Coste pugliesi: il futuro è dietro l’angolo?

Un momento del workshop organizzato dalla SIGEA - sezione Puglia. In primo piano l'assessore alle OO.PP. della Regione Puglia, Fabiano Amati

Il workshop“Le coste pugliesi: tra prospettive di sviluppo ed esigenze di tutela“, organizzato recentemente a Monopoli (BA) dalla SIGEA Sezione Puglia, ha permesso di mettere a confronto le analisi e gli interventi che accademici, tecnici, funzionari pubblici, amministratori e operatori del settore hanno messo finora a punto per difendere la costa pugliese; caratterizzata da uno sviluppo di circa 995 km,  è sicuramente una risorsa territoriale di grandissimo valore ambientale, economico e sociale, anche per le diverse evoluzioni geomorfologiche e ambientali che la contraddistinguono; da sempre al centro dello sviluppo e benessere dei popoli, quella pugliese (e il sistema-coste in generale) rappresenta l’approdo dei trasferimenti di culture del passato; è una fonte rilevante di alimentazione, favorisce per le condizioni climatiche gli insediamenti stabili delle popolazioni, i trasporti e le attività commerciali. Oggi è però l’economia collegata all’uso turistico delle fasce costiere, con grandi alberghi e grandi strutture di servizio per il tempo libero, a sollecitare l’attenzione e l’attrazione di amministratori, imprenditori e tecnici impegnati a trovare soluzioni tra tutela e valorizzazione delle coste. E queste soluzioni non si trovano tanto facilmente: ogni opera o intervento realizzato sulla linea di costa può innescare meccanismi a distanza di decine di chilometri, perchè i fattori che influiscono le dinamiche della costa sono di tipo locale e globale, naturale e antropico. 

Un tratto di costa di Margherita di Savia (nella parte alta si intravede il rosso della salina): si notano alcuni piccoli interventi perpendicolari alla linea di costa realizzati per arginare alla men peggio l'erosione costiera (foto Antonello Fiore)

Fra danni e pregi – Un sistema complesso come quello delle coste pugliesi, caratterizzate dalla loro estrema varietà, chiede un confronto continuo tra le varie professionalità (ingegneri, architetti, geologi, biologi, naturalisti) che intervengono sugli elementi da tutelare e gli enti preposti alla programmazione, finanziamento, valutazione e validazione degli interventi; e questo confronto c’è stato durante il workshop monopolitano; qui, tra le altre cose, sono stati presentati i principali risultati di studi a scala regionale sulle dinamiche costiere, studi da cui è emerso che spesso gli interventi dell’uomo contribuiscono a danneggiare lo stato delle zone. Un esempio per tutti: la stabilità delle coste alte a falesia, di cui è assolutamente necessario studiare i fattori di rischio per ridurne al minimo il grado di pericolosità con adeguati modelli d’intervento.

La foce del Fortore in una foto del 2008

Che fare? – Il workshop ha messo in chiaro alcuni degli interventi da avviare o potenziare per salvaguardare le nostre coste. Ad esempio, da potenziare è il monitoraggio delle dinamiche meteo-marine dei litorali, utile per rilevare gli effetti di eventi come le mareggiate, controllare la qualità chimico-fisica delle acque, con particolare riferimento alle azioni del moto ondoso e delle correnti lungo costa sulle condizioni morfologiche della costa e dei possibili interventi per caratterizzare e preservare l’ambiente marino dagli effetti di alcuni tipi d’inquinamento costiero. Così come da tenere sotto controllo è l’applicazione del Piano Regionale delle Coste nei singoli Comuni, spesso in ritardo nella redazione dei rispettivi Piani comunali e privi di specifici studi di classificazione e d’interazione geomorfologica dei litorali. I Comuni, in definitiva potrebbero – e dovrebbero – guidare lo sviluppo e la valorizzazione dei litorali, e un utile strumento potrebbe essere la  ridefinizione dei canoni di concessione demaniale, che andrebbero indirizzati ai Comuni con destinazione d’uso, oltre alla specificazione giuridica di Demanio con il superamento delle incongruenze di gestione. Dovrebbero affermarsi una cultura e una coscienza di tutela del territorio, cui il mondo universitario potrebbe dare il suo fondamentale. Ci vorrebbe una maggiore competenza nell’elaborazione dei progetti d’intervento sul Demanio Marittimo e sui porti. E’ necessaria l’integrazione delle competenze e delle figure professionali per arrivare a una cabina di regia del monitoraggio continuo delle coste e del territorio retrostante, superando la parcellizzazione dei saperi e degli interventi di tutela ambientale, così come auspicato dal protocollo di Barcellona. Insomma, ha detto l’assessore regionale alle opere pubbliche Amati, «va recuperato un metodo scientifico per stabilire una connessione dei poteri inerenti alla gestione del territorio e una nuova visione nelle possibili e auspicabili forme di collaborazione».

 

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