Covid, la depressione è dietro l’angolo. Lo psichiatra Semisa: “E’ crollato il senso di invincibilità di questa estate”

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(Foto Anna Shvets da Pexels)

La seconda ondata della pandemia da Covid sta facendo emergere con maggiore gravità disagi come la depressione. Ma c’è dell’altro. Crescono senso di impotenza e rabbia. Semisa: “Non abbiamo più un nemico comune contro cui combattere, siamo confusi”

Siamo alla seconda ondata, preannunciata già dalla scorsa primavera, della pandemia da COVID. Sembra essere ripiombati nel clima di marzo, con l’aggiunta che le misure prese dal Governo centrale e dai governi regionali spesso si contraddicono tra loro (vedi il caso-scuola in Puglia). Eppure per molti il pericolo sembra non esserci. Come mai questa reazione? Lo abbiamo chiesto al dottor Domenico Semisadirettore del dipartimento di salute mentale ASL Bari e presidente della società italiana di riabilitazione psichiatrica.

L’intervista

Dottor Semisa, cosa è cambiato da marzo a oggi tra prima e seconda fase della pandemia?

«A marzo c’è stato un attacco improvviso da parte del virus che ha gettato tutti nel panico e ha comportato una risposta massiva sulla chiusura totale come reazione al virus. Questa risposta ha avuto due aspetti caratteristici: 1) è stata fondata sul terrore del virus: tutti in maniera molto disciplinata hanno aderito alla richiesta di chiusura; 2) proprio perché la risposta è stata massiva e uniforme, la comunicazione è stata chiara e omogenea, quindi è stata accolta e compresa dalle persone.

«Oggi è diverso. Oggi abbiamo alcuni strumenti in più per affrontare la pandemia, la diffusione del virus è più subdola e massiccia ma non improvvisa; ma quelle conoscenze in più che riteniamo di avere a mio parere talora vengono utilizzate male per cui abbiamo difficoltà a fare delle scelte. Scelte dunque disomogenee e che  vengono contestate perché lasciano le persone sbalordite, interdette e confuse. Io credo che oggi la difficoltà che ha la gente sia dovuta a due elementi fondamentali: il disorientamento e la precarietà. »

Perché ci sentiamo disorientati?

«Il disorientamento è legato all’imprevedibilità del virus e agli sviluppi della pandemia. E’ legato anche a una cattiva e contraddittoria informazione, come ad esempio quella che riguarda la disponibilità dei vaccini: alcuni esperti che dicono che saranno disponibili entro Natale 2020 o gennaio 2021, altri entro la fine del 2021, altri addirittura nel 2022. La discrepanza nasce dal fatto che si sta parlando in modo poco chiaro di due cose diverse, nel senso che il vaccino sarà (speriamo) disponibile tra fine 2020 e inizio 2021, cioè sarà validato e approvato dall’ agenzia internazionale del farmaco. Ma il vaccino deve essere prodotto e distribuito, le quantità non saranno sufficienti per tutti e quindi ci sarà un elenco di priorità, per cui una vaccinazione massiccia di tutta la popolazione mondiale potrà avvenire verso la fine dell’anno prossimo. Aggiungo che se dobbiamo valutare il grado di immunità maturata, ci sono già studi che dicono che durerà pochi mesi, quindi bisognerà fare diversi richiami del vaccino. Se è così si arriverà ad avere contezza della durata di una immunità veramente efficace nel 2022. Quindi le diverse date dipendono dal fatto che si sta parlando di cose diverse: quando il primo vaccino verrà approvato, quando verrà distribuito, quando si avrà contezza dell’immunità. Se non si precisano le informazioni a disposizione, le tante voci e le tante date diffuse dai media provocano inevitabilmente confusione e questo disorientamento incrementa l’ansia, la paura, il senso di

Il dottor. Semisa è stato tra i promotori della campagna nazionale “Insieme per la salute mentale” (nella foto), che ha colorato la città vecchia di Bari con centinaia di ombrelli verdi tra settembre e ottobre 2020

impotenza, che poi genera rabbia. Di qui le rivolte che abbiamo visto giorni fa, indipendentemente dagli agitatori di professione che si sono infiltrati tra i manifestanti.»

Negazionismo: “Un tentativo di riprendere il controllo su noi stessi”

Lei ha parlato anche di “precarietà” come fattore di confusione: in che senso?

«Questo virus sta ingigantendo problematiche che già facevano parte della nostra vita e del cambiamento della società in questi ultimi anni, come la crisi economica, la precarietà del lavoro, l’incertezza per il futuro. Questo fare i conti con un ulteriore cambiamento nell’organizzazione sociale comporta impegno, sofferenza: e il virus sta amplificando questa incertezza e precarietà che noi già coltivavamo dentro noi stessi.»

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Parliamo del negazionismo: perché ha preso più forza in questa seconda fase della pandemia?

«A mio parere, al di là di certe frange estreme che coltivano idee offensive, io credo che il negazionismo sia esploso rispetto ai mesi scorsi perché rappresenta in qualche misura un tentativo velleitario da parte delle persone di recuperare il potere su se stessi. Il sentirsi in balia di fenomeni che non si riesce a controllare intacca in qualche modo la nostra pretesa di invulnerabilità di fronte agli avvenimenti, perché non sappiamo quando finirà, nè sappiamo cosa dobbiamo fare e cosa dobbiamo evitare. Così un tentativo di riprendere il controllo su qualcosa che sfugge al nostro controllo e ci minaccia è proprio il negazionismo.»

Ma come mai, malgrado le ambulanze a sirene spiegate, il bollettino quotidiano sempre più drammatico, le immagini degli ospedali al collasso, la gente non si vuole convincere del pericolo?

«Io credo che sia collegato proprio al fatto che siamo poco capaci di convivere con la nostra vulnerabilità e con il dubbio. Convivere con la vulnerabilità significa accettare di essere vulnerabili, accettare di doverci esporre a dei rischi in ogni scelta che facciamo nella giornata, significa essere accorti a ridurre al minimo i rischi. Noi non siamo spesso in grado di fare questo, per cui ci rifugiamo in eccessi opposti: o siamo terrorizzati, ci chiudiamo in casa, pratichiamo rituali ossessivi come il lavaggio continuo delle mani, prendiamo precauzioni anche eccessive rispetto al nostro stile di vita. Oppure viceversa neghiamo il rischio con cui non sappiamo convivere. Non sappiamo essere equilibrati nell’accettare il rischio e fare scelte mature per ridurlo al minimo e convivere con quel minimo.»

“Aumentata la depressione”

Quindi questo significa anche rifiutare giuste precauzioni?

«Certo. Sento, ad esempio, persone che dicono che non faranno il vaccino antiinfluenzale perché non hanno mai avuto l’influenza, senza capire che quest’anno il vaccino va fatto non per evitare l’influenza ma per incrementare la sicurezza che se mi viene un raffreddore è molto probabile che sia covid.»

Ma questo è colpa del periodo storico che stiamo vivendo?

«E’ colpa di una cultura che coltiva il mito della invulnerabilità, della produzione, del progresso, del consumo, dell’ uomo che non deve chiedere mai. Quanto noi siamo abituati ad accettare le sconfitte, a vivere la frustrazione e a saperla poi superare, a ridimensionarci, a convivere col dolore? Poco. Certo, in qualche misura la negazione della morte è un meccanismo di difesa sano perché ci consente di proiettarci nel futuro, di fare programmi, di dare un senso e una direzione alla nostra vita. Però entro certi limiti: come al solito gli eccessi sono deprecabili, e l’eccesso di questo concetto, determinato da un’ottica produttivistica, è quello che ci porta poi alla velleità di essere invulnerabili.»

C’è stato un aumento di malumore, tristezza, patologie depressive rispetto alla prima fase della pandemia?

covid_gente_foto Alexandre C_Fukugava da Pixabay
“In queste settimane prevale la confusione, perché eravamo reduci da mesi in cui abbiamo coltivato la erronea convinzione che il peggio fosse passato”

«Sì. Proprio con l’inizio dell’estate, quando le persone hanno potuto sentirsi libere anche di esternare i propri sentimenti e comportamenti, sono cominciati i problemi psicopatologici: ansia, depressione, nevrosi post-traumatica. La difficoltà è stata quella di riprendere le misure della propria vita, che era cambiata. E anche adesso le cose sono cambiate: sono cambiati il modo di vedere l’altro e la possibilità di contatti, mentre dobbiamo fare i conti con la limitazione di movimenti e dei contatti con le persone care.»

Torneremo a cantare?

Ma quello che stiamo vivendo in questi giorni avrà un impatto più forte rispetto alla prima ondata?

«Mentre nella fase 1 della prima ondata tra marzo e maggio tutti siamo rimasti bloccati in casa e speravamo solo di cavarcela e la nostra reazione (i canti sul balcone, gli applausi al personale medico, i disegni dei bambini “andrà tutto bene”) era legata all’elaborazione del lutto, nella fase 2 di questa estate la gente ha cominciato a sentirsi più libera ma anche ad avere maggiore consapevolezza di quello che era successo e che stava per succedere. Nella seconda ondata (quella di queste settimane) quello che prevale è la confusione, perché eravamo reduci da mesi in cui abbiamo coltivato la erronea convinzione che il peggio fosse passato, favorita anche dalle vacanze e dalla ripresa dell’economia, ma anche da certe grida di allarme poco documentate. Con la seconda ondata di queste settimane, situazioni come la cattiva informazione, le scarse notizie, l’andamento oscillante di decisioni come l’attribuzione delle fasce di rischio alle regioni, rendono difficile dare una valutazione di quello che sta accadendo. Di qui lo sbandamento, ad esempio, dei commercianti, che sono costretti a chiudere e non sanno se tra due settimane potranno riaprire. Da qui la rabbia, perché l’impotenza genera rabbia.»

Non c’è più la voglia di cantare insieme o di applaudire medici e infermieri?

«No, perché quella situazione era legata a un nemico comune, il virus, contro cui si faceva fronte comune perché tutti eravamo chiusi in casa per il lockdown. Adesso non si è più tutti chiusi in casa, non si fa fronte comune perché c’è chi ha il negozio aperto e chi no, nella stessa regione e di regione in regione. E il nemico è in parte il virus, in parte il governo nazionale, in parte il governo regionale o locale, in parte è il negoziante che può tenere il suo negozio aperto mentre, inspiegabilmente, quello che il suo negozio a fianco deve tenere chiuso.»

Tutti contro tutti?

«Sì. Il pericolo è proprio questo. Tutti contro tutti.»

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