Emendamento sulla caccia, bracconaggio e violenza. Così è martoriata la fauna selvatica

Fonte: Pixabay.com

Fa discutere la modifica approvata in Commissione Bilancio lo scorso dicembre: animalisti sul piede di guerra. Protesta contro i sussidi agli allevamenti e due operazioni illegali sventate in aree protette

 

L’emendamento della discordia: il governo Meloni, da un lato, e le associazioni animaliste e ambientaliste, dall’altro. Torna a far discutere la modifica n. 78.015 alla Legge di Bilancio 2023, approvata dalla relativa Commissione della Camera, a dicembre 2022. Il provvedimento ha modificato l’articolo 19 della Legge n. 159 dell’11 febbraio 1992, relativo al controllo della fauna selvatica. Nello specifico, ha aumentato le tipologie di area in cui effettuare gli abbattimenti delle specie animali in questione e il numero dei soggetti coinvolti in questo processo, oltre alla possibilità di destinarne la carne all’industria alimentare, e ha previsto un piano straordinario di durata quinquennale «per la gestione e il contenimento della fauna selvatica».
La proposta ha visto come primo firmatario il deputato Tommaso Foti, capogruppo di Fratelli d’Italia a Montecitorio, ed è stata motivata con l’esigenza di risolvere i problemi legati alla presenza dei cinghiali nelle città, che costituirebbero un pericolo sia per l’incolumità pubblica sia per le coltivazioni agricole.
Nel tentativo di mitigare le polemiche, il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, ha precisato che il provvedimento nulla ha a che fare con l’attività venatoria, pur riconoscendo ai cacciatori la possibilità di intervenire per adempiere a queste nuove disposizioni.

Le novità introdotte

L’emendamento prevede l’estensione delle zone in cui procedere all’abbattimento della «fauna selvatica», qualora le ordinarie attività di controllo da parte delle Regioni – e delle province autonome di Trento e Bolzano – dovessero rivelarsi inefficaci. In base alle nuove regole, ora sono contemplate le aree protette e quelle urbane. Viene inoltre esteso il periodo di attuazione della misura, che può essere adottata durante il divieto di caccia (c.d. silenzio venatorio). Vi è poi un incremento degli aspetti che gli enti sopraindicati sono tenuti a tutelare: adesso sono previsti anche la «tutela della biodiversità», della «pubblica incolumità» e della «sicurezza stradale».
Mentre prima dovevano essere i pubblici ufficiali autorizzati a eseguire gli abbattimenti, ora saranno portati a termine dai cacciatori della zona, dopo aver frequentato degli appositi «corsi di formazione», e comunque coordinati dai corpi di polizia. Per quanto concerne la carne degli animali abbattuti, sarà possibile servirla in tavola, ma solo dopo averla sottoposta analisi igienico-sanitarie che ne certifichino la sicurezza per la salute dei consumatori.
L’ultima novità introdotta dall’emendamento n. 78.015 è un nuovo articolo alla legge del ’92, che impegna l’attuale esecutivo a organizzare un piano straordinario, della durata di cinque anni, finalizzato a contenere e gestire la fauna selvatica. Misure che dovrebbero essere approntate nei prossimi mesi.

Per leggere l’intero testo dell’emendamento n. 78.015 clicca qui.

Angelo Bonelli (Fonte: Facebook)

Gli aspetti controversi

Tra i primi oppositori spicca il deputato Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi e Sinistra, che lamenta l’eccessiva genericità dell’espressione «fauna selvatica», adoperata nel testo dell’emendamento. L’esponente di opposizione si domanda perché la possibilità di abbattimento sia estesa anche ad animali per cui è vietata la caccia, quali lupi, orsi e volpi. «Se il legislatore che ha proposto la norma aveva in mente i cinghiali, faceva prima a specificare la specie e non lasciare un’apertura così generica», sottolinea l’esponente di Avs. Ed evidenzia, inoltre, come in un primo momento anche il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato dal forzista Gilberto Pichetto Fratin, fosse contrario a una simile modifica.
I partiti di opposizione, inoltre, contestano la scelta di aver inserito il provvedimento nella Legge di Bilancio, data la mancata attinenza con il documento finanziario. Però, è anche vero che l’emendamento prevede un incremento di 500mila euro all’anno per il fondo sulla caccia. Mossa finalizzata a «fronteggiare l’emergenza esistente nel territorio nazionale riferita ai danni causati dalla fauna selvatica, con particolare riguardo a quelli causati da ungulati», secondo quanto si legge nel testo.
Tredici associazioni scientifiche, già all’indomani dell’approvazione, a dicembre scorso, avevano rimarcano altre perplessità. In primis, la riduzione del ruolo dell’ISPRA (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e la mancata consultazione con le realtà scientifiche ed accademiche. «Far effettuare abbattimenti all’interno di aree urbane non limiterà certo il numero complessivo di una specie come il cinghiale, mentre al contempo esporrà i cittadini a rischi gravissimi – si legge in una nota congiunta pubblicata su Greenreport – Peraltro, tutti gli esperti naturalisti, ecologici e agronomi sanno che la presenza dei cinghiali in città è in gran parte legata alla cattiva gestione dei rifiuti e del sistema del verde urbano, troppo spesso trascurato da “servizi giardini” comunali in corso di progressiva dismissione».

L’appello della comunità scientifica

Come già anticipato, sono tredici le società scientifiche che hanno aderito, attraverso i rispettivi presidenti, all’appello alla ragionevolezza di Parlamento e Governo «affinché stralcino dalla Legge di Bilancio». Nel documento pubblicato da Greenreport, i firmatari ritengono la nuova norma «sbagliata» e «di difficile, se non impossibile, applicazione». Gli stessi auspicano, dunque, che la parte politica possa avviare un confronto con il mondo della ricerca, al fine di individuare delle soluzioni attraverso modalità «scientificamente valide». E questo perché una problematica così complessa «non può essere risolta con l’approssimazione fin qui manifestata».
A sottoscrivere l’appello sono stati: Carlo Blasi, presidente Fondazione per la Flora Italiana e Direttore scientifico CIRBISES; Giuseppe Bogliani, presidente Centro Italiano Studi Ornitologici; Marco Bologna, presidente Comitato Scientifico per la Fauna d’Italia e della Società Entomologica Italiana; Elisa Anna Fano, presidente della Federazione Italiana di Scienze della Natura e dell’Ambiente e della Società Italiana di Ecologia; Francesco Ficetola, presidente Societas Herpetologica Italica; Cristina Giacoma, presidente Unione Zoologica Italiana; Massimo Lorenzoni, presidente Associazione Italiana Ittiologi Acque Dolci; Barbara Manachini, presidente Società Italiana Nematologia; Michela Pacifici, presidente Society for Conservation Biology Italy Chapter; Antonella Penna, presidente Società Italiana di Biologia Marina; Lorenzo Peruzzi, presidente Società Italiana di Biogeografia; Marco Valle, presidente Società Italiana di Scienze Naturali; Christian Agrillo, presidente Società Italiana di Etologia.

La LAV chiede aiuto al Capo dello Stato

La locandina della LAV

Una mobilitazione nazionale per lanciare un grido dall’allarme alla più alta carica dello Stato: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. È l’iniziativa ideata dalla Lega anti-vivisezione (LAV) per tutelare la biodiversità e gli animali, «che con la protezione dell’ambiente e degli ecosistemi sono diventati, da quasi due anni, principi fondamentali della Repubblica». A tal fine, gli attivisti hanno deciso di scendere in piazza per l’intero fine settimana. Il sit-in sarà replicato il prossimo weekend.
«È inaccettabile il mancato rispetto di un principio fondamentale inserito da meno di due anni nella nostra Costituzione, ma che oggi è già carta straccia – afferma Massimo Vitturi, responsabile LAV Animali Selvatici, che prosegue – La tutela della biodiversità e degli animali, esercitata nell’interesse della comunità internazionale, è infatti quotidianamente calpestata dalla politica nazionale per soddisfare gli interessi della lobby venatoria, una risicata minoranza di cittadini che ha una sola prospettiva: uccidere ogni giorno quanti più animali possibile».

Al LAV..oro anche a Bari

A Bari, la sezione cittadina della LAV – attiva da giugno scorso – ha allestito un banchetto informativo per sottoscrivere una «cartolina» da recapitare al Quirinale, al fine di chiedere il coinvolgimento del presidente della Repubblica per far rispettare l’Art.9 della Costituzione. Articolo che, al terzo comma, prevede la promozione della tutela ambientale, della biodiversità e degli ecosistemi, oltre a prevedere la tutela degli animali da parte dello Stato.
Nel capoluogo pugliese, i banchetti saranno allestiti: il sabato in via Argiro 46 e la domenica all’ingresso di Parco Due Giugno, lato viale Einaudi. Sarà possibile firmare dalle 10 alle 20.
«La nostra mobilitazione è la risposta di civiltà della maggioranza dei cittadini contro l’oscurantismo fatto di sangue e sofferenza imposto dal Parlamento – dichiara Sara Leone della LAV Bari – Non possiamo tollerare l’aggressione quotidiana nei confronti degli animali selvatici, utilizzati come strumento di consenso politico da parlamentari disposti a passare sopra la vita di milioni di animali e sopra l’interesse nazionale alla tutela della biodiversità pur di raggranellare qualche consenso».

“Ribellione Animale” fuori dal Parlamento

Un’attivista di “Ribellione Animale” per terra e cosparsa di vernice rossa

La violenza di genere è una piaga anche per il mondo animale. Ne sono convinte le tre attiviste di Ribellione Animale che, venerdì scorso, hanno manifestato fuori da Montecitorio contro i sussidi destinati agli allevamenti. L’iniziativa di protesta si è inserita nell’ambito della campagna nazionale “Futuro Vegetale”, iniziata il 31 marzo con azioni coordinate all’interno di alcune catene della grande distribuzione organizzata, e si è svolta alla vigilia della giornata contro la violenza sulle donne. Due manifestanti hanno esposto uno striscione davanti alla sede della Camera dei Deputati, mentre la terza si è distesa per terra, ricoprendosi di vernice rossa.
«Negli allevamenti – hanno spiegato dal movimento – le femmine delle altre specie vengono sfruttate non solo per la loro carne ma soprattutto per il loro apparato riproduttivo, tramite ingravidazione artificiale, e per le loro caratteristiche biologiche (produzione di latte e uova)».
«Il femminismo dev’essere una pratica intersezionale e non antropocentrica – ha dichiarato Marisofia, attivista di Ribellione Animale – Deve contrastare tutte le ingiustizie e le violenze sui corpi femminili, indipendentemente dalla specie di appartenenza».

Le richieste al governo

Due attivisti davanti a Montecitorio

Le attiviste chiedono all’esecutivo una transizione verso un sistema alimentare a base vegetale, alla luce del significativo impatto climatico ed ecologico che ha l’industria zootecnica in Italia e nel mondo.
Pertanto, propongono «la rimozione dell’IVA al 22% sui prodotti di prima necessità a base vegetale», penalizzando così quelli ad elevato impatto ambientale. Inoltre, gli attivisti del movimento “Ribellione Animale” avanzano l’ipotesi relativa alla «sospensione dell’apertura e dell’ampliamento di nuovi mattatoi e allevamenti», al fine di redistribuirne i sussidi alla transizione agroecologica delle aziende italiane.

Un “Pettirosso” che torna a volare

Si è conclusa intanto  l’imponente operazione antibracconaggio dei carabinieri forestali, denominata “Pettirosso”. Condotta nelle provincie delle Prealpi lombardo-venete interessate, ha portato a 123 denunce per reati contro l’avifauna selvatica, a due arresti per detenzione di arma clandestina e sostanze stupefacenti e al sequestro di 3.564 uccelli (1.433 vivi e 2.131 morti). Tra i volatili rinvenuti vi erano diverse specie non cacciabili e particolarmente protette, tutti catturati o abbattuti in modo illecito. Gli esemplari in vita sono stati affidati ai centri di recupero animali selvatici (CRAS) “Il Pettirosso” di Modena e “l’Oasi WWF Valpredina” di Bergamo per il rilascio in natura, non appena le condizioni fisiologiche degli stessi lo consentiranno.
Inoltre, sono stati sequestrati 1.338 dispositivi di cattura illegale, 75 fucili e 4055 munizioni. I reati principali accertati sono: furto aggravato di fauna selvatica (bene indisponibile dello Stato), ricettazione, contraffazione di pubblici sigilli, uso abusivo di sigilli destinati a pubblica autenticazione, maltrattamento e uccisione di animali, detenzione non consentita di specie protette e particolarmente protette, uccellagione, esercizio della caccia con mezzi vietati, porto abusivo di armi e munizioni, detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti.
Sotto sequestro sono finite anche 1.338 trappole utilizzati dai bracconieri. Tra queste richiami acustici a funzionamento elettromagnetico, reti da uccellagione, gabbie-trappola o, nei casi peggiori, archetti e trappole metalliche.
L’operazione è stata coordinata dal Reparto Operativo – SOARDA (Sezione Operativa Antibracconaggio e Reati in Danno agli Animali) del Raggruppamento Carabinieri CITES, in collaborazione con i Gruppi Carabinieri Forestali di Brescia, Bergamo, Mantova, Vicenza, Verona e Padova e il supporto di un’unità cinofila addestrata alla ricerca di armi, munizioni, strumenti di cattura, richiami acustici, fauna selvatica.

Bracconiere in area protetta: denunciato

Un altro tentativo di bracconaggio è stato sventato, lunedì scorso, nel Parco Nazionale Gran Paradiso, in Valnontey, cuore dell’area protetta. I guardaparco hanno colto in flagrante un cacciatore di frodo, scongiurando così il peggio per uno o più esemplari della fauna locale. Le guardie hanno intercettato un pick-up con a bordo un bracconiere, pronto a utilizzare un fucile, che alla vista dei tre guardiani è fuggito, ferendo lievemente uno dei tre inseguitori. L’uomo, residente a Cogne e già noto al Corpo di Sorveglianza, è stato identificato e segnalato alla magistratura e fermato dai Carabinieri il giorno dopo nella sua casa. I militari, dopo aver posto sotto sequestro il pick-up, a seguito di una perquisizione domiciliare hanno anche sequestrato alcuni fucili da caccia e dei proiettili. Armi e munizioni che il bracconiere non avrebbe potuto detenere, poiché gli era già stato revocato il porto d’armi.

Guardaparco al lavoro

I guardaparco hanno denunciato l’uomo per aver violato la legge sulla caccia (n. 157/1992), per l’esercizio della caccia e l’introduzione di armi in un parco nazionale, per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e detenzione abusiva di armi. Ora rischia un massimo di cinque anni di reclusione e una multa fino a 12.500euro.
«Un plauso ai nostri guardaparco che hanno prontamente sventato un tentativo di bracconaggio proprio nel cuore dell’area protetta – ha commentato il direttore del Parco, Bruno Bassano – Il Corpo di Sorveglianza si rivela una volta ancora fondamentale per l’importante ruolo svolto nelle attività di conservazione e di prevenzione delle pratiche illecite nel Parco, che sono alla base di una corretta gestione di un’area protetta».

La condanna del WWF

Caccia e bracconaggio, una combinazione letale per la fauna selvatica italiana. Entrambi i fenomeni sono in aumento, tanto da assumere i connotati di un allarme sociale, specialmente in aree come Veneto e Lombardia. Lo afferma il WWF in una nota, a seguito delle recenti operazioni, tra cui quella condotta dai carabinieri di Perugia nel Sud Italia, dove sono stati scoperti 370 tordi catturati illegalmente e stipati in minuscole gabbie, sistemate nel bagagliaio di un’auto.
Il Fondo Mondiale per la Natura chiede aiuto alla politica, reputando «insufficienti» gli strumenti di contrasto al traffico di uccelli selvatici a disposizione delle forze di polizia e della magistratura. «La politica è però immobile – si legge nel documento – e, quando si muove, anziché rafforzare le misure punitive, lo fa per aggravare ulteriormente la situazione». Il WWF denuncia le sanatorie adottate in materia da alcune regioni: «Un bel regalo ai bracconieri».
«Ciò che preoccupa è il ruolo di queste aree come punto di approdo per traffici nazionali ed internazionali di uccelli “da richiamo”, in particolare tordi – prosegue il comunicato – Operazioni recenti hanno svelato un traffico di questi uccelli catturati illegalmente in Polonia e destinati agli allevatori lombardi».

LEGGI ANCHE: Bracconaggio in Puglia, 3 denunce

Articoli correlati