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Ecosistema urbano: il Rapporto Legambiente e la Puglia

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verde a bari rapporto legambiente ecosistema urbano 2017
Bari, Parco 2 giugno.Il verde pubblico fruibile è una delle voci del rapporto Legambiente " Ecosistema urbano 2017"

Il rapporto 2017 di Legambiente sulle performance ambientali delle città restituisce un’immagine degli ecosistemi urbani che qualche volta non premia gli sforzi di alcune città. E l’indicatore del rumore?

L’ultimo rapporto di Legambiente “ Ecosistema urbano 2017” presentato giorni fa incorona Mantova come la città più “ecosostenibile”. A scorrere l’elenco delle città capoluogo di provincia italiane con le migliori performance ambientali, si scopre che la prima città del sud  è Cosenza, al 13^ posto: questo rappresenta una discreta soddisfazione per il meridione, ma nel contempo rattrista vedere che bisogna arrivare al 35^posto per trovare con Benevento un altro capoluogo del Sud.

Puglia poco competitiva

Da questo rapporto si osserva, poi, una Puglia piuttosto malconcia: solo al 70^ posto si trova Foggia, poi Taranto al 71^, Bari al 75^, Lecce al 77^ e, fanalino di coda, Brindisi al 103^ posto (su 104 città esaminate). C’è da sperare in una migliore posizione per la nuova provincia BAT, non presente perché i dati forse non sono pervenuti ai redattori dello studio.

Ma non è tanto la posizione che dovrebbe preoccupare, quanto i valori dei dati. Essere ultimi con un’elevata percentuale di punteggio rispetto alla prima basterebbe a lenire il dispiacere. Il problema è proprio qui: Foggia, la prima, ha un indice di performance del 59.30% rispetto a Mantova. Brindisi ha invece un indice di 34.87% rispetto alla prima. Possibile che le città pugliesi abbiano performance ambientali così deludenti?

Come calcolare i valori dei dati?

ecosistema urbano Mantova
Mantova è la città più ecosostenibile d’Italia nel rapporto di Legambiente ” Ecosistema urbano 2017″ (Foto Confcommercio Mantova)

Ci siamo allora chiesti come sono calcolati questi indici. Forse è tutto qui: in parte potrebbe poi dipendere dalla qualità dei dati pervenuti, oppure dalla presenza di descrittori che non sono indicativi delle performances ambientali da misurare; altrimenti è vera carenza di qualità ambientali.

L’analisi condotta evidenzia che gli indicatori di Ecosistema Urbano sono 16 e che si basano sui circa 30mila dati originali raccolti da Legambiente. Questi indicatori coprono 6 aree tematiche: aria, acque, rifiuti, mobilità, ambiente urbano, energia e, per ciascuno di essi, ogni città ottiene un punteggio variabile da 0 a 100.

Rispetto ad un indice di performance di 76.80 di Mantova (la prima classificata), tutte le città pugliesi si collocano al di sotto del 50% e Brindisi è ad un indice di circa il 35%.

Potevano avere risultati differenti se le aree tematiche fossero state di più? E se gli indicatori non fossero esaustivi delle performance ambientali di un territorio o non fossero “indicativi”?  Se i dati acquisiti fossero non normalizzati e fossero stati raccolti in modo non omogeneo nelle varie città? E se si pesassero secondo una combinazione lineare differente attribuendo “pesi” opportunamente calibrati? Nel leggere il rapporto si riscontrano attenzione e serietà scientifica, non c’è dubbio, ma discutere meglio dei valori ottenuti potrebbe forse portare a calibrare ancora meglio le prossime campagne. Non è una critica, anche perché si è seriamente convinti del valore degli studi, ma sarebbe utile è discutere prima degli indicatori, così da individuarli in maniera più ampia: un’analisi di sensitività potrebbe poi meglio studiare la variazione della risposta del modello assunto.

Il rapporto ecosistema urbano premia le politiche

Nel rapporto si legge che “Il punteggio finale viene assegnato definendo un peso per ciascun indicatore che varia tra 3 e 15 punti, per un totale di 100 punti. La mobilità rappresenta il 30% complessivo dell’indice, seguita da aria e rifiuti (20%), acqua (15%), ambiente urbano (10%) ed energia (5%).” E dalla lettura si nota anche che “Gli indicatori cosiddetti di risposta (che misurano le politiche intraprese dagli enti locali) pesano per oltre la metà del totale (59%), mentre gli indicatori di stato valgono il 20% e gli indicatori di pressione il 21%”.

Sembrerebbe di capire che sono pesate maggiormente (al 59%) le politiche e pertanto se si cambiassero i riferimenti, dando maggiore peso agli indicatori di stato o di pressione, cambierebbero le classifiche.

Lo studio merita poi un approfondimento specifico per alcuni indicatori. Per esempio, riguardo al biossido di azoto, lo stesso fa riferimento alla media dei valori medi annuali registrati dalle centraline urbane, pertanto non sono significativi della qualità dell’aria sull’intera città. Per essere più chiari, nelle città, le centraline sono posizionate in aree critiche e pertanto, comunque, misureranno valori alti (a Bari 31.3, mentre a Lecce si ha un valore medio di 14.5 e a Mantova di 22.3); non si riesce quindi a tenere in conto la qualità media dell’aria nelle città.

Puglia, acqua ko, rifiuti ok

L’esame articolato dei dati disponibili pone in evidenza come per le città pugliesi (ed in particolare Bari e Lecce) vi siano delle aree tematiche particolarmente critiche. Per esempio Bari è critica per Acqua e Rifiuti, nonché per gli aspetti associati al trasporto pubblico; Lecce è critica anche per altri aspetti.

I dati pongono in risalto come il tema acqua (ma anche rifiuti, trasporto pubblico ed ambiente urbano) sia da riportare al centro delle politiche delle città. Ma se per i consumi idrici Lecce batte Mantova, per gli altri indicatori della tematica Acqua è tutta la Puglia (tranne Foggia) che ha valori di dispersione nella rete assai critici (si sa dell’importanza di un intervento sulla stessa rete idrica da anni). La dispersione nella rete misura infatti la differenza percentuale tra acqua immessa e consumata per usi civili, industriali ed agricoli. È noto, daltronde, come la rete idrica pugliese soffra molto di questo problema.

Si è anche deboli, rispetto a Mantova, sulla capacità di depurazione (ovvero sulla percentuale della popolazione residente servita da rete fognaria delle acque reflue urbane): gli indicatori pugliesi sono tutti più bassi rispetto a Mantova (che ha un valore del 100%), anche se di gran lunga maggiori rispetto a Firenze (72%), Pistoia (55%), Catania (27%) o Benevento (22%).

Intervenire subito

raccolta differenziata
La raccolta differenziata presenta, nel rapporto Legambiente ” Ecosistema urbano 2017″ in generale buone performances in Puglia

E se per la produzione di rifiuti pro-capite solo Bari supera Mantova, è la raccolta differenziata (altro annoso problema pugliese) che  – è il caso di dirlo – “fa” la differenza:la differenzia rispetto a Mantova (che è al 79.7%): Bari al 37,2% e Lecce al 37,1% sono i migliori valori pugliesi, senz’altro superiori al 17,6% di Foggia o al 16,4% di Taranto, ma comunque ben lontani dagli alti valori del Nord.

E se per la produzione di rifiuti pro-capite solo Bari supera Mantova, è la raccolta differenziata (altro annoso problema pugliese) che  – è il caso di dirlo – “fa” la differenza: rispetto a Mantova (che è al 79.7%) Bari è al 37,2% e Lecce al 37,1%. Questi sono i migliori valori pugliesi, senz’altro superiori al 17,6% di Foggia o al 16,4% di Taranto; sono comunque ben lontani dagli alti valori del settentrione.

Tali dati vanno confrontati anche con quelli della raccolta porta a porta: se a Bari il 100% della popolazione è servito dalla raccolta domiciliare, a Taranto si raggiunge il 99,8% e a Lecce il 87,7%. A Foggia si è ad un inspiegabile 1,5%. Certamente qualcosa non va nel sistema di gestione dei rifiuti ed anche qui occorre intervenire con la massima urgenza. A meno che i valori del rapporto non siano da rivedere, visto che è difficile pensare che possano essere riferiti ad un ”porta a porta”, come indica il rapporto a pag. 87.

LEGGI ANCHE: Raccolta differenziata, le buone pratiche delle città

Rapporto Ecosistema urbano: la sfida della mobilità sostenibile

Ma è sulla mobilità la vera sfida del futuro sostenibile delle nostre città: solo Bari ha valori di performance superiori a Mantova; mentre per i passeggeri trasportati, le performance sono notevolmente al di sotto a Brindisi, Foggia e Lecce ed in linea con molte città meridionali e di alcune piccole città del Nord. Il vero problema è, però, l’offerta di trasporto pubblico che nel sud è bassa e risulta da incrementare. Sono anche da incrementare le piste ciclabili, il vero punto debole per la mobilità: rispetto ad un valore di 29.11 metri ogni 100 abitanti a Mantova, Lecce ne conta 15,60. Bari e Brindisi sono a 2,09 m, Taranto a 0,00 mentre a Foggia non è presente alcun valore.

E se le isole pedonali e il numero di alberi ridotto sono sempre al di sotto della metà rispetto a Mantova, è incredibilmente deludente l’estensione pro-capite di verde urbano fruibile (a Mantova si è a 50,1 mq/ab, mentre a Bari a 7,8 mq/ab, a Brindisi a 12,4 mq/ab, a Foggia a 8,3  mq/ab, a Lecce a 8,3 mq/ab, per scendere a un risicato di 3,1 a Taranto).

Rinnovabili e rumore

A poco serve che Bari e Lecce recuperino terreno con le energie rinnovabili sugli edifici pubblici, che hanno un peso ridotto: l’indicatore comunque misura l’utilizzazione di risorse,  ma non le effettive utilizzazioni.

E poi, è stranamente assente nel rapporto un indicatore per l’analisi sul rumore che, come richiama anche lo steso Rapporto di Legambiente “compromette il benessere e la qualità della vita e, in dosi eccessive, rappresenta una minaccia sanitaria da tenere in considerazione. Studi condotti a livello comunitario rilevano che i costi sociali … omissis … a causa del rumore, rappresentano circa lo 0,5% del PIL della UE”.

Una lettura politica del rapporto Ecosistema urbano

centralina rumore
Manca nel rapporto Legambiente ” Ecosistema urbano 2017″ un indicatore specifico per l’analisi sul rumore

L’analisi svolta evidenzia che quello di Legambiente è un rapporto importante perché aiuta a riflettere sulle strategie da assumere per il futuro e, forse, invita a suggerire nuovi e specifici indicatori per la valutazione della finanziabilità di progetti con le risorse europee. La ripartizione dei finanziamenti non può essere più a “pioggia”, ovvero “politica” e quindi dettata dal numero di voti “scambiati” con il potere politico, ma deve essere basata su indicatori veri di sostenibilità. E poi va svolto un controllo sui risultati ottenuti, controllo da affidare però a soggetti indipendenti dal solito “voto di scambio”, non scelti né dalle strutture che finanziano né da quelle che utilizzano le risorse pubbliche.

Se fossimo diversi costruiremmo città migliori e più sostenibili e, con l’uso di indicatori ancora più appropriati, le nostre città potrebbero ottenere almeno un posizionamento sullo stesso livello di quelle con maggiori performance ambientali.

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