Dalla frutta alla plastica… evoluzione del moscerino – VIDEO

Uno studio del Dipartimento di Biotecnologie, Bioscienze e Ambiente dell’Università di Bari ha modificato geneticamente il moscerino della frutta, per poter insegnargli a mangiare la plastica. Un grande risultato per l’ambiente

 

Si può insegnare ad un insetto a mangiare la plastica? Probabilmente la risposta è scontata, ma in realtà non è così. Uno studio del Dipartimento di Biotecnologie, Bioscienze e Ambiente dell’Università di Bari ha praticamente insegnato ad un insetto a mangiare la plastica.

Si tratta della Drosophila melanogaster, il moscerino della frutta. Per far ciò, però, è stato necessario l’utilizzo dell’ingegneria genetica.

Tutto è iniziato rispondendo ad un concorso della Regione Puglia nel 2020. Il gruppo di ricerca ha fatto convogliare tutte le informazioni genetiche attualmente conosciute sul moscerino della frutta, in modo da sviluppare con l’ingegneria genetica un super organismo in grado di degradare il polietilene, meglio conosciuto come PE. A spiegarci il procedimento è il dott. Antonio Palazzo, referente del progetto. «Siamo partiti dalla raccolta di quegli insetti già noti per essere degradatori della plastica, come la Galleria Mellonella, che è un insetto infestante delle arnie e delle api. Abbiamo isolato il gene Demetra, che è quello che si ritiene essere responsabile di questa peculiarità, abbiamo raccolto il microbioma di questo insetto, abbiamo coltivato i batteri di interesse e con delle tecniche di genetica molecolare abbiamo inserito Demetra all’interno del genoma della Drosophila, in maniera tale che questo moscerino possa esprimere questo enzima a livello intestinale».

«La ricerca è a buon punto, mancano soltanto gli esperimenti conclusivi, ovvero quelli che possano accertare effettivamente la degradazione del polietilene. Siamo in una fase embrionale – spiega René Massimiliano Marsano, professore associato di Genetica – la conclusione del progetto potrà avvenire soltanto quando verranno investiti finanziamenti per la ricerca e per l’assunzione di un ricercatore. La commercializzazione poi richiede molte fasi preliminari, ma se riuscissimo a reperire finanziamenti sostanziali e ad ampliare le nostre collaborazioni nazionali e internazionali riusciremmo ad abbreviare questi tempi».

Quindi, se da un lato questa ricerca, come sta dimostrando, può dare un grande aiuto alla lotta contro i rifiuti plastici, dall’altro lato potrebbe rappresentare un pericolo per gli ecosistemi perché sarebbero invasi da innumerevoli organismi geneticamente modificati fuori controllo. «Ovviamente, nella nostra idea progettuale, abbiamo pensato anche a questo – continua il prof Marsano – gli strumenti genetici e tecnologici a disposizione consentono di delimitare i rischi di un’esposizione ambientale degli organismi modificati geneticamente in laboratorio. Su scala industriale, l’organismo finale che produrremo, non sarà liberato nell’ambiente ma sarà utilizzato in ambienti confinati, capannoni per esempio, dove avverrebbe la degradazione della plastica. Ma per evitare che possano comunque liberarsi e proliferare nell’ambiente, abbiamo dei sistemi per bloccare lo sviluppo della stessa Drosophila a livello pupale o rendere sterili gli adulti».

Facciamo un esempio. Se volessimo degradare un’isola di plastica nell’Oceano Pacifico, potremmo utilizzare questi organismi?

«Beh – continua il prof. Marsano – servirebbe un numero di organismi molto alto, ma questo non è un problema perché la Drosophila è in grado di produrre tanta biomassa. Potremmo farlo benissimo. Dovremmo solo cercare di confinare l’operazione con altre tecnologie che magari provengono dal mondo dell’ingegneria».

La dott.ssa Eugenia Pignataro, dottoranda in Bioscienze e Biotecnologia, partecipa a questo progetto tutto barese, collaborando fattivamente con la Danimarca. «Lavoro con un gruppo che non è esclusivamente danese, ma fa parte di una rete europea più ampia, tutta mirata a studiare e approfondire la biodegradazione di tutte le plastiche. Oggi si fa un riciclo meccanico delle plastiche che però è un limite perché ce ne sono di tanti tipi diversi. Se non si riesce a separarle, quel materiale va direttamente in discarica. Con la biodegradazione, con il nostro insetto possiamo, nel nostro caso, solo attaccare il polietilene, che è uno degli imballaggi più utilizzati. Poi si potrebbero utilizzare altri microorganismi ed enzimi per quel tipo di plastica. Al livello internazionale si studiano anche altri tipo di plastica. In Danimarca si sta cercando di isolare e caratterizzare gli enzimi trovati fino ad oggi che sono in grado di attaccare il polietilene e isolare invece delle comunità microbiche che siano in grado di crescere e degradare la plastica. Sul PET esiste già un enzima, che è la peptasi, che viene commercializzata. L’obiettivo è quello di isolare l’enzima, caratterizzarlo, studiarlo ed eventualmente produrlo a livello industriale e commercializzarlo».

Il gruppo di ricerca

Una ricerca, dunque, importantissima per combattere l’inquinamento da plastica. Potrebbe anche diventare una soluzione definitiva per gestire al meglio i rifiuti plastici e bilanciare così la nostra totale dipendenza dalle materie plastiche. Ma, come per tutte le ricerche, servono persone e strumenti. Oltre alle strutture fisiche, come laboratori e strumentazioni, servono ricercatori, preparati e stimolati e di questo se ne occupa l’Università, e fondi, tanti fondi. Ma non fondi a tempo determinato, ma neanche a tempo indeterminato. Servono finanziamenti per portare a termine le ricerche, per testarle, e serve una rete, tra pubblico e privato, tra Università e mondo del lavoro, che possa subito far entrare nel sistema produttivo le ricerche che ottengono risultati.

Questa ricerca, come tante altre molto importanti dell’Università di Bari, rischia di finire nel dimenticatoio se non ci saranno fondi per portarla a termine. È già accaduto più volte. E le professionalità che hanno lavorato per questo, si perderanno, o emigreranno. Sarà l’ennesimo spreco intellettuale ed economico.

E senza la rete pubblico e privato, che può rendere queste ricerche utili e fruibili per tutti, il sistema economico e produttivo non potrà dialogare con la scienza e non potrà evolversi per diventare sostenibile.

C’è vera evoluzione se la tecnologia e la ricerca sono messe a disposizione di tutti, per migliorare il mondo e l’ambiente.

VIDEO: https://youtu.be/Vjm5owWGL6M

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