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Da Bari a Myra sulle orme di San Nicola (2)

MYRA

Grandi navate, affreschi e capitelli: il nostro viaggio comincia in una basilica che porta il nome di Nicola e poggia le sue fondamenta in una terra musulmana. Siamo in pieno mediterraneo, a Myra, in Turchia e 922 anni fa cominciò qui la lunga storia del culto di San Nicola di Bari. In questo luogo i 62 marinai baresi sottrassero le reliquie del Santo e le riportarono a casa, navigando tra Ionio, Egeo e Adriatico, tra correnti impossibili e continui pericoli. A bordo del veliero Ideadue, una goletta di 22 metri, ripercorriamo quella lunga traversata e, tappa dopo tappa, ritroviamo tracce antiche di quella “mirabile impresa”.

Myra

Myra, nell'odierna Turchia

ANDRIAKE

Lo scenario è quello di un film western, con le paludi profonde e le brezze che in un attimo si trasformano in terribili raffiche di vento. E’ da qui che su un barcone siamo arrivati a Myra, la moderna Demre in cui sorge la grande basilica di San Nicola. L’aria del canale sa di zolfo, i canneti e le cascate rendono questo ingresso in città un’emozione fortissima. Siamo nella città che fu testimone di due miracoli celebri di Nicola, quello del grano e la scampata decapitazione di tre innocenti. E qui furono ancorate le barche dei 62 marinai durante il “blitz” nella Basilica di Mira; in tre ore il blitz fu compiuto… e “i Baresi poi pieni di gioia (…) se ne ritornarono alle proprie navi”. (cfr. Niceforo, storico barese)

Sunken city a Kekova

Sunken city a Kekova

KEKOVA

Le tombe licie dell’antichità affiorano dal mare, il castello di Kale Koi, dalla cima dell’isola sembra guardarci. Il profumo della vegetazione selvaggia è fortissimo e, come all’epoca dei marinai, c’è la primavera dei fiori selvatici, dei colori sorprendenti. Navigando verso Kastellorizo, tra fondali bassi e raffiche di meltemi, ripensiamo ai navigatori delle epoche passate, ai tanti viaggi spesso senza ritorno, ai marinai della Bari bizantina che riuscirono a solcare le acque e a cambiare la storia della città e della Puglia, compiendo il viaggio della traslazione.

PATARA

E’ la città natale di Nicola e anche uno dei porti della cosiddetta antica “rotta del grano”. Ma Patara è il porto della Licia continentale in cui potrebbero essersi riparati i marinai con la cassa di reliquie da riportare in Puglia. Oggi il porto è insabbiato e le difficoltà della navigazione continuano. Ecco l’arco romano da attraversare, ecco le rovine dell’anfiteatro… ma anche le raffiche fortissime di vento. Forse anche i marinai, come noi, si ripararono nel porticciolo di Kalkan.

OLU DENIZ E FETHYIE

Il paradiso terrestre può essere ovunque ma in questa parte della costa meridionale turca lo è di più che altrove. La splendida laguna di Olu Deniz, incassata tra le montagne rocciose, lascia senza fiato. Di qui all’isola di San Nicola, che le carte citano come Gemiler Adasi, nel golfo di Fethyie, troviamo una sorpresa ad ogni passo. Le più importanti sono le due chiese dedicate a San Nicola, datate IV-V secolo, testimonianza della fede per due santi diversi, il nostro san Nicola e San Nicola di Sion. E’ affascinante addentrarsi sulle pendici dell’isola e trovare tra i fiori i resti degli absidi, una croce aperta sul golfo, un’enorme facciata bizantina. Duomi in abbandono, ma capaci di raccontare ancora molta storia, anche attraverso resti di mosaici che per caso calpestiamo.

Oludeniz, Turchia

Oludeniz, Turchia

ASTIPALIA e MILOS

Abbiamo ripreso la navigazione dalla Turchia fino ad Astipalia, isola deliziosa a forma di farfalla. Tra gli alberi della nostra barca sventola un’altra bandiera, non più turca, ma greca perché qui siamo nella culla della civiltà ellenica. Approdiamo in piene celebrazioni della Pasqua ortodossa e le nenie, le cerimonie lunghissime e i riti ortodossi aggiungono interesse alla meraviglia delle nostre piccole scoperte. Era questa la misteriosa “Ceresano” in cui si fermarono le caravelle di ritorno dalla Turchia?

A Milos, l’isola da cui proviene la statua della Venere, la bellezza è davvero ovunque e tra le tante barche che portano il nome di Agios Nikolaos, c’è anche una chiesetta di San Nicola. A notte fonda, dopo tante miglia percorse, ci fermiamo a Santorini, in una baia talmente buia da farci vedere una ad una mille stelle. In acqua, c’è la “noctilia”, il placton fluorescente che è la stella brillante del mare.

STEFANU E IERAKA

Eccoci a piedi di un isolotto abitato solo da qualche gabbiano: si chiama Stefanu ed è quello che gli storici nicolaiani segnalano con il nome latino di Bonapolla, altra tappa della missione dei 62 marinai, forse in cerca di un po’ di riposo. Anche Ieraka, una villaggio di 20 abitanti che troviamo parecchie miglia più avanti fu una sosta delle “caracche” e la pace che il luogo ispira è nell’ansa verde e azzurra che ci accoglie, nelle icone e negli altarini dedicati al Santo che ci sono nel piccolo porto.

veduta dal mare del villaggio di Ieraka

MONEMVASIA

I tetti di un paese che sembra un dipinto chiuso nella cornice delle sue mura hanno una lunga storia. Il villaggio bizantino è fortificato da secoli e – camminando tra le mure della parte più alta – si domina il mare, si vedono le cupole delle chiese di ogni epoca sparse tra le case, si scorgono i magnifici e al tempo stesso paurosi precipizi verso la profondità del mare. Quando riprendiamo la navigazione verso Methoni, ci sorprende una terribile burrasca: stiamo doppiando il Capo Matapàn, quello che gli antichi consideravano la porta dell’Oltretomba. Le raffiche di vento a 56 nodi non ci lasciano per ore e ore, rendendo impossibile ogni tentativo di cercare un porto. In balìa delle onde, tra cielo e mare, ci chiediamo quale coraggio abbia armato i marinai di un tempo, che navigavano a remi con qualche povera vela e senza altri strumenti se non la propria volontà, la fede, l’ansia della scoperta.

METHONI E SYVOTA

Approdare a Methoni significa addentrarsi nella sua storia, ancorare tra le mura e il fortilizio, restare impressionati dalla grande e misconosciuta bellezza del suo paesaggio. Qui i 62 marinai si fermarono a comprare il vino e noi, quasi per perpetrare la tradizione, compiamo lo stesso gesto, per giunta scambiando chiacchiere con un oste che subito ci dice il suo nome: «Io, Nicola».

A Syvota, altre tracce nicolaiane destano ricerche e interrogativi. Ci fermiamo in un’altra isola deserta chiamata San Nicola, come tanti luoghi in questa parte della Grecia. E’ questo il luogo che nei documenti della traslazione è citato come Sukea e mai individuato con certezza?

 

SAN GIORGIO E BARI

Il ritorno a casa avviene alla fine di oltre duemila miglia. Ci siamo lasciati alle spalle Zante, Cefalonia, poi Kerkira (Corfù) e Erikoussa. La luna piena ha accompagnato questa parte del nostro viaggio, avvenuto toccando le tappe delle antiche navigazioni, senza attraversare il canale di Corinto, costruito molto tempo dopo l’epoca della traslazione. Anche noi siamo qui molti secoli dopo quell’impresa. E il mare, così uguale e a tratti così diverso da allora, ci ha cullati in un’avventura che le immagini di Vincenzo Catalano possono raccontare.

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