È il cambiamento climatico la causa della frana di Courmayeur

«La causa innegabile è che il clima è cambiato, le temperature si sono innalzate, piove di più e piove diversamente, più intensamente. La concomitanza dei tre fattori e in questo periodo lo scioglimento delle nevi ha causato il movimento della frana, così come lo scorso anno è avvenuto proprio in questo periodo». È lapidaria la dottoressa Stefania Notarpietro, presidente dell’Ordine dei geologi della Valle d’Aosta, nel commentare per Ambient&Ambienti il pericolo della frana che da giorni incombe su Courmayeur.

La frana  di La Saxe (Courmayeur)

Per la cronaca, la frana, di 8,3 milioni di metri cubi, è una frana complessa con porzioni al suo interno che assumono comportamenti diversi. Si muove costantemente ma lentamente, come un ghiacciaio. Quella che si muove in maniera considerevole per la tipologia del fenomeno – 0,8 metri l’ora – è una porzione, più attiva, di 500mila metri cubi ed è quella che minaccia la frazione di La Palud.

«La frana del Mont de La Saxe (la Saxe vuol dire il sasso), già da un paio di anni è quella più monitorata al mondo. È sempre esistita – spiega la dottoressa Notarpietro ad Ambient&Ambienti -, si sapeva che c’era ma non si sapeva quanto grande fosse il volume di materiale coinvolto. Si è sempre pensato a un fenomeno superficiale. Con i cambiamenti climatici, ormai innegabili, si è semplicemente riattivata. Il problema e che sotto c’è un paese».

Lo smottamento di La Saxe è solo una porzione di frana attiva all’interno di una più grande detta paleofrana – cioè una frana a scivolamento molto profondo innescata in tempi geologici, 10 o 20 mila anni fa, quando hanno cominciato a ritirarsi i ghiacciai che premevano contro le pareti delle montagne -, che sta interessando una porzione della Valle d’Aosta tra le più belle. Grande attenzione, quindi a La Palud, frazione più prestigiosa di Courmayeur, in particolare interessata dal fenomeno franoso, dove il valore delle abitazioni si aggira intorno ai 20-30mila euro a metro quadro.   

«Da quando abbiamo cominciato a studiare questa frana – spiega la presidente dei geologi valdostani – abbiamo capito che era una frana molto grande. Ed è talmente grande – ha una superficie di scivolamento di 90 metri di profondità dal piano campagna – che non ci sarebbe opera di prevenzione, di difesa attiva o passiva che potrebbe fermarla».

La frana di La Saxe si muove lentamente ma in maniera costante, come un ghiacciaio

È stata esclusa anche l’ipotesi di utilizzare cariche esplosive per farla venire giù, perché non è possibile prevedere, andando a smuovere una porzione, quali possono essere poi gli eventi a catena che si innescano.

L’aspetto positivo è certamente la costruzione dei un vallo di contenimento o paramassi, i cui lavori dovrebbero iniziare a giorni e della durata di cinque mesi. L’opera, lunga 750metri, è dimensionata per contenere 1milione di metri cubi, quindi un ottavo circa del volume totale della massa della frana ma anche il doppio del volume di quella più attiva, al momento e proteggerebbe la frazione di Courmayeur in caso di collasso improvviso della porzione più critica. Il progetto del vallo è il primo esempio di investimento nella prevenzione. In genere, finora, gli interventi si sono sempre fatti a disastro avvenuto. In questo caso, invece, calcoli alla mano si risparmia anche il 90% di risorse economiche.

Ingresso del traforo del Monte Bianco. La viabilità del traforo è stata fermata per precauzione, in caso di collasso le polveri potrebbero abbassare sensibilmente la visibilità della percorrenza

«Tutti, quindi, si attendono un crollo imminente della parete rocciosa ma, personalmente – afferma la geologa – , credo che proseguirà con scariche differenziate fino ad arrestarsi nuovamente, come l’anno scorso e probabilmente anche negli anni precedenti ma in modo meno evidente, a meno di un evento prolungato di pioggia, peraltro prevista a partire da metà settimana».

Il rischio è che chi abita sotto debba rimanere fuori casa per molto tempo. Evacuare e dislocare un paese intero è veramente difficile. Per la circostanza sono stati anche stanziati numerosi finanziamenti a fondo perduto per la delocalizzazione e, quindi, l’abbattimento di costruzioni private e attività commerciali, da ricostruire in altre località. Ma, «su decine di soggetti che possono accedere a questi fondi, sono arrivate solo tre domande – precisa la dottoressa Notarpietro -. Non è una questione economica ma il senso di essere legati alla propria terra. E in un centro storico, questo senso è ancora più forte».

Il filmato seguente è stato girato da un drone della Protezione civile

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