
Nella settima edizione della Giornata del commercio equo e solidale gli attori di questo tipo di mercato di raccontano. La Puglia è la prima regione del Sud che definisce con legge questo nuovo tipo di filiera per un mercato sano
Diventare consumatori consapevoli. Con questa idea siamo usciti dall’incontro per la settima edizione della Giornata Regionale del Commercio Equo e Sostenibile, svoltasi il 25 ottobre nello Spazio 13, nel quartiere Libertà di Bari.

La giornata, organizzata dalla cooperativa sociale Unsolomondo, guidata da Piero Schepisi, è stata un’occasione in cui, attraverso dibattiti, attività, discussioni, culminati in un aperitivo solidale, e un concerto jazz, gli attori del mondo del commercio equo e solidale si sono potuti raccontare. All’occasione non sono mancati gli interventi dell’assessora alla cultura di Bari, Paola Romano, e della presidente del secondo municipio, Alessandra Lopez, che hanno confermato un interesse delle istituzioni per incentivare questo fenomeno.
Ma di cosa stiamo parlando?
Un nuovo tipo di commercio
Per commercio equo e solidale, “fair trade” in inglese, si intende la creazione di una “filiera alternativa” per il commercio dei prodotti di consumo, da quelli alimentari al vestiario, che esalta i piccoli produttori e si basa su un sistema di produzione sostenibile.
La Puglia è la prima regione del Sud ad approvare una normativa per questo nuovo tipo di mercato, la legge regionale 32/2014, investendo, quindi, nelle realtà che si impegnano in questo settore. All’incontro hanno preso la parola i rappresentanti delle uniche tre cooperative sociali della Regione: Piero Schepisi, presidente di Unsolomondo; Pietro Fragasso, presidente di Pietre di Scarto, che produce olive e sugo in uno stabile di Cerignola confiscato alla mafia; Mariapaola La Ruffa, presidentessa di Eccociqui. A loro si è unita la coordinatrice dell’associazione di categoria delle organizzazioni italiane di commercio equo, Gaga Pignatelli, così come i molti produttori locali che insieme a queste cooperative hanno la possibilità di emergere anche nel “mercato massimalista”.
Il consumatore consapevole
“Siamo sempre personaggi in cerca di autore, e in qualche modo ci auto produciamo”, così si definisce Piero Schepisi, aggiungendo che la missione finale del suo lavoro è cercare di sviluppare un nuovo tipo di consumatore, quello che chiama con un gioco di parole un “consumattore“, ovvero colui, o colei, in grado di scegliere autonomamente i prodotti di cui ha bisogno, senza il condizionamento imposto dalle indicazioni di mercato dei grandi marchi.
Come fare?
Nelle botteghe, come Unsolomondo, dove vengono venduti prodotti di aziende locali, che non riuscirebbero ad emergere senza questa fonte di trasmissione, si mettono a disposizione delle alternative alle solite scelte da “supermercato”. Schepisi parte da un assunto: “le persone possono scegliere di non votare, ma non possono scegliere di non consumare, e quindi acquistare. Il nostro intento è quello di mettere almeno uno dei prodotti che vendiamo nel paniere giornaliero dei clienti. Bisogna partire dal minimalista“. Dunque, se si educa il consumatore a scegliere anche un tipo di merce diverso, questo diventa, nei sempre rinnovati acquisti, un ingranaggio che aiuta la filiera a crescere. Il salto di pensiero sta nel non soffermarsi al prezzo che, per la qualità e il lavoro che ha alle spalle, è solitamente più alto delle merci vendute all’ingrosso.
Potremmo dire, un piccolo sacrificio per un bene più grande.
Ovviamente c’è dell’altro.
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Non tutto rose e fiori
“C’è un forte problema generazionale che non riesce a risolvere”, l’appello di Pietro Fragasso che non vede nei fondi stanziati dalla Regione una soluzione alla crisi del settore. “E’ un suicidio programmato”, dice scherzando, forse neanche troppo, per sottolineare come sia fondamentale costruire una rete forte tra le associazioni e il territorio, ma non solo. “Non bisogna dirsi alternativi. In questo modo ci si chiude solo in una torre di avorio allontanando gli altri – continua il presidente di Pietre di Scarto -. Il territorio va contaminato, nel senso che bisogna agire con il territorio. Ci si deve consultare”. Conferma questa linea Mariapaola Larussa che parla della necessità di condividere successi e fallimenti.

Il valore del sacrificio
Il risultato di queste attività, tutte supportate da volontari, è quello di un sistema commerciale più sano che si allontani dallo sfruttamento intensivo delle materie prime, vegetali e animali, e dei lavoratori che vengono, invece, valorizzati. Questo progetto ha anche un ruolo nella lotta al caporalato, poiché non trova spazio in una filiera più sana.
Commercio sano, per un consumo più sano, quindi, e un mondo che non sia per forza sottomesso alle regole del mercato che in molti casi parlano di sovraproduzione, sfruttamento e inquinamento.


