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Energia dei… liquami

La prigione "pilota" è quella di Nsinda, che ospita ottomila detenuti

Ci perdoneranno coloro i quali mostrano poca dimestichezza a trattare argomenti poco gradevoli, ma la cronaca ambientale – come d’altronde tutta la cronaca – è ampia, variegata, e talvolta molto originale. L’ultima trovata giunge direttamente dal Rwanda, Stato orientale dell’Africa equatoriale tra i più poveri del mondo, che malgrado i deboli tentativi di incentivazione economica degli ultimi anni, dipende fortemente dai finanziamenti esteri come quelli delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea. In un contesto di disagio economico-sociale come quello rwandese, si cerca di trovare soluzioni alle necessità più disparate: una di queste, bizzarra eppure molto efficace, chiama in causa le carceri del Paese, i detenuti e… i loro liquami.

Nuove centrali biogas – Nelle quattordici carceri della nazione africana sono state installate altrettante centrali a biogas che sfruttano le feci prodotte dai detenuti per produrre energia; poiché la dieta dei prigionieri (fagioli, mais, banane e manioca) non è abbastanza ricca da produrre un gas qualitativamente sufficiente a tale finalità, il “frutto” espulso dall’uomo viene sapientemente miscelato ai rifiuti organici degli animali da fattoria.

Provengono dall'Institute of Technology di Kigali alcuni ingegneri detenuti nel carcere di Nsinda, che hanno collaborato alla realizzazione dell'impianto a biogas della prigione

Il risultato di questa singolare mistura, infatti, garantisce risultati sorprendenti, coprendo il 75 % del fabbisogno energetico delle stesse prigioni. Ad exemplum viene preso il carcere di Nsinda, dove attualmente risiedono ottomila carcerati (tra cui ingegneri che hanno collaborato all’Institute of Technology di Kigali, capitale del Rwanda), che hanno direttamente contribuito alla progettazione, realizzazione e manutenzione delle centrali e dei digestori per l’immagazzinamento del biogas. 

Un risparmio economico ed ambientale – Tutta l’energia ricavata dai liquami ha dato una svolta sensibile alle bollette delle carceri; i costi sono scesi addirittura dell’85 %, ma non è solo il dato economico ad interessare: l’energia prodotta dal biogas sta andando sempre più a sostituire quella ricavata dalla combustione del legno; il che comporta, tra l’altro, una maggiore salvaguardia delle foreste della nazione africana, tra le scarse risorse ancora presenti sul territorio.

Un impianto a biogas in costruzione

Siamo, dunque, di fronte ad un vero ed inconsueto – date la modalità – successo nel campo economico ed ambientale: un successo presente, confortato dai numeri e dalle percentuali sopra citate, ma ancor più importante in prospettiva, se si pensa che «entro il 2013 non sarà bruciato più legno», come dichiarato dal gestore della produzione di biogas nelle prigioni del Rwanda, Emmanuel Ndori. 

È doveroso fare una considerazione: alle spalle di questo progetto non c’è nessuna organizzazione, università o laboratorio di ricerca, ma si tratta di un’iniziativa concepita ed edificata dagli stessi abitanti dei luoghi di pena. Il risvolto negativo è che in un Paese povero come questo, la mancanza di investimenti e progettazione non sostiene una visione ottimista per il futuro a lungo termine; di positivo, malgrado ciò, c’è da riconoscere la tenacia, la volontà e lo spirito di iniziativa che muove il popolo. Povero, disagiato, ma non rassegnato.

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