Economia circolare, le imprese italiane chiedono chiarezza e interventi coordinati

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Nell'UE ogni anno sono 1783 i kg di rifiuti generati pro capite che potrebbero avere una nuova vita (Foto Pixabay)

Seconda edizione  a Bergamo dal 18 al 20 aprile di Waste Management Europe Conference & Exhibition, la manifestazione incentrata su gestione rifiuti, economia circolare, energie rinnovabili e ricerca di soluzioni   per un’economia più sostenibile. Nostra intervista all’on. Patty L’Abbate, vicepresidente della Commissione Ambiente, Territorio e LL.PP. alla Camera, che partecipa ai lavori

 

La gestione dei rifiuti non è un problema locale, né solo nazionale, ma globale. Ora più che mai è chiaro che le soluzioni per azzerare le emissioni di Co2 passano anche per la gestione dei rifiuti, la cui mole va assolutamente ridotta, se è vero che le previsioni parlano di un loro aumento del 75% entro il 2050.

Per l’Europa il problema rifiuti è davvero molto grande e di non facile soluzione. Qualche dato: ogni anno sono 1783 i kg di rifiuti generati pro capite e i siti di discariche sono 500. Attualmente la percentuale di rifiuti  riciclata nell’UE è del 38%, ma entro il 2025 (cioè tra due anni) si punta al 55% di riciclo dei rifiuti urbani e al 65% cdi quelli da imballaggio. Attualmente sono in campo 470 nuovi progetti di gestione dei rifiuti con un investimento di 28 miliardi di euro.   E  sebbene molti paesi riciclino gran parte dei propri rifiuti, molto resta nelle discariche, con un significativo impatto sull’inquinamento. La strada da percorrere è quella dello sprint all’economia circolare, al riciclo dei rifiuti e alla produzione di manufatti ricavati dai nostri scarti.

Una fiera internazionale per parlare di economia circolare

Sono oltre 300 i delegati e relatori che partecipano a Waste Management Europe 2o23

Di tutto questo si parlerà a Bergamo dal 18 al 20 aprile nella II edizione di Waste Management Europe Conference & Exhibition, l’evento europeo che farà il punto sulle politiche di gestioni dei rifiuti e sulle soluzioni più avanzate e meno impattanti per la salute delle persone e del pianeta. Diversi i temi trattati in questa tregiorni ricchissima di eventi: economia circolare, Governance e Policy, trattamento dei rifiuti, innovazioni tecnologiche, macchinari, logistica,  produzione di energia, commercio bilaterale, insomma una panoramica tutta sotto l’ombrello del famoso trittico “Riciclo-Riutilizzo- Recupero” dei rifiuti

200 le aziende espositrici con una presenza stimata di 5mila visitatori, e soprattutto un panel di 300 tra delegati, relatori, top manager delle più grandi imprese internazionali (ENI Rewind, Ikea, Deloitte, solo per citarne alcune), rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali, il che fa di WME un forum globale in cui elaborare insieme una o più strategie per la gestione dei rifiuti, ma anche un luogo di incontro internazionale dove presentare prodotti e servizi, stabilire relazioni, condividere idee.

Tra gli ospiti istituzionali ci sarà anche la vicepresidente della Commissione ambiente, Territorio e LL.PP. alla Camera, on. Patty L’Abbate. Ambient&Ambienti l’ha intervistata.

L’Abbate: “Manca una visione politica e amministrativa che sostenga l’economia circolare”

Onorevole L’abbate, c’è ancora un po’ di spazio per sperare in un Pianeta più pulito di quello attuale?

«Il nesso tra attività umane e cambiamento climatico è cosa ormai assodata, ne prendiamo atto dalle pagine dell’ultimo rapporto IPPC di marzo 2023. La temperatura globale sul pianeta dal 2011 al 2020 ha raggiunto gli 1,1°C oltre la media del periodo 1850-1900, e questo continua a provocare cambiamenti diffusi e rapidi nell’atmosfera, nell’oceano, nella criosfera e nella biosfera, mutazioni che comportano alluvioni, siccità, eventi franosi, rischi per la sicurezza e la salute umana. Il report IPCC evidenzia anche come i benefici economici per la salute delle persone derivanti dal solo miglioramento della qualità dell’aria sarebbero all’incirca uguali, o forse addirittura superiori, ai costi per ridurre o evitare le emissioni di gas effetto serra.

vicepresidente della Commissione ambiente, Territorio e LL.PP. alla Camera
Patty L’Abbate è vicepresidente della Commissione ambiente, Territorio e LL.PP. alla Camera

Eppure c’è chi ancora non crede alla transizione ecologica, alla necessità di abbattere la concertazione del gas effetto serra, fatto di CO2, metano, gas florurati. C’è ancora chi non si prodiga per cambiare il nostro stile di vita e i modelli di consumo e produzione. Dico questo perché nella mia duplice veste di policy maker e professore di economia ecologica, mi rendo conto di come siamo lenti nell’effettuare il cambiamento, nell’attuare politiche ed azioni per contrastare lo spreco di energia e di risorse naturali, nel passare alle fonti rinnovabili per diminuire l’inquinamento e le emissioni di CO2, ad esempio diventando prosumer,  autoproduttori della nostra energia con le  comunità energetiche».

A che punto è l’Italia sulla gestione dei rifiuti?

«Sull’economia circolare siamo stati più decisivi grazie alle imprese italiane del riciclo che hanno riportato lodevoli risultati a livello europeo, ma questo non basta. Il problema, dicono le imprese, non è tanto la formazione o le nuove sfide tecnologiche, ma la  mancanza di una visione politica e amministrativa che manovri le leve della fiscalità e degli incentivi all’innovazione in favore dell’economia circolare».

Quale strategia?

Cosa fare allora?

«Si deve velocizzare l’approvazione delle direttive europee in materia, che realizzino infrastrutture  per gli investimenti e che possano veicolare al mercato un messaggio diverso per la realizzazione di prodotti di più lunga durata e basati su utilizzi condivisi. L’economia circolare è un pilastro fondamentale della green economy, per questo va promossa e arricchita con la ricerca, sostenuta con iniziative di informazione e di formazione, con la ricerca e con la diffusione delle buone pratiche, e monitorata con idonei indicatori di misurazione e valutazione».

E il Governo con i ministeri competenti, cosa dovrebbe fare?

«Occorre implementare una strategia nazionale e un piano d’azione che siano coerenti con la strategia europea e con le più avanzate esperienze internazionali. È necessario un riequilibrio del prelievo fiscale che, da una parte, penalizzi l’inefficienza nel consumo di materiali e di energia e, dall’altra, riduca il costo del lavoro e incentivi l’uso di materie prime seconde, se si vuole favorire lo sviluppo degli investimenti nell’economia circolare».

Ma a parte l’applicazione delle famose 3 R  -Riciclo, Riutilizzo, Recupero-, ci sono altre strade per “fare” economia circolare e al tempo stesso aumentare la redditività delle nostre imprese?

«Certo. Possiamo partire dall’agricoltura. Tutelando e valorizzando il capitale naturale e la fertilità dei suoli, l’Italia deve puntare di più sullo sviluppo di una bioeconomia rigenerativa – parte importante di un’economia circolare – che assicuri prioritariamente la sicurezza alimentare e l’agricoltura di qualità e che alimenti anche le filiere innovative, integrate nei territori, dei biomateriali, nonché la restituzione di sostanza organica ai suoli e la produzione di energie rinnovabili, con coltivazioni in aree marginali, con prelievi sostenibili di biomassa forestale e con l’utilizzo di scarti e rifiuti organici. L’utilizzo dei Green Public Procurement (GPP) dovrà avere un ruolo importante per indirizzare una parte rilevante degli investimenti pubblici verso modelli circolari. A tal fine servono criteri incisivi e vincolanti, applicati agli appalti pubblici».

Infrastrutture, punto dolente

Un limite lamentato da più parti è la mancanza di infrastrutture. Come incide questa carenza sul “pianeta” economia circolare?

«L’elenco di ciò che viene penalizzato dall’inadeguatezza delle infrastrutture è lungo. La progettazione circolare dei prodotti, l’utilizzo di beni condivisi come con la sharing mobility la vendita dei servizi forniti dai prodotti, la simbiosi industriale realizzata con lo scambio dei sottoprodotti, il funzionamento dei mercati del riutilizzo e dell’usato in coordinamento con attività di verifica e di riparazione, lo sviluppo del riciclo e dei mercati delle materie prime seconde: sono tutte attività dell’economia circolare che richiedono adeguate dotazioni di infrastrutture».

Cosa si aspetta allora da una manifestazione come Waste Management Europe Conference che affronterà proprio il tema dell’economia circolare?

“Il problema, per le imprese, è la mancanza di una visione politica e amministrativa che manovri le leve della fiscalità e degli incentivi all’innovazione in favore dell’economia circolare”.

 «In questa fiera si affronta la gestione  dei rifiuti e si pone l’attenzione su come la mancanza di un ciclo di recupero degli stessi rappresenta un enorme spreco di risorse e di energia. Le soluzioni tecnologiche innovative possono invertire la rotta, riciclando e recuperando materiali altrimenti destinati allo smaltimento. Questa è una sfida cruciale per la sostenibilità del pianeta e per la competitività delle imprese. Il tema centrale della fiera sarà dunque quello della gestione dei rifiuti, una leva per favorire la riduzione degli sprechi e la valorizzazione dello stesso come risorsa e per il risparmio energetico».

Un futuro più pulito è possibile?

Torniamo alla domanda di partenza: si può sperare in un futuro più pulito per il Pianeta?

«Ne sono convinta. Passare ad un nuovo modello economico ecologico significa anche tutelare la insicurezza alimentare e idrica, fenomeno strettamente legato al clima, e destinato ad aumentare con l’aumento del riscaldamento globale. Quando poi i rischi si combinano con altri eventi avversi, come pandemie o conflitti, diventano ancora più difficili da gestire, come è stato ampiamente dimostrato negli ultimi anni. Dobbiamo dunque adattarci, cambiare e in questo noi policy maker abbiamo una grande responsabilità. È fondamentale aumentare i finanziamenti agli investimenti per il clima, e lavorare bene sulla tassonomia europea. I governi devono dare chiari segnali agli investitori, gli investimenti devono andare solo nella direzione della transizione ecologica. Non abbiamo un attimo da perdere».

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