Energia: fossile o rinnovabile?

Una piattaforma petrolifera offshore

Il giro d’interviste di Diego Vitali per Gocce di Verità continua. Questa volta Vitali ha coinvolto il Prof. Alberto Clô, direttore responsabile della Rivista Energia ed ex Ministro dell’Industria, supportato dal Dott. Mattia Santori. Vitali ha posto loro degli interessanti quesiti per capire se ambiente ed energia possano convivere in maniera pacifica e produttiva. Vediamo insieme cosa hanno risposto.

In Italia, molti progetti industriali (inceneritori, impianti di produzione energetica sia da fonti rinnovabili sia da fonti “classiche”, TAP, TAV, infrastrutture) sono contestati da movimenti ambientalisti e popolazione. Quali sono le motivazioni di queste proteste? Disinformazione, strumentalizzazioni politiche o l’Italia non è ancora strutturata per accogliere questo genere di opere?

«Le due cause che impediscono in Italia (e altrove) un confronto e un dibattito serio circa la politica infrastrutturale e industriale sono, da una parte, la scarsa fiducia nelle istituzioni, quindi nei confronti di chi è tenuto a prendere decisioni nell’interesse generale e sorvegliarne la realizzazione; dall’altra l’arroganza talora dei soggetti industriali interessati che, pensando che il silenzio e la scarsa informazione siano la miglior strategia comunicativa, consentono, di fatto, il proliferare di leggende e falsi miti sui media e sul variegato popolo dei social network. È successo così che legittimi, pur se spesso infondati, timori dei cittadini si siano inculcati nell’immaginario collettivo, influenzando una politica locale più attenta al tornaconto elettorale che ai reali bisogni di lungo termine della comunità. Esiste inoltre un profondo problema di matrice culturale i particolare per quanto riguarda il dibattito energetico, che in Italia è ultimamente schiavo di tornaconti elettorali e consensuali. È facile capirne la radice: prende più voti chi parla a favore o contro il petrolio? Conquista più firme chi è a favore o contro il nucleare? Eppure la comunità scientifica non si è mai schierata a priori contro alcuna di queste fonti».

Parco eolico

Secondo quanto previsto dalla Strategia Energetica Nazionale, grazie a interventi bidirezionali nel campo delle energie rinnovabili e in quello della produzione nazionale di idrocarburi, l’Italia potrebbe ridurre dall’84% al 67% la sua dipendenza dall’estero, con una conseguente riduzione della fattura energetica di circa 14 miliardi di euro l’anno rispetto ai 62 miliardi attuali. Eppure nel nostro Paese ci sono partiti politici, associazioni di categoria e ambientalisti che sono convinti che attività Oil&Gas (le cosidette “trivelle”) ed energie rinnovabili alternative siano incompatibili tra loro. Chi ha ragione secondo lei?

«Non esistono energie di serie A e di serie B come qualcuno vuol far credere. Esistono politiche che scelgono il mix energetico più efficace in un’ottica di lungo termine in relazione alle diverse esigenze ambientali, economiche, geopolitiche di cui è necessario tener contestualmente conto. In quest’ottica la produzione nazionale di idrocarburi non è affatto nemica delle rinnovabili – talvolta non ponendosi nemmeno in alternativa ad esse (il petrolio, ad esempio, è utilizzato unicamente nei trasporti e nella petrolchimica) – ponendosi invece in alternativa alle importazioni di idrocarburi. Produrre di più significa dipendere meno da Paesi quali Russia, Algeria, Libia. Significa, per essere più chiari, disporre di maggiori gradi di libertà e di una maggior sovranità internazionale verso questi Paesi. Purtroppo parte del mondo ambientalista riduce il dibattito ad una retorica “rinnovabili vs petrolio”, sapendo di avere maggiore presa sulla “pancia” dell’opinione pubblica, ma sottovalutando i rischi sulla sicurezza energetica nazionale a lungo termine».

Uno dei principali motivi di protesta contro l’industria petrolifera è la sua presunta pericolosità, soprattutto per quanto riguarda i progetti offshore. Negli ultimi decenni, in considerazione delle attività estrattive eseguite al largo di alcune regioni italiane (Abruzzo, Emilia Romagna, Sicilia), quanti e quali incidenti si sono registrati in Adriatico e Mediterraneo?

«L’unico evento di cui si abbia memoria risale all’incendio della piattaforma Paguro nel 1965. Tuttavia in Italia va di moda ipotizzare disastri come quelli del Golfo del Messico non sapendo che nei nostri mari si opera a 20 metri di profondità contro gli oltre 1500 metri di profondità di quell’area, con difficoltà tecniche che da noi non esistono. I veri responsabili dell’inquinamento del Mediterraneo sono da ricercare tra chi gestisce i depuratori e chi effettua giornalmente scarichi illegali, non tra coloro che nel Mediterraneo hanno dimostrato di saper operare nel rispetto dell’ecosistema e di normative severissime».

Una delle critiche più aspre mosse nei confronti del settore petrolifero è quella che oggi, anche grazie allo Sblocca Italia, si rischia una “petrolizzazione selvaggia” del territorio e dei mari italiani. È davvero così?

«No. Per tre fattori: al contrario di quello che si possa pensare: (a) la normativa ambientale italiana è assai severa; (b) lo spazio fisico che occupa un pozzo petrolifero a terra è pari a un traliccio elettrico; (c) le riserve di gas e petrolio in Italia si concentrano in poche aree, motivo per il quale la maggior parte degli italiani non ha mai visto un pozzo petrolifero o una piattaforma marina. Lo Sblocca Italia da una parte semplifica le procedure amministrative per le imprese che investono grandi somme, dall’altra intensifica la salvaguardia ambientale. Un tentativo di far lavorare gli operatori petroliferi in un contesto al pari dei Paesi avanzati, senza ridurre l’attenzione sull’ecosistema terrestre e marino».

Il settore primario, così come quello turistico e ittico, sono molto importanti per l’economia italiana. È possibile garantire una pacifica convivenza tra il petrolio, l’agricoltura, la pesca e il turismo?

Garantire una pacifica convivenza e reciproca convenienza tra i vari settori è obiettivo possibile, come dimostrato ampiamente nel volume che abbiamo elaborato in RIE “La Coesistenza tra Idrocarburi e Territorio in Italia”. L’emblema è dato dall’Emilia dove giacimenti gastronomici di eccellenza convivono da decenni con i giacimenti petroliferi – e dalla Romagna – che pur avendo un numero cospicuo di piattaforme petrolifere marine di fronte alle sue coste registra oltre 40 milioni di presenzedi turisti annuali (cifra peraltro in aumento). La svolta culturale che ci aspetta è quella di tener conto del valore globale dell’industria petrolifera – sia nel segmento minerario sia in quello impiantistico – che non ha niente da invidiare ad altre industrie note e soprattutto di valorizzare il potenziale sinergico dei benefici che i diversi settori possono garantirsi l’un l’altro. I primi esempi pratici (di cui nessuno parla) si stanno già sperimentando laddove industria mineraria, ittica e agricola convivono da lungo tempo: in Sicilia, dove il gas in avanzo dalle estrazioni petrolifere viene offerto a potenziali agricoltori limitrofi; in Romagna, dove le piattaforme dismesse diventano mete di attrazione turistica subacquea.

Aspirina, maschere per l’ossigeno, siringhe, computer e telefoni sono solo alcuni esempi di oggetti di uso comune che derivano dalla lavorazione del petrolio. Le energie rinnovabili sono già pronte a sostituire completamente i prodotti derivanti dallo sfruttamento delle fonti fossili?

«I derivati del petrolio alimentano i mezzi di trasporto, il gas riscalda le nostre abitazioni o fa funzionare le nostre imprese, il fotovoltaico genera elettricità o ricarica i nostri telefonini. Nessuno è disposto a rinunciare a nessuna di queste funzioni. Nessuna fonte rinnovabile è in grado di sostituire quelle fossili nell’interezza dei loro apporti. E nell’immediato futuro le cose non cambieranno. Le stime ci dicono che nel 2035 l’80% della domanda energetica globale sarà ancora soddisfatta da fonti fossili. Questo dimostra che ci vorrà molto tempo prima di considerarle superate anche se, fortunatamente, il gas (meno inquinante) avrà un ruolo sempre maggiore. Non si tratta di complotto o di accordi segreti, la storia degli ultimi secoli dimostra come ogni cambiamento energetico strutturale richieda decine di anni. E il calo dei prezzi del petrolio non farà altro che allungare l’era delle fonti fossili. Non è un caso che i Paesi più avanzati nella ricerca di energie alternative e biocarburanti (USA, Norvegia, Brasile, Cina) siano al contempo i principali protagonisti di una rinascita dell’industria Oil&Gas».

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