Festival del Cinema di Venezia, i nuovi luoghi del cinema tra periferia e identità

Identità, territorio, periferia. Alla 74esima edizione del Festival del Cinema di Venezia  due pellicole che affrontano il tema in maniera diversa ma ugualmente efficace.

La periferia è diventata la cifra con cui confrontarsi. Se ne parla sempre più spesso, anche al cinema. Al Festival del Cinema di Venezia, in pieno svolgimento, tra i film che hanno suscitato maggiore interesse di critica e pubblico, due opere indagano i confini di uno spazio reale e vitale.

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Festival del Cinema di Venezia: una finestra sulle periferie

“ Il contagio”, tratto dal romanzo di Walter Siti, è il secondo film di Mauro Botrugno e Daniele Coluccini, che tornano a Venezia in concorso nelle Giornate degli Autori, sezione parallela della Mostra del Cinema. Un film corale, che prende le mosse da un gruppo di individui che abitano nello stesso stabile, in cui lo spettatore viene accompagnato dalla macchina presa.

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Tra le palazzine basse del Quarticciolo, quartiere popolare romano, si dimenano le vite di Marcello (Vinicio Marchioni) , ex boxeur perso nella cocaina e sua moglie Chiara (Anna Foglietta), tra cui  si insinua uno scrittore gay (Vincenzo Salemme). Poi c’è Mauro, freddo e ambizioso spacciatore, il solo a sentire la necessità di una svolta e sua moglie Simona, ed ancora, il boss di quartiere Carmine, la portiera siciliana pettegola, l’ultras che picchia la moglie.

Festival del Cinema di Venezia
Vincenzo Salemme e Vinicio Marchioni in una scena de Il Contagio, al cinema dal prossimo 5 ottobre

A fare da sfondo la Roma delle borgate, quella abitata da palazzinari, faccendieri, spacciatori, piccoli criminali e politici corrotti. Quella in cui i sentimenti negativi insieme ai conflitti, vengono amplificati dalla decadenza della vita. Non è la Roma fumettistica dai colori blu china di Lo chiamano Jeeg Robot, e nemmeno quella violenta e al limite del romanzato di Suburra, la serie (anche questa presentata al Festival del Cinema di Venezia)

“Il contagio” si propone di fondere, appunto, la periferia umana, di cui già Pasolini aveva intravisto il forte potenziale, con quella fisica . Una periferia che prende sempre più spazio, diventando protagonista e al tempo stesso scenario in cui si muove una umanità frastagliata e realistica, quanto mai  verosimile.

Nella pellicola di Edoardo Winspeare,  “La vita in comune” presentata a Venezia nella categoria Orizzonti, la periferia è rappresentata, invece, da un Sud poetico e identitario. Mosso ancora da buoni sentimenti e dal rispetto della terra, da cui ripartire.

I protagonisti de La vita in Comune. Il film è stato girato nei comuni salentini di Tiggiano, Corsano, Gagliano del Capo, Salve

In una immaginaria cittadina del profondo Salento, in quell’Italia dimenticata anche da Dio, il malinconico sindaco Filippo Pisanelli si sente terribilmente inadeguato al proprio compito. Si legge nella sinossi: solo l’amore per la poesia e la passione per le sue lezioni di letteratura ai detenuti gli fanno intravedere un po’ di luce nella depressione generale. In carcere conosce Pati, un criminale di basso calibro del suo stesso paese, che con il fratello Angiolino sognava di diventare boss del Capo di Leuca. Ma l’incontro con l’arte cambia tutti. Così un’inconsueta amicizia tra i tre porterà ciascuno a compiere delle scelte coraggiose. I due ormai ex banditi subiranno una vera e propria conversione alla poesia e alla bellezza del Creato, mentre il sindaco troverà il coraggio per difendere delle idee, forse folli, ma per cui vale la pena battersi.

Una serie di scalcagnati personaggi in cui è facile ritrovare abitanti reali dei paesini del Sud. Quel Sud periferico che ha in sé le vere risorse e che deve ancora scoprirsi traino per l’intero Paese.

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