Gasdotto Nord Stream: sabotaggio, attentato, esplosioni? Di certo ci sono gas serra e inquinamento marino

(Ph NIKI JIM da Pixabay)

Di certo ci sono le registrazioni dei sismografi e le fughe di gas in mare. A parte i danni ambientali e il prezzo del gas schizzato a 207 euro al megawattora (+195), il resto sono supposizioni, accuse, conseguenze e ripercussioni

 

Lunedì 26 settembre Copenhagen rileva fughe di gas in mare. Il mare ribolle in aree che vanno dai 200 ai 1.000 metri di diametro. Le fotografie aeree fanno il giro del mondo.

Una delle perdite è nella zona economica danese, l’altra ricade sotto quella svedese. Per ragioni di sicurezza vengono subito interdette navigazione, entro una distanza di cinque miglia nautiche, e sorvolo a un’altezza di mille metri dal tracciato. L’area interessata si trova accanto all’isola di Bornholm, tra Svezia, Polonia e Germania.

Il gas fuoriesce dalla condotta del gasdotto Nord Stream 2 che corre per 1.200 chilometri nelle acque del mar Baltico dalle coste russe a quelle tedesche. Non era in funzione ma era stato riempito di gas (ha una capacità di 50 miliardi di metri cubi l’anno) per prepararne la messa in servizio. Il gasdotto doveva essere inaugurato nei primi mesi dell’anno, ma è stato bloccato dalla autorità tedesche dopo l’invasione dell’Ucraina.

L’osservatorio sismico svedese ha rivelato “due forti esplosioni”. La prima alle 02.03 della notte di lunedì e la seconda alle 19.04 di lunedì sera.

Il danno ambientale

(Ph PublicDomainPictures da Pixabay)

Si calcola che la fuoriuscita durerà almeno una settimana e provocherà un inquinamento localizzato.

Il metano non è di per sé tossico per il mare e gli animali. A una profondità di 100 metri i microorganismi marini potrebbero eliminare la maggior parte del gas o legarsi all’acqua creando clatrati. A profondità intermedie potrebbe provocare morie di pesci per la riduzione della presenza di ossigeno. In superficie potrebbe coprire con un film oleoso qualche chilometro quadrato di mare.

In atmosfera invece si disperde ma questo significa un notevole impatto sulle emissioni di gas serra considerato che il metano è 28 volte più inquinante dell’anidride carbonica.

Il pericolo maggiore si avrebbe in caso di incendio perché causerebbe una combustione di gas di lunga durata.

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Escalation e scambio di accuse

Da qui in poi ci sono ipotesi. Un incidente? Un attentato, un sabotaggio, un ricatto?

Gazprom, l’operatore russo che gestisce il gasdotto, ha parlato di danni “senza precedenti” e dell’impossibilità di prevedere quando si potrà tornare alla piena agibilità della rete.

Mosca parla di sabotaggio, accusa che i governi di Varsavia e di Kiev ribaltano sul Cremlino. Mosca chiede “un’indagine urgente” e parla di “notizie davvero allarmanti” perché “è un problema che riguarda la sicurezza energetica dell’intero continente”.

Per Kiev è un attacco terroristico pianificato dalla Russia e un atto di aggressione nei confronti della Ue. “La Russia – scrive su Twitter Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino Zelensky – vuole destabilizzare la situazione economica in Europa e provocare il panico pre-inverno”.

Berlino non considera gli eventi una “coincidenza”. La Nato ha detto: “Stiamo monitorando attentamente la situazione nel Mar Baltico. Gli alleati stanno esaminando le circostanze delle fughe di gas e scambiando informazioni, anche con Finlandia e Svezia”.

La Svezia ha aperto una “indagine preliminare per sabotaggio ma non speculiamo su chi possa esserne responsabile”.

L’amministrazione Usa si è detta pronta a sostenere gli sforzi dei Paesi europei coinvolti. Il portavoce della Casa Bianca ha detto: “Questo mostra l’importanza dei nostri sforzi congiunti per trovare forniture di gas alternative per l’Europa”.

Il portavoce della commissione Ue a Bruxelles ha assicurato che l’incidente non ha causato contraccolpi nelle forniture. Ma, ha scritto in un tweet la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, “E’ fondamentale indagare sugli incidenti, ottenere piena chiarezza sugli eventi e sul perché. Qualsiasi interruzione deliberata delle infrastrutture energetiche europee attive è inaccettabile e porterà alla risposta più forte possibile”.

Più di un osservatore ha però notato che l’incidente è avvenuto poche ore prima dell’inaugurazione del Baltic Pipe, che aumenta la possibilità di indipendenza dalle forniture russe, grazie alla maggiore produzione dei giacimenti norvegesi. L’infrastruttura collega i giacimenti del Mare del Nord della Norvegia alla Danimarca e da qui ai paesi che si affacciano sul Baltico.

Ma è avvenuta anche pochi giorni prima del Consiglio europeo in cui i Paesi membri dovranno decidere sul tetto al prezzo del gas, come chiesto dall’Italia e altri 12 Paesi (Spagna, Polonia, Grecia, Belgio, Malta, Lituania, Lettonia, Portogallo, Slovenia, Slovacchia, Croazia e Romania).

L’Italia e Nord Stream

(Ph Andreas Lischka da Pixabay)

Nord Stream 1 è stato bloccato dalla Russia ad agosto, ufficialmente per problemi tecnici. Il Cremlino ha però minacciato di non riaprirlo fino a quando non verranno cancellate le sanzioni contro Mosca.

L’infrastruttura strategica era nata prima che la Russia invadesse la Crimea, quando aveva rapporti stretti con l’Ue, a cui ha garantito per anni quasi la metà del fabbisogno di gas, a prezzi competitivi. Il gasdotto (con il suo raddoppio) era frutto degli accordi diplomatici tra Mosca e Berlino: la Germania si era assicurata oltre 55 miliardi di metri cubi all’anno, che sarebbero diventati il doppio con il tubo numero 2.

L’Italia ha partecipato alla costruzione del Nord Stream 2 con la società di ingegneria italiana Saipem, per la posa dei tubi sui fondali per conto del consorzio guidato da Gazprom di cui facevano parte alcune delle più importanti utility europee: la francese Engie, l’olandese Gasunie, le tedesche Uniper e Wintershall.

Dal tubo 1, da più di un mese, all’Italia arrivano circa 15 milioni di metri cubi, un quarto di quanto erano un anno da di questi tempi. Una quantità che non intacca le riserve nazionali.

Gli stoccaggi italiani di gas sfiorano la soglia del 90%. In Europa sono stati immagazzinati 976,95 TWh con un indice medio di riempimento dell’87,73%.

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