Disastro ecologico: la “bomba a orologeria” galleggiante che fa tremare lo Yemen (e non solo)

Fso Safer (Green prophet)

Nature l’ha ribattezzata una “bomba a orologeria”. Perché di questo, sostanzialmente, si tratta. Una eco-bomba galleggiante nel Mar Rosso, pronta a esplodere, mettendo in pericolo milioni di persone. E’ una petroliera abbandonata a far tremare lo Yemen (e non solo). Ad alto rischio di rottura, potrebbe causare lo sversamento in acqua di oltre un milione di barili di petrolio.

Torna d’attualità in queste ore, ma la petroliera FSO Safer è stata abbandonata nel 2015. Potrebbe rilasciare una quantità di petrolio quattro volte superiore a quella della Exxon Valdez nel Golfo dell’Alaska nel 1989.

Ma se non bastasse a rendere la gravità dei rischi, ci ha pensato una delle più antiche e importanti riviste scientifiche a quantificarli: il report di Nature stima che tutto il carburante importato dallo Yemen attraverso i suoi principali porti del Mar Rosso verrebbe interrotto e che la fuoriuscita prevista potrebbe interrompere la fornitura di acqua pulita equivalente all’uso quotidiano di oltre milioni di persone, l’approvvigionamento alimentare per almeno 6 milioni di persone e annientare la pesca.

Si stima inoltre un aumento del rischio di ospedalizzazione cardiovascolare da inquinamento che va dal 5,8 al 42% per tutta la durata della fuoriuscita di petrolio.

I prezzi

Un danno all’economia e un pericolo per la sopravvivenza: è probabile, infatti, che i prezzi del carburante aumentino fino all’80% e l’assenza di carburante per le pompe dell’acqua comporterà la privazione dell’acqua corrente per 8 milioni di yemeniti. E ben 2 milioni perderanno l’accesso all’acqua se gli impianti di desalinizzazione nella regione saranno inquinati.

Le zone in pericolo immediato

Il rischio, però, stando agli ultimi report non si limiterà allo Yemen. Il caos ambientale dovrebbe coinvolgere anche Arabia Saudita, Eritrea e Gibuti.

Una bomba ecologica che galleggia da sei anni nel Mar Rosso, a poche miglia dalla costa yemenita, circa 300 chilometri ad Ovest di Sana’a e quasi 400 a Nord dello Stretto di Gibuti. Bloccata in mare aperto per guasti irreparabili, la FSO Safer è stata trasformata in deposito galleggiante e poi abbandonata dal 2015. Lo scafo si va lentamente corrodendo e al momento l’acqua è entrata nella sala macchine attraverso una falla e il sistema antincendio non è operativo.

I ribelli e le trattative

La simulazione della concentrazione di petrolio secondo Nature

L’ulteriore timore – come rivela un reportage del The Guardian, che ha contribuito a riportare l’attenzione sul caso – è che possa esserci una fuoriuscita a causa di una perdita o di un incendio, dovuto a un accumulo di gas volatili a bordo o a un attacco armato. Un elemento da non sottovalutare perché ora la petroliera è controllata dai ribelli Houthi e i recenti colloqui a tre – ribelli, governo dello Yemen riconosciuto dall’ONU e l’ONU – sono miseramente falliti. Al momento a guardia della nave bloccata nel Golfo, è rimasto un equipaggio di sole sette persone. A loro è affidato il compito di disinnescare quotidianamente una bomba ecologica pronta a esplodere e che mette a repentaglio anche le barriere coralline del Mar Rosso.

Il commercio globale

E chi ritiene che sia un problema lontano, soffre di miopia politica e commerciale. Come detto, infatti, la petroliera è a poche centinaia di chilometri dallo stretto di Gibuti, pericolosamente vicino e quindi minacciato dall’eventuale fuoruscita di petrolio., Un tratto vitale per il commercio globale, dato che attraverso questo stretto passa il 10% del commercio marittimo mondiale. “Chiudere” il tratto per la bonifica, costringerebbe a deviare il traffico e le spedizioni subirebbero notevoli ritardi. Ecco che di colpo lo Yemen sembra così vicino a casa nostra. E il rumore della deflagrazione potrebbe sentirsi fin qui.

Ecco, pertanto, l’appello dei ricercatori: questo disastro per la salute pubblica potrebbe essere evitato trovando una soluzione a lungo termine per gestire il petrolio a bordo della Safer, ma va sottolineata la necessità di un’azione urgente da parte della comunità internazionale.

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