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Fotovoltaico, accordo UE-Cina. IFI non soddisfatto

Limiti nelle importazioni di pannelli fotovoltaici provenienti dalla Cina. L’impegno siglato con l’Unione Europea è di fissare prezzi minimi ed il volume massimo delle esportazioni provenienti dall’Asia. L’accordo scaturisce dalle indagini antidumping avviate dall’UE contro la Cina.

Il provvedimento, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale UE, non soddisfa però i produttori. Il comitato IFI (Industrie Fotovoltaiche Italiane) osserva come il contesto commerciale sia cambiato rispetto ai tempi dell’inchiesta antidumping. Si è assistito ad un calo dei prezzi, afferma il presidente IFI Alessandro Cremonesi, necessario per evitare la chiusura delle fabbriche e mantenere al massimo il livello occupazionale.

Il prezzo richiesto dai cinesi per le loro produzioni fotovoltaiche è pari a 0,57 euro per watt. «Con questa cifra – prosegue Cremonesi –  l’industria europea sostiene il costo delle materie prime e costi diretti e indiretti per la produzione dei moduli. A questi poi aggiunti i costi fissi, quelli di struttura (SG&A) e il trasporto».

Ivolumi massimi di esportazione, fissati a 7 GW/anno, non tengono conto di una prevista contrazione dei consumi. Si assiste in Europa ad una eliminazione/riduzione di meccanismi incentivanti: si pensi alla fine del V Conto Energia in Italia, all’abbassamento drastico degli incentivi tedeschi, all’instabilità di politica di supporto alle rinnovabili in numerosi paesi dell’est europeo. «Con un valore massimo di esportazione consentito ai cinesi di 7 GW si finisce per offrire in mano ai cinesi il 100% del mercato europeo».

Per tutte queste ragioni, IFI sosterrà il ricorso alla Corte di Lussemburgo, promosso da EU Pro Sun. «Crediamo che, tanto nella decisione della Commissione quanto nel Regolamento Esecutivo che ha istituito dazi provvisori a due aliquote, la Commissione abbia violato alcuni dei profili giuridici riguardanti la legislazione dell’Unione Europea in materia», conclude Cremonesi.

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