C’è un omino che cammina in bilico su una corda tesa tra due ciminiere. Non si fa fatica a capire che quelle due ciminiere sono l’Ilva e che quell’omino sulla copertina è un tarantino, in bilico come la sua Taranto tra la facile soddisfazione di chi un tempo non troppo lontano si è sentito “emancipato” rispetto ai suoi conterranei e la rabbia di chi si vede beffardamente giocato da un progresso che lungi dal portare benessere ha portato morte e – in questi ultimi mesi – disoccupazione.
È in un’alternanza continua tra amore per la propria città e secco dolore per il destino riservatole che si muove Generazione Ilva, il bel libro del giornalista Tonio Attino, che precisa di essere nato – quasi come un segno del destino – solo un mese dopo l’inizio dei lavori per la realizzazione del “colosso dell’acciaio”: ecco spiegato il perchè del titolo di questa quasi-autobiografia. Il libro fa la storia degli ultimi 52 anni della storia della città in parallelo con la storia dei tarantini e, in contrappunto, inserisce brevi capitoli che fanno la cronaca delle giornate più significative del 2012 per arrivare al sequestro dei prodotti finiti e già pronti per la spedizione. Il libro, quindi, si muove su due livelli: quello della rievocazione, della memoria che analizza, giudica, aggiunge e sottrae sentimenti, e quello del presente, del lavoro giornalistico. Nel libro sfilano dati precisi sulla dimensione del danno ambientale prodotto dall’Ilva (leggi aumento dei tumori soprattutto tra i bambini); sfilano i nomi dei politici che allora contavano, dei personaggi che hanno fatto la fortuna dello stabilimento come di quelli che l’hanno combattuta e stanno combattendola ancora; e già questi dati, da soli, potrebbero accontentare chi da un giornalista si aspetta un resoconto, un’inchiesta, interviste forti, magari dati a effetto. Ma Attino non cede alla facile possibilità di raccontare dal di fuori e va oltre: si cala nei suoi concittadini, nei tanti che non sono andati a lavorare lì, ma che hanno un qualche rapporto di “parentela” con la fabbrica: un figlio, un marito, un amico, un cugino. Insomma le tantissime vite parallele che si confondono con quella dell’autore e raccontano la sconfitta di una generazione, la sua, nata nel ’60.
Dei 50 anni di matrimonio tra Taranto e l’Italsider-Ilva Attino coglie i dati salienti con una narrazione a tratti commossa a tratti durissima: i formidabili anni ’70, «ricchi, addirittura euforici» che danno vita a quella figura tutta locale che è il metalmezzadro; gli anni ’80 che segnano la fine delle aziende nate a latere dell’Italsider e da quest’ultima fagocitate; i critici anni ’90, che vedranno l’avvento di Emilio Riva. E mentre l’Italsider cresce a dismisura dispensando in modo clientelare occupazione più che produrre, quella generazione nata insieme al grande stabilimento di acciaio ha tutto il tempo di vedere la progressiva decadenza di Taranto, la città dall’illustre passato magnogreco ora ridotta a serbatoio di tutti i peggiori esperimenti di industrializzazione di un’area. Perchè Taranto, dice senza mezzi termini Attino, non è solo ILVA, ma è anche l’Arsenale militare, è la Cementir, è la raffineria ENI,è la Cemerad coi suoi 14mila fusti di rifiuti radioattivi abbandonati sulla strada verso Martina Franca, è la Miroglio di cui ora restano solo un paio di capannoni; è insomma una città violentata da un modello di industrializzazione che al sud muoveva i primo passi quando nel resto del mondo cominciava ad essere già superato.
Tonio Attino, Generazione Ilva, Besa, 2012, pp.190, € 15,00


