Fukushima, l’acqua radioattiva verrà rilasciata in mare: allarmarsi o no?

Fukushima e la decisione sull'acqua "radioattiva"

Il Giappone ha deciso di rilasciare in mare l’acqua contaminata nel disastro del 2011. Tra allarmisti, scienziati, associazioni ambientaliste ed equilibri politici, ecco il quadro della situazione

Distano 9700 km, eppure Fukushima e Napoli da qualche giorno sono, almeno simbolicamente, molto vicine. Perché quella che è stata già ribattezzata da tanti come una “assurda decisione” del Giappone e bollata da altri come “paranoia pura”, può avere effetti anche a casa nostra. Almeno così è convinto Francesco Emilio Borrelli, consigliere regionale di Europa Verde e presidente dell’VIII Commissione Agricoltura, Caccia e Pesca, tra i primi in Italia a sollevare il problema e “contestualizzarlo”.

E così quello che sembra così lontana, diventa immediatamente una problematica made in Italy. Al centro dell’attenzione c’è, infatti, la decisione del Giappone di riversare in mare dal 2022 oltre un milione di tonnellate di acque contaminate della centrale nucleare di Fukushima. Creando anche un precedente, con  l’avvio di un metodologia di “smaltimento materiale tossico” che potrà essere seguita in futuro da altri Paesi.

Il pesce in Italia

“Lo avevamo già denunciato dieci anni fa – ha spiegato Borrelli -,  ma purtroppo, a distanza di tempo, nulla è cambiato. Il rischio è alto e per questo ho deciso di proporre un’audizione con tutte le associazioni che si occupano di pesca in Campania per analizzare la situazione nella nostra regione e cercare di capire come individuare il pesce potenzialmente radioattivo ed evitare che entri nel nostro sistema alimentare, così da evitare che possa finire sulle nostre tavole e avvelenarci”. Un tema comunque molto vicino perché secondo una stima Coldiretti sono oltre 21 milioni i chili di prodotti ittici che arrivano in Italia dalle acque giapponesi.

Ma è davvero così pericoloso quanto deciso in Giappone? A sentire la maggior parte degli scienziati, no. Ad ascoltare i Paesi vicini e associazioni ambientaliste come Greenpeace assolutamente sì.

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Riordinando: il governo giapponese ha recentemente annunciato che intende rilasciare più di 1,2 milioni di tonnellate di acque reflue radioattive dalla centrale nucleare di Fukushima, tristemente nota per il disastro avvenuto come conseguenza del terremoto e maremoto del marzo 2011.

Il rilascio programmato, fortemente osteggiato da pescatori locali, scienziati e residenti costieri in Giappone, inizierà tra un anno ad opera della TEPCO. L’acqua contaminata dalle radiazioni è stata filtrata attraverso un avanzato sistema di trattamento dei liquidi. Tuttavia, il trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno, non può essere eliminato. Secondo il governo giapponese e l’operatore della centrale di Fukushima, il trizio non sarebbe pericoloso per la salute umana, se presente in basse concentrazioni.

La contrapposizione

È proprio su questo aspetto che si pone lo scontro tra “allarmisti” e “rassicuranti”.  Per vari esperti i livelli di diluizione sono talmente alti da rendere bassissima la probabilità che un pesce s’imbatta nell’isotopo radioattivo trizio contenuto nell’acqua del reattore di Fukushima. “La radioattività può essere ridotta a livelli di sicurezza paragonabili all’esposizione a radiografie mediche e viaggi aerei”, ha affermato ad esempio Nigel Marks, scienziato nucleare alla Curtin Universiy di Perth, in Australia.

Sulla stessa linea l’italiano Luca Romano, laureato in Fisica Teorica a Torino e specializzato in giornalismo scientifico, molto seguito sui social come l’Avvocato dell’atomo, bolla tutto come “paranoia pura”, e accusa i giornali italiani di “terrorismo psicologico”.

Al contrario, Vicenzo Peretti, docente del dipartimento di Medicina Veterinaria della Federico II e attivista di Europa Verde, invita a non sottovalutare la situazione. E per accreditare il suo pensiero, torna indietro nel tempo: “Già nel 2011 dopo il disastro nucleare di Fukushima avevamo espresso la nostra preoccupazione su cosa sarebbe successo sul destino di quelle acque contaminate e soprattutto sulla possibilità che quel pesce congelato e i relativi sottoprodotti potessero arrivare sulle nostre tavole. A quel tempo non fummo creduti. E allora, almeno questo lo possiamo decidere noi consumatori, controlliamo sempre l’origine del pesce acquistato leggendo l’etichetta, che per legge deve riportare la zona di pesca, e scegliere la ‘zona Fao 37’, saremo così sicuri che stiamo acquistando un prodotto pescato esclusivamente nel Mar Mediterraneo”.

L’eurodeputata Evi

L’eurodeputata Eleonora Evi

Ricordando il “disastro ambientale le cui devastanti conseguenze sono ancora in atto”, l’eurodeputata dei Verdi, Eleonora Evi definisce “scellerata” la decisione del Giappone, che va “assolutamente impedita”.

“L’oceano è un bene comune – aggiunge Evi – ecco perché è necessario far luce sulle possibili conseguenze in termini di contaminazione di pesci, fonti di cibo, acqua ed ecosistemi marini con un apposito studio di impatto. Le Nazioni Unite hanno già chiesto il rinvio di qualsiasi sversamento di rifiuti tossici fino a quando non verranno effettuati ulteriori studi per comprenderne gli effetti. Come Verdi europei ci uniamo alla richiesta dell’ONU: è determinante proporre alternative ecologiche e attivare tutte le leve politiche a nostra disposizione per raggiungere un accordo internazionale ed evitare quello che si preannuncia come un ecocidio di immani proporzioni. Per questo motivo abbiamo lanciato la petizione no allo scarico di acque radioattive da Fukushima nel Pacifico”.

Proprio temendo una simile deriva, l’eurodeputata tempo addietro ha presentato un’interrogazione alla Commissione, per chiedere una conferma degli obiettivi previsti dall’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, in particolare l’obiettivo 14 che ribadisce la necessità di usare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine.

La contrarietà di Greenpeace

Anche Greenpeace continua a schierarsi contro la sottovalutazione del problema e la scelta del governo giapponese. La sezione locale dell’associazione ambientalista giudica “del tutto ingiustificata la decisione di contaminare deliberatamente l’Oceano Pacifico con acqua radioattiva”. Per Greenpeace vengono “ignorati sia i rischi legati all’esposizione alle radiazioni che l’evidenza della sufficiente disponibilità di stoccaggio dell’acqua contaminata nel sito nucleare e nei distretti circostanti. Invece di usare la migliore tecnologia esistente per minimizzare i rischi di esposizione a radiazioni immagazzinando l’acqua a lungo termine e trattandola adeguatamente per ridurre la contaminazione, si è deciso di optare per l’opzione più economica, scaricando l’acqua nell’Oceano Pacifico”.

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