Gestione dei rifiuti radioattivi in Italia: un tema importante che va affrontato con giuste cautele

Le 51 aree potenzialmente idonee ad avere un Deposito Nazionale si stanno opponendo alla scelta fatta dal Ministero. Si apre la strada a candidature spontanee da parte di Regioni e Enti locali non presenti nella lista

 

Proviamo a fare chiarezza sul tema spinoso dei rifiuti radioattivi in Italia, molto discusso in questi ultimi giorni.

L’Unione Europea (articolo 4 della Direttiva 2011/70) prevede che la sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi avvenga nello Stato membro in cui sono stati generati. In pratica ogni Stato dovrebbe gestirsi i propri rifiuti.

Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha pubblicato l’elenco delle aree idonee per costruire un deposito nazionale delle scorie nucleari, un unico grande deposito che sostituirebbe i venti siti sparsi sul territorio che ci sono attualmente. Se ne dovrà scegliere uno tra 51 siti proposti, secondo criteri di selezione fatti dall’Azienda Statale Sogin (la società che si occupa di smaltimento dei rifiuti nucleari), nelle regioni del Piemonte, Lazio, Basilicata, Puglia, Sardegna e Sicilia.

Le 51 aree idonee

Cinquantuno potenziali siti, concentrati in 5 zone su 6 Regioni: 10 in Basilicata (5 nel Materano e 5 nel Potentino), 4 fra Basilicata e Puglia, 21 in Lazio (nel Viterbese), 5 in Piemonte (nell’Alessandrino), 1 in Puglia (a Gravina), 8 in Sardegna (2 nell’Oristanese e 6 nel Sud Sardegna), 2 in Sicilia (nel Trapanese).

Al momento ci sono molte resistenze, non è un processo facile perché il problema non è tanto costruire il deposito, perché i fondi sono garantiti dallo Stato, ma scegliere il luogo adatto a farlo. Finora gli incentivi promessi – tra cui un fondo di compensazione da 15 milioni di euro – non sono stati sufficienti a suscitare l’interesse degli enti locali. Anzi, tutte le Regioni chiamate in causa sono contrarie e si oppongono alla costruzione del deposito nel proprio territorio.

La novità inserita dal Ministero: le manifestazioni di interesse volontario

Il Governo recentemente ha introdotto la possibilità per i comuni di autocandidarsi. Al momento però solo un comune ha scelto di presentare la sua candidatura: Trino Vercellese in Piemonte, un comune di 6722 abitanti della provincia di Vercelli che aveva la centrale nucleare “Enrico Fermi”, uno dei quattro impianti italiani (tutti e quattro dismessi) di produzione di energia elettrica da fonte nucleare.

Ci sono trenta giorni di tempo per presentare le proprie auto candidature. “…per permettere alle Regioni e agli Enti locali non presenti nella lista di proporre autocandidature e richiedere di rivalutare il proprio territorio “, fa sapere un comunicato stampa del Mase.

Quali sono stati i criteri adottati per la scelta delle cosiddette aree idonee?

La procedura di selezione è stata molto lunga e se n’è occupata un’azienda statale, la Sogin, che è stata incaricata proprio del cosiddetto decommissioning, ossia dello smantellamento delle vecchie centrali nucleari.

I tecnici di Sogin hanno scelto le aree idonee tramite il criterio di esclusione, incrociando dati morfologici per escludere luoghi in cui potrebbero esserci situazioni critiche come l’alta densità abitativa, il rischio sismico e idrogeologico, la presenza di siti UNESCO o aree protette. Tra i criteri sono stati considerati l’altitudine, che deve essere inferiore a 700 metri sul livello del mare, e l’esclusione di tutte le aree caratterizzate da versanti con pendenza superiore al 10%.

Il “Deposito Nazionale” e le caratteristiche che dovrà avere

L’ex centrale termoelettrica di Trino

Il Deposito Nazionale sarà un’infrastruttura ambientale di superficie che permetterà di sistemare definitivamente in sicurezza i rifiuti radioattivi, oggi stoccati all’interno di decine di depositi temporanei presenti nel Paese, prodotti dall’esercizio e dallo smantellamento degli impianti nucleari e dalle quotidiane attività di medicina nucleare, industria e ricerca.

Sarà costruito all’interno di un’area di circa 150 ettari, di cui 110 dedicati al Deposito e 40 al Parco Tecnologico. All’interno dei 110 ettari del Deposito Nazionale, in un’area di circa 10 ettari, sarà collocato il settore di smaltimento per i rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività e in un’area di circa 10 ettari i quattro edifici di stoccaggio per i rifiuti radioattivi a media e alta attività. I rimanenti 90 ettari sono destinati alle aree di rispetto, agli impianti per la produzione delle celle e dei moduli, all’impianto per il confezionamento dei moduli, agli edifici per il Controllo Qualità, Analisi radio chimiche, e per i servizi a supporto delle attività.

I lavori per la costruzione del Deposito Nazionale e Parco Tecnologico avranno una durata di circa quattro anni dall’individuazione definitiva dell’area sul quale realizzarlo.

Quanti e quali rifiuti saranno collocati nel Deposito Nazionale

Nel Deposito Nazionale saranno sistemati definitivamente e in sicurezza circa 78.000 metri cubi di rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività, la cui radioattività decade a valori trascurabili nell’arco di 300 anni. Di questi rifiuti, circa 50.000 metri cubi derivano dall’esercizio e dallo smantellamento degli impianti nucleari per la produzione di energia elettrica, circa 28.000 metri cubi dagli impianti nucleari di ricerca e dai settori della medicina nucleare e dell’industria. Sul totale di circa 78.000 metri cubi, 33.000 metri cubi di rifiuti sono già stati prodotti, mentre i restanti 45.000 metri cubi verranno prodotti in futuro. Inoltre, nel Deposito Nazionale sarà compreso anche il Complesso Stoccaggio Alta attività (CSA), per lo stoccaggio di lungo periodo di circa 17.000 metri cubi di rifiuti a media e alta attività. Una minima parte di questi ultimi, circa 400 m3, è costituita dai residui del riprocessamento del combustibile effettuato all’estero e dal combustibile non riprocessabile.

Quali saranno i criteri per la costruzione del Deposito Nazionale?

Il Deposito Nazionale sarà costituito da una struttura con barriere ingegneristiche e barriere naturali poste in serie per il contenimento della radioattività.

la prima barriera del deposito nazionale, il manufatto

Nel dettaglio, all’interno di 90 costruzioni in calcestruzzo armato, dette “celle”, verranno collocati grandi contenitori in calcestruzzo speciale, i moduli, che racchiuderanno a loro volta i contenitori metallici con i rifiuti radioattivi già condizionati, detti manufatti.

la seconda barriera del deposito nazionale, il modulo

Nelle celle verranno sistemati definitivamente circa 78.000 metri cubi di rifiuti a molto bassa e bassa attività.

Una volta completato il riempimento, le celle saranno ricoperte da una collina artificiale di materiali inerti e impermeabili, che rappresenterà un’ulteriore protezione e permetterà un’armonizzazione dell’infrastruttura con l’ambiente circostante. 

la terza barriera del deposito nazionale, la cella
la copertura multistrato del deposito nazionale

Il Deposito Nazionale, terminata la sua capacità recettiva, verrà chiuso ed entrerà nell’esercizio di solo monitoraggio (fase di controllo istituzionale), della durata di almeno 300 anni, per poi essere rilasciato privo di vincoli di natura radiologica. Vedremo o, per meglio dire, chi vivrà vedrà.

Ora intanto occorrerà attendere i famosi trenta giorni per capire se ci saranno altre auto candidature da parte di Comuni italiani per poi sapere come il Ministero intenderà procedere sulla questione di scelta del sito adatto a ricevere il primo Deposito Nazionale di rifiuti radioattivi.

Intanto Legambiente interviene con un comunicato dichiarando come “Il deposito nazionale serve ed è urgente per le scorie a media e bassa attività, mentre per quelle ad alta si deve lavorare a livello comunitario per individuare un deposito geologico idoneo e il più possibile sicuro, ma sulle auto candidature si sta compiendo un assurdo pasticcio all’italiana”.

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