Fischi e Fiaschi nella storia

Napoleone Bonaparte è responsabile della disastrosa campagna di Russia (foto Pixabay)

I gravi errori che hanno cambiato il corso della storia: tra i responsabili, Cristoforo Colombo e Napoleone, ma anche tanti altri…

 

Alessandro Giraudo*

Errare humanum est ci ricorda Seneca. È possibile tracciare una breve lista di errori commessi dagli uomini nella storia. Si tratta di un elenco alla Prévert, arbitrario, discutibile, che dimentica molti fatti e forse valorizza troppo alcuni errori…ma errare humanum est ! La lista è così lunga che è forse meglio limitarla alla storia degli ultimi cinque secoli, cominciando da una serendipità: quella di Cristoforo Colombo.

L’errore di Colombo

Il grande navigatore voleva «buscar el levante por el ponente» ed ha finito per “buscar el ponente por el ponente “. Durante tutta la sua vita, Colombo pensa di aver scoperto alcune isole di Cipango, il Giappone. Ed è interessante segnalare che fino al 1507 queste terre sono state chiamate le “isole al levante del Gange”. Sono i geografi della collegiale di Saint-Dié (nei Vosgi) che battezzano queste nuove terre con il nome di Vespucci, il grande navigatore che pensa e scrive con molta chiarezza che queste terre non appartengono all’Asia, ma fanno parte di un continente sconosciuto. Vespucci è il cugino di Simonetta Vespucci, la bella fanciulla (una delle più belle nella Firenze dell’epoca) che figura nel quadro della Primavera, dipinto da Botticelli.

Chiaramente, ora sappiamo che i Vichinghi erano già – verso l’anno mille – sbarcati ed avevano esplorato le coste del Nord-America e che, forse, i due fratelli veneziani Antonio e Niccolò Zen avevano salpato l’ancora dall’Inghilterra nel 1398, attraversato l’Atlantico cabotando nel nord dell’oceano ed erano sbarcati sulle coste dell’America del Nord. Tale viaggio troverebbe conferma nel recente ritrovamento di un cannone veneziano al largo di Terranova. Quindi Colombo commette un errore «positivo», anche se, in seguito, le sofferenze a cui sono sottoposti gli abitanti delle terre per almeno 400 anni sono indescrivibili…

Il monumento di Cristoforo a Rapallo (foto Pixabay)

Ma chi commette un errore forse tragico e strategico è proprio Venezia. La notizia della scoperta di Colombo giunge alla corte spagnola una settimana dopo lo sbarco del navigatore, la settimana seguente a Venezia ed a Firenze, un mese dopo alle orecchie del papa e, solo tre mesi dopo, il sultano e gli uomini che abitano al Topkapi di Constantinopoli ne sono informati. Abbastanza rapidamente, cioè nel giro di una ventina di anni, avventurieri spagnoli, mercanti (fiorentini, genovesi, bavaresi ed anche qualche spagnolo), ingegneri (soprattutto italiani), minatori (principalmente tedeschi, che sono i migliori di tutta l’Europa) e, naturalmente, dei religiosi si recano nel Mondo Nuovo.  È però necessario attendere la conquista del Messico, e poi del Perù, per attirare molti più uomini. Mentre le donne partecipano poco a questa avventura costellata di rischi.

Venezia e le “ciacole” sulle ricchezze d’America

Ed allora cosa succede a Venezia? La risposta è concentrata nella domanda di Bastiano Cornaro e nella risposta del senatore Marco Venier. Cornaro gli chiede «cosa xelo sto mondo novo ? » ed il senatore gli risponde «Par che sia un tocheto de quelo scoverto cento anni fa da Antonio Zen, fiol de sier Piero de la contrà dei Crosechieri ». Qualche anno dopo, l’orador Domenico Pisani (l’ambasciatore veneziano in Spagna) scrive – come segnala il cronista Malipiero – che gli Spagnoli hanno trovato « miniere de diversi metalli, et el paese fertilissimo, i fiumi ricchissimi tal che se pesca l’oro…hanno trovà mastici, legno, aloè, riobarbaro, canela, pavare (pepe – ndr) et altre spezierie ». Molti nobili sono scettici sulle possibilità di sviluppo di queste regioni «le xe ciacole. Nei nostri fontichi vegnirà sempre le mercantie de l’India et san Marco sarà sempre el paron del mar». Però numerosi mercanti che operano sul mercato del Rialto osservano una carenza di merci che provengono dal bacino Indiano (circumnavigazione dell’Africa) e varie merci arrivano dall’America direttamente a Siviglia ed in Spagna. Se Genova e Firenze hanno capito che bisogna realizzare degli investimenti nel Mondo Nuovo, i potenti di Venezia scommettono sulla continuità e quindi la scoperta dell’America è solamente un malessere passeggero…che però inaugura il declino dorato della Serenissima.

A Venezia, i principali responsabili della gestione della città hanno un dubbio sulle loro scelte ed infatti il Consiglio dei Dieci discute l’ipotesi di costruire un canale a Suez per recuperare il quasi monopolio delle spezie provenienti dall’oceano Indiano; è una soluzione per fronteggiare le conseguenze della scoperta dell’America e dell’apertura della rotta dell’India, via  il sud dell’Africa. Venezia studia l’ipotesi di «far una chava dal mar Rosso che mettesse a drectura in questo mar », si legge in un documento del Consiglio. Venezia incarica un brillante mercante (Francesco Teldi) di proporre, discretamente, ai Mamelucchi la costruzione del canale (finanziato dalla Serenissima).  Purtroppo, Teldi si ammala ed è rimpiazzato da un altro mercante (Bernardino Giova) che si reca in Egitto ma non parla della proposta di costruire un canale. Tecnicamente sarebbe stato possibile realizzare l’opera; il Mediterraneo e l’oceano Indiano hanno lo stesso livello delle acque e i laghi Amari (acqua salmastra) permettono di limitare la lunghezza del canale…

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Spagna, fuori i mori e gli ebrei: un disastro

 Ma c’è un altro gravissimo errore che è realizzato proprio nel 1492 dalla Spagna.  All’inizio dell’anno, i cattolicissimi Isabella e Ferdinando cacciano, dopo la conquista di Granada, i Mori e, con un decreto del marzo successivo, gli ebrei. La popolazione di culto musulmano è composta da piccoli negozianti, traduttori, artigiani specializzati nel lavoro del cuoio e dei metalli, agricoltori che coltivano le terre del sud del paese dove manca l’acqua e sanno come utilizzarla. Il mondo ebreo è formato da grandi mercanti, giuristi, professori, medici e levatrici. A partire dal 1492, la natalità in Spagna subisce un tracollo; muoiono molte donne incinte, puerpere e neonati perché mancano le levatrici! E questa drammatica decisione di cacciare due popolazioni rappresenta un tragico errore per il paese; la Spagna perde molte conoscenze che non può rimpiazzare facilmente e rapidamente. Il paese è destinato ad un tracollo economico catastrofico; ma è proprio salvata dalla scoperta del Mondo Nuovo che le permette di procurarsi a basso costo metalli preziosi (inizialmente) poi altre materie prime (dal mais alla patata, dal cacao al chinino).

 La Francia, gli Ugonotti, gli orologi e la chimica fine

E la Francia commette lo stesso errore quando caccia i protestanti; si tratta di una popolazione   che viene chiamata gli Ugonotti; questo strano termine proviene dall’appellativo “roi Huguet” impiegato nella città di Tours per designare i fantasmi che, di notte, facevano paura ai viventi, invece di fare la penitenza in Purgatorio; i protestanti uscivano soprattutto di notte, da cui l’appellativo.

Grazie alle competenze dei protestanti in fuga dalla Francia, l’industria degli orologi è localizzata in Svizzera (in particolare a Ginevra), ad Amsterdam, a Londra (foto Pixabay)

I protestanti  dovevano saper leggere e scrivere per poter consultare la Bibbia e esercitavano delle professioni  che necessitano la conoscenza dell’alfabeto.  Quindi, questi uomini fuggono in Svizzera, Olanda, Inghilterra dove portano con sé le loro conoscenze. Ecco perché l’industria degli orologi è localizzata in Svizzera (in particolare a Ginevra), ad Amsterdam, a Londra; ed i libri sono stampati a Ginevra e Amsterdam (dove c’è una maggiore libertà di stampa). Ed in Germania l’industria della chimica fine si sviluppa soprattutto intorno a Berlino, proprio grazie agli apotecari ugonotti. I principi tedeschi cercano di attirare gli ugonotti nelle loro terre con annunci, anche in francese, che promettono vantaggi finanziari, fiscali ed una totale protezione religiosa. Più di 200 mila protestanti abbandonano la Francia che ha una popolazione di circa venti milioni di abitanti. Si tratta di una emorragia culturale e professionale economicamente disastrosa perché fuggono dalla Francia anche artigiani (quelli specializzati nel lavoro della seta a Lione, per esempio), commercianti e grandi banchieri e mercanti internazionali.

Rasputiza e Napoleone

Ed un altro grave errore è quello commesso da Napoleone che decide l’invasione della Russia.  Il generale che è un ottimo stratega sopravvaluta la forza del suo esercito formato da 600mila uomini di nazionalità differenti, con preparazioni e lingue diverse e sottovaluta la capacità di resistenza dell’esercito nemico. Ma, soprattutto, scommette sul fatto che le sue truppe, i cavalli del generale Murat e le salmerie riusciranno a trovare vettovaglie, frumento e foraggi in grande quantità e sottovaluta la struttura delle linee di approvvigionamento che si allungano a dismisura. E quando giunge a Mosca entra in una città che sta bruciando e diventa inospitale.

Napoleone dimentica anche la rasputiza, la stagione autunnale (ma anche primaverile) in cui il clima rende quasi impraticabili le strade con il fango a cui si somma il famoso “generale inverno” che genera tragiche condizioni di sopravvivenza per tutti gli uomini e gli animali non abituati ed equipaggiati per resistere. La ritirata diventa un calvario per le sue truppe che periscono anche a causa della fame, del tifo e di altre malattie infettive che decimano i soldati.

Una ghiacciaia o un giardino degli orsi polari per 7.2 milioni di dollari

Indebolita dalla guerra di Crimea (1853-1856), la Russia del Pacifico si concentra soprattutto sulla Siberia e, con la Convenzione di Pechino del 1860, riesce a ottenere dal governo cinese il controllo della Provincia Marittima (tra il corso inferiore dell’Amur e il fiume Ussuri). È fondata Vladivostok, il cui nome significa dominio dell’est, città portuale che diventa un importante centro militare e commerciale. L’impero russo, in difficoltà finanziarie e sotto la minaccia costante della marina britannica, cerca in tutti i modi di vendere l’Alaska per “fare cassa” ed evitare di perderla senza avere un indennizzo. Gli emissari di Alessandro II si rivolgono agli inglesi e agli americani per proporre la vendita della grande “colonia”: Londra mostra un debole interesse, così gli sforzi si concentrano su Washington, ma lo scoppio della Guerra civile americana interrompe i negoziati.

Alaska: scatolone di ghiaccio o cornucopia? (foto Pexels)

Nel frattempo, in seguito alla riforma di emancipazione decisa nel 1861 dallo zar Alessandro II, è abolito il “servaggio” dando la libertà a 23 milioni di persone. La Russia è così costretta a versare grandi quantità di denaro per rimborsare i proprietari delle terre date ai contadini e ai servi della gleba. Il governo russo prende in prestito dalla banca Rothschild 15 milioni di sterline (a un tasso di interesse del 5%), ma i capitali finiscono proprio quando il debito deve essere rimborsato. I negoziati sono ripresi nel 1865. Nel marzo 1867 al barone Stoecki, ambasciatore russo a Washington, è chiesto di accelerare i negoziati: il barone passa il tempo a elargire tangenti a giornalisti e personaggi pubblici americani (un totale di 144.000 dollari, di cui 30.000 solo per il «Daily Morning Chronicles»). Il contratto di vendita è firmato il 30 marzo del 1867.

Si tratta della cessione da parte della Russia di Alessandro II agli USA dell’Alaska: un territorio di 1.6 milioni di km2 che gli USA comprano per 7.2 milioni di dollari, contro una proposta iniziale di cinque milioni di dollari.

L’Alaska era popolata da poco più di 10mila “russi” (2500 russi, e gli altri russi di sangue misto alascano) e da circa 50mila tra Inuit e nativi. I russi possedevano ventiquattro empori di commercio, soprattutto nei porti. Il trasferimento formale del territorio avviene a Sitka (Novo-Archangel’sk) il 18 ottobre 1867.

Le critiche contro il governo americano fioccano (è il caso di dirlo): questa enorme distesa di neve è soprannominata la “ghiacciaia di William Seward” (segretario di stato) e il “giardino degli orsi polari di Andrew Johnson” (il presidente degli USA). In Russia succede esattamente il contrario ed una commissione russa stima il valore del paese ad almeno dieci milioni di dollari. Cento anni dopo, il deputato repubblicano Washburn sostenne che, grazie alla scoperta di oro, metalli di base, petrolio (più del 10% della produzione degli USA) ed alla disponibilità di legname e animali da pelliccia, gli Stati Uniti avevano realizzato un profitto pari a 425 volte il prezzo pagato. E bisogna aggiungere il valore di vari metalli preziosi, zinco e rame, carbone e gas, pesca, la produzione di patate e di carote ed il turismo. Allora scatolone di ghiaccio o cornucopia? Tragico errore commerciale per la Russia o colpaccio eccezionale per gli USA? (1. Continua)

 

*Alessandro Giraudo, insegna Finanza Internazionale e Geopolitica delle materie prime in due Grandes Ecoles di Parigi e al Politecnico di Torino; è l’autore di “Storie straordinarie delle materie prime” (vol 1-2 )  e di “Quando il ferro costava più dell’oro” (tutti pubblicati da ADD editore)

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