”. 

Tanta documentazione, fatti enunciati con rigore logico e grande passione, usando spesso cadenze dialettali per la caratterizzazione dei personaggi. E’ la cifra del suo stile?

Non posso prescindere dalla mia cultura: europea, italiana, marchigiana. Stiamo creando, dapprima proprio con l’Adriano operaio, ora con il nuovo spettacolo su Enrico Mattei, un repertorio teatrale marchigiano con un proprio linguaggio, un repertorio che non c’era, e che parte dalle Marche per essere specchio del nostro paese: l’Italia di oggi. C’è una frase di Tolstoj che guida oggi la mia ricerca teatrale: “descrivi il tuo paesello e parlerai del mondo”.

Enrico Mattei è stato presidente dell'Eni

Progetti per il futuro? 

Sto portando avanti la parte conclusiva del progetto su Enrico Mattei, il grande marchigiano capitano d’industria e fondatore dell’ENI. È l’altra faccia della medaglia del mondo del lavoro, coniata col sudore di tanti italiani. È un progetto molto importante che vedrà il suo intero sviluppo il prossimo anno, quando cadranno i cinquanta anni dalla morte di Mattei. Oltre allo spettacolo Mattei petrolio e fango che sta girando nei teatri italiani, è previsto un progetto editoriale, con la pubblicazione di un dvd.

 

 

 

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