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Fu errore di Stato. Ora ricostruiamo Taranto.

Il blocco degli ingressi all'ILVA di Taranto (Foto Renato Ingenito/ANSA)

Fu un errore di Stato nel 1995 quello di vendere ILVA Laminati Piani, nata sulle ceneri della siderurgia pubblica. Erano gli anni dei furti di Stato, in cui tutto era finalizzato ad arricchire le casse di privati e dei partiti. Un periodo buio della nostra storia, dell’industria pubblica che ruotava intorno all’IRI, l’Istituto di Ricostruzione Industriale istituito nel 1933 da Mussolini per evitare il fallimento delle banche italiane e il crollo dell’economia italiana. La Banca Commerciale era fra queste, ed aveva acquistato nel 1921 la primordiale ILVA, essendone il maggior creditore.

Furono una nascita ed una crescita difficili, per l’IRI, specie dopo la guerra. C’era povertà; eppure proprio allora occorreva investire guardando lontano. Come adesso.

Allora c’era da credere in un disegno, in una vision, ma sembravano sogni irrealizzabili. “Non vedo un ritorno immediato o anche nel breve” raccontava il privato allora; “come posso investire!” sosteneva. Nell’IRI potevano trasferirsi i sogni dello Stato, quella vision dei grandi padri della Repubblica. “Credevano in quel sogno e c’era bisogno di soldi”. “Nessun problema: finanziano tutto le banche di Stato. Si raccolgono fondi sul mercato e si investono; gli investitori sono pronti, hanno la garanzia dello Stato. E se ci vuole tempo non c’è problema, lo abbiamo”.

Una vecchia immagine dell'Italsider

Fu così, anche se troppo banalizzato ma chiaro per tutti, che nacquero i grandi sogni del dopoguerra. Sogni di Stato, quelli puliti, le vision del futuro. Via al programma industriale con le nostre banche di Stato, via alle costruzioni con general contractor di Stato, via alla ricerca con gli Istituti di Stato. Serviva acciaio per il boom economico: ecco perché è nata la siderurgia pubblica a Taranto, per investire su grandi impianti irrealizzabili dal privato che non poteva guardare oltre un orizzonte di due anni. Lo Stato sì: poteva guardare a 10-15-20 anni, poteva usare le sue banche, le sue imprese di costruzione, di ricerca e così via. Fu così che nacque Italsider: erano gli anni ’60. E quando ci si rese conto che occorreva più acciaio, negli anni ’70, si realizzò il raddoppio dello stabilimento tarantino. 

Con l’IRI le imprese costruivano il futuro, erano utilizzabili per scopi sociali; lo Stato si faceva carico dei costi e delle diseconomie degli investimenti. L’IRI poteva non seguire criteri imprenditoriali nella sua attività, ma investire secondo quelli che erano gli interessi del Paese e della gente, anche se ciò avrebbe potuto creare investimenti antieconomici. Purtroppo il sistema piaceva a qualcuno: perché non far pagare all’industria i costi della politica e l’arricchimento personale di alcuni? Così iniziò la grande stagione dei furti di Stato.

Forse è troppo semplice raccontare la storia italiana in poche righe, ma sicuramente è vera. Strangolata dai debiti e dai furti, la siderurgia pubblica si trasformò, negli anni ’90, nuovamente in ILVA: nacquero due società, ILVA Laminati Piani, in cui riversare i gioielli, e ILVA in Liquidazione, in cui mettere i debiti. La prima andava ai privati, la seconda rimaneva allo Stato e trasferiva debiti ai contribuenti.

Si giunse così alla vendita, attraverso un bando pubblico che portò all’ “era” dei Riva. Si trattava di una società ripulita dai debiti, un vero affare. Dal prezzo d’acquisto si stralciarono i costi per le criticità ambientali, mai rese note. Da Internet si apprende che si è in attesa della risposta del Ministro competente all’interrogazione dell’onorevole Vico, che ha chiesto di sapere dove siano finiti 140 milioni di euro messi da parte da Fintecna (IRI) per far fronte ad eventuali bonifiche. Al di là dei soldi, che fine hanno fatto quei rapporti ambientali che erano alla base? Quale era la situazione ambientale e perché non si rese pubblica? Ma soprattutto perché lo Stato non intervenne? Quanto venne venduta ILVA?

ILVA- Taranto

Mi hanno insegnato che i privati pensano ad investimenti non oltre i due anni; lo Stato va oltre dieci. “Che bello: una visione di futuro si realizza nel tempo”, mi dicevo. Ero affascinato da ciò quando cominciai a redigere due Piani Strategici alla fine del 2010: sognavo la vision che le aree vaste generavano per il proprio territorio. Dieci sono complessivamente i Piani Strategici per la Puglia, dieci vision rimaste sulla carta. Ora rileggo lo slogan della vision dell’area Vasta tarantina e penso sia da aggiornare.

Vorrei una vision più ampia: “Il territorio della ricostruzione ambientale nella logica produttiva”. Lo Stato faccia da garante: nazionalizzi l’ILVA, avvii un processo di ristrutturazione con le migliori tecnologie disponibili, riconquisti Taranto e i suoi cittadini attraverso un “nuovo sogno pubblico”. Nell’era di internet ogni decisione delle gestione industriale sia affidata alla rete, siano individuati manager capaci ed onesti. Ora lo Stato può recuperare il suo errore definendo un nuovo sogno con la Taranto del futuro.

 

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