Elementi dell’architettura: le Maschere Apotropaiche di Puglia

Andria – Via Corrado IV di Svevia

Mi sono sempre chiesto perché gli uomini di molti periodi storici hanno sentito l’esigenza di scolpire, nella chiave di archi che sostengono una volta, sulla testa d’una mensola per il balcone, all’angolo principale d’un edificio signorile o sull’arco d’un uscio, una maschera apotropaica (dal greco, apotrépein: “allontanare”) che in molti casi assomiglia al dio greco Pan.

Una risposta in tal senso l’ho raccolta da alcuni storici che hanno rilevato una necessità, sia dell’uomo semplice, sia del borghese, sia dell’imperatore, di porre una maschera-scultura sull’uscio della propria casa, del palazzo signorile o, nei casi più storici, al centro della volta del salone di prima accoglienza del castello. In tutti i casi, queste sculture, a guardarle bene, intimoriscono e tentano di allontanare ospiti che rappresentano o simboleggiano malefici o sono portatori di nefandezze umane; un’idea tutta greca, di intimorire l’ospite già sull’uscio o nel primo salone del castello con il volto del dio Pan, elaborata in molti modi e condensanta nel blocco scultoreo incastonato nell’architettura. Ho pensato, inoltre, che dal giorno in cui la scultura viene posata in quel preciso luogo, essa è irremovibile e comincia così la sua vita terrena, alla luce del sole e agli occhi fugaci degli uomini, attraverso l’alternarsi di sguardi d’ammirazione, di spregio, d’indifferenza o adorazione cieca.

Castel del Monte – Dio PanIn molti casi l’esser stata posta non sull’uscio ma sull’angolo di un palazzo signorile, alla confluenza dei venti e del sole accecante, con lentezza geologica, sembra indicare che essa ritorna al suo stato informe e minerale a cui l’hanno sottratta il cavamonti prima, lo scultore dopo. Devo ammettere anche che ciò che vedo non è nello stato originario in cui le conobbero i suoi contemporanei perché, nel tempo, hanno subito, a loro modo, lo stesso invecchiamento e la stessa avventura degli uomini sulla terra.

Andria – Casa Via ParadiesSono mutate come sono mutati gli uomini nel tempo e, come gli uomini, sono state trasformate dal tempo trascorso, o in fase di adorazione o d’abbandono o, in alcuni casi, dalla riscoperta e dal restauro sapiente dove, le incrostazioni altro non sono che segni modificanti per sempre la scultura. Alcune modificazioni avvenute, anche sotto l’offesa dell’aggressività gratuita e spontanea dell’uomo, a volte le tramutano in sublimi sculture, aggiungendo una bellezza involontaria, associata ai casi della storia e dell’uomo subendo cause naturali o volontà guerresche. Ci sono casi in cui sono state sfregiate così bene da un’arma Romana, Saracena, Normanna o Angioina, che dal rudere nasce un’opera nuova; un viso mancante di un’occhio o un profilo dove la bellezza sopravvive anche dopo un taglio inferto, diventa una nuova maschera, diventa un frammento e, un frammento, spesso esprime, con tutta la sua forza la scultura intera, ricomponendo nella mia mente l’opera originaria attraverso l’immaginazione.

In alcuni casi, certe maschere esposte ai venti di mare assumono nel tempo il biancore dei cristalli di sale che si sgretola continuamente, diventando fantasmi di se stesse. Molte, abbandonate sui prospetti, lentamente vengono assorbite da fitti rami di vite rampicante o vengono ricoperte dagli imbianchini con numerosi strati di calce viva che, insieme alla pioggia e alla sabbia portata dal vento del deserto, accumulano strati di colore acquistando nel tempo, una qualità ed una importanza unica.

Le maschere-scultura si impregnano così di segni, colori e profondità che nessuna scuola d’arte contemporanea riesce ad insegnare e questa trasformazione involontaria della scultura, in molti casi, si avvicina a quelle che molti scultori a noi contemporanei cercano per volontà d’astrazione, ma senza riuscirci nell’intento, perché ogni segno, ogni colore, ogni sua ferita, ogni sua forma mancante allude e mi fa immaginare momenti della storia a me lontani e, a volte, una maschera colpita da una spada in un giorno di rivolta, o saccheggiata, o abbandonata dagli uomini, commuove ancora con il suo sguardo.

(Le foto sono di Domenico Tangaro)

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