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Fucilate gli ammiragli

Il cacciatorpediniere Mimbelli 

Trascinata dal Duce nel secondo conflitto mondiale, la Marina Militare italiana, all’epoca la quinta del mondo, pagò la propria inesperienza e inadeguatezza con pesanti sconfitte e dolorose umiliazioni. La Flotta reale pagò, così, le inefficienze e i ritardi del Paese vanamente coperti per oltre vent’anni da una propaganda mistificatrice – descrive Gianni Rocca in “Fucilate gli Ammiragli” – e gli alti ufficiali furono fatti fucilare da Mussolini nel vano tentativo di allontanare da sé e dal regime le colpe di una guerra perduta.

Oggi come allora, come spesso accade, la storia, più o meno, si ripete. I Governi che si sono succeduti dal dopoguerra fino al disarmo definitivo del 2005, benché sin dal 1962 fosse noto in tutto il mondo che le fibre di amianto sono letali, hanno tenuto il Paese in uno stato di totale ignoranza circa i danni provocati dall’asbesto (come dall’uranio impoverito). Anche oggi, nel nostro caso, come allora, le vittime sono marinai che hanno compiuto il loro dovere di soldato sulle navi militari, soprattutto cannoniere e dragamine di provenienza americana. Infatti, le condotte idrauliche a brodo, a partire dalle centrali termiche, venivano coibentate con l’amianto che nel tempo ha causato 223 decessi accertati (sarebbero 500, invece, secondo l’Associazione Esposti Amianto di Monfalcone) per mesotelioma pleurico o peritoneale. Oggi come allora, secondo la Procura che ha indagato, i colpevoli sono gli Ammiragli.

Raffaele Guariniello

Disastro colposo e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche. È l’ipotesi di reato a carico di una dozzina tra capi di Stato Maggiore e vertici della Marina Militare italiana, per il decesso dei 223 marinai, tra i quali anche militari di leva. Sarebbero morti, in tutta Italia, per mesotelioma pleurico o peritoneale, tumori riconducibili all’esposizione da amianto presente sulle stesse navi, dove avevano prestato servizio fino alla fine degli anni ’90. La prima vittima risale all’immediato dopo Guerra; l’ultima è di marzo 2011.

Dopo due anni di inchiesta, partita da una segnalazione della Procura di Padova e coordinata dal sostituto procuratore di Torino, Raffaele Guariniello – lo  stesso che conduce il più grande processo europeo per morti sul lavoro, quello all’Eternit -, nel registro degli indagati sono finiti una dozzina tra capi di Stato Maggiore e vertici della Marina italiana, con l’accusa di disastro colposo e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche, quali responsabili della direzione dei lavori, come principio di diritto a carico dei dipendenti statali.

Nel corso dell’inchiesta gli investigatori hanno ricostruito la storia lavorativa e sanitaria dei 223 deceduti, cui è già stato riconosciuto il trattamento analogamente a quello previsto per le vittime del dovere (leggi l’articolo “Marinai vittime dell’amianto vittime del dovere” nel Dossier Amianto di Ambient&Ambienti), oltre a quella delle navi militari su cui ognuno di loro aveva lavorato, dove hanno constatato sia la presenza di amianto sia gli eventuali interventi di bonifica effettuati dopo l’entrata in vigore della legge sull’amianto.
La maggior parte delle vittime accertate – secondo la Procura – erano fuochisti, motoristi, caldaisti e, in particolare, coloro i quali hanno prestato servizio vicino alle centrali termiche dei navigli, coibentate con l’amianto.
Il Pm Guariniello ha ricevuto lettere da tutta Italia dai parenti delle vittime che hanno chiesto il suo aiuto anche per ottenere un risarcimento.

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