Il prof. Roberto Mercurio, (tra i suoi incarichi oltre presso quelli in diverse università italiane, quello di presidente della Società Italiana di restauro Forestale) propone un riconoscimento speciale ai monaci che dall’eremo di Camaldoli , nell’aretino, hanno realizzato nei secoli un rapporto tutto speciale con la foresta circostante.
Nel 2010 nel corso di un convegno “Il Codice Forestale Camaldolese. Le radici della sostenibilità” lanciai lo slogan: Ridiamo la foresta ai monaci. Nel 2013 al termine della celebrazione del Millenario di Camaldoli, riprendo l’argomento anche con questo intervento per spiegare il senso di questo slogan, allora appena accennato.
Nel 1012 ROMUALDO edificò cinque celle e una chiesa in loco qui Campus Malduli dicitur facente parte di una proprietà di 500 ettari del Vescovo aretino Teobaldo costituita da silvae et iuga intonsa. Oggi gli storici collocano più precisamente la fondazione dell’Eremo di Camaldoli tra il 1023 e il 1026. La prima preoccupazione dei monaci fu di assicurare all’Eremo l’isolamento necessario a una vita contemplativa condotta secondo le regole di Romualdo. I monaci sulla base di una prassi già in corso affidarono, fin dal 1278, al “Custode della foresta” la cura e la gestione della foresta. Nel 1520 venne pubblicata la Regola della Vita Eremitica, detta anche Codice Forestale, perché conteneva la serie organica delle disposizioni, concernenti la conservazione e l’utilizzazione della foresta, emesse fin dai primi anni. Nel segno della sostenibilità economica e sociale, i monaci introdussero nuove tecnologie e attivarono quella che oggi viene chiamata la filiera foresta-legno: nel 1458 fu costruita una segheria idraulica adiacente al Monastero di Fontebono in modo da vendere direttamente il prodotto legnoso trasformato, con sensibili economie di scala.
La documentazione oggi disponibile, grazie al Progetto “Codice Forestale Camaldolese, le radici della sostenibiltà”: e alle iniziative per la celebrazione del Millenario 1012-2012 , offre un quadro aggiornato e scientificamente provato sui riflessi positivi che l’attività dei monaci camaldolesi ha avuto nella promozione della persona, nella cultura, nella difesa dell’ambiente e nella gestione esemplare delle risorse naturali.
“Ridare la foresta ai monaci” non significa restituire il maltolto ai legittimi proprietari, tra l’altro non ci potrebbero essere più nemmeno le condizioni. Ma significa, al temine di questo Millennio celebrativo, esprimere riconoscimenti attraverso atti concreti (elogi e riconoscimenti formali c’è ne sono già stati abbastanza) sia ai monaci camaldolesi che al territorio in cui essi tuttora operano.
Il primo – Si dovrebbero riconoscere ai monaci Camaldolesi le benemerenze acquisite in campo forestale conferendo loro la Laurea honoris causa in Scienze Forestali per aver codificato la selvicoltura camaldolese, quale esempio precursore della gestione sostenibile delle foreste così come oggi viene prevista a seguito della Conferenza di Rio sull’Ambiente e Sviluppo del 1992.
Il secondo – Si dovrebbe promuovere la gestione unitaria (ente unico) dell’antica foresta, con la partecipazione dei monaci per garantire il rispetto dei quei valori etici che hanno costituito le radici della sostenibilità ambientale, economica e sociale nel corso dei secoli.
Il terzo – La foresta è un elemento inscindibile dalla vicenda monastica. La foresta accoglie una comunità religiosa, partecipe e attiva, che svolge un’importante funzione a livello mondiale nel dialogo interreligioso e interculturale. Il complesso monastico conserva ancora un patrimonio culturale, storico e artistico unico. La foresta assume un rilievo per la conservazione della biodiversità, dei valori estetici e paesaggistici ed è in questa foresta che sono stati codificati i saperi della selvicoltura camaldolese. Per questo si dovrebbero sostenere tutte le iniziative per includere la foresta e il complesso monastico camaldolese tra i Siti Patrimonio dell’Umanità (World Heritage List) dell’Unesco.


