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E se l’uomo non avesse abitato la Terra?

Soren - Jens

I due professori dell’Università di Aarhus hanno portato avanti uno studio per valutare la misura in cui gli esseri umani hanno ridisegnato la biodiversità della Terra

Parafrasando – senza fare pubblicità – l’arcinoto slogan di una famosa multinazionale, qualcuno si è mai chiesto “che mondo sarebbe, senza l’essere umano”? A quanto pare, Soren Faurby e Jens-Christian Svenning sì, e hanno provato a dare anche una risposta di carattere scientifico-geografico.

Una ricerca danese e la sua analisi – Direttamente dalla Danimarca e più precisamente dall’Università di Aarhus, i due professori del Dipartimento di Bioscienze hanno portato avanti per alcuni anni uno studio poi sfociato nella pubblicazione dal titolo: “Historic and prehistoric human-driven extinctions have reshaped global mammal diversity patterns”, o più prosaicamente valutare la misura in cui gli esseri umani hanno ridisegnato la biodiversità della Terra, giustificando l’attuale presenza (o assenza) di taluni mammiferi in determinate porzioni del nostro pianeta.

In questo percorso evoluzionistico che inizia dalla preistoria e tenuto conto della “caduta” dei dinosauri per mano diversa, gli studiosi hanno focalizzato l’interrelazione che passa tra l’espansione dell’homo sapiens e il conseguente ritiro di grandi mammiferi e per grandi si classificano quelli di peso superiore ai 45 chilogrammi.

La mappa biogeografica messa in luce è assai diversa da quella dei nostri giorni: premesso che una stima in senso assoluto è impossibile da fare, si crede che le zone maggiormente industrializzate – Europa, Nord-America e non solo – conserverebbero una quantità e varietà di mammiferi ben più elevata dei dati attuali; ad esempio lupi, orsi e alci governerebbero soprattutto la parte settentrionale del Vecchio Continente. E l’America Latina, al pari del Texas, sarebbe suolo abitato prevalentemente da grandi elefanti.

Questi ed altri grossi animali – ad esempio gli ippopotami, i rinoceronti o gli animali che vivono a temperature rigide – al giorno d’oggi si localizzano per lo più nell’Africa nera o sulle montagne: il motivo è molto semplice, sono le zone in cui l’unico vero predatore terrestre (l’uomo) ancora non è arrivato con la sua crudele mano colonizzatrice. Questione di tempo? Forse, al momento i parchi naturali stanno provando a salvaguardare certi mammiferi dallo spettro dell’estinzione.

Conclusioni – Da quelli che sono i responsi di Faurby e Svenning ne conviene che, sì, l’uomo ha deciso in maniera determinante l’andamento della storia evoluzionistica e ambientale dei grandi mammiferi mondiali; come impone la “legge della giungla”, quella del più forte, che si tratti di un’estinzione globale o di una più mite (si fa per dire) estirpazione locale, gli animali si sono dovuti sempre più adattare a quelle modifiche territoriali antropologiche, talvolta fallendo tale iter.

Uscendo dai dati scientifici dei due danesi, si può asserire che la risposta era molto probabilmente nota già prima di questo studio; la riflessione dev’essere fatta su un livello possibilmente più elevato, considerando i danni che i processi di cambiamento generano: e non ci si riferisce esclusivamente a questo “mortale trionfo” nei confronti della grande fauna, bensì anche ai danni arrecati al mondo naturale latu sensu, compreso anche il clima, problematica legata a doppio filo con la biodiversità ambientale.

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