Corsa alla terra in Senegal

Una delegazione composta da rappresentanti dei villaggi  del nord-est del Senegal ed Organizzazioni non governative stanno visitando vari Paesi europei, per chiedere la cancellazione di un progetto di accaparramento delle terre che mette a rischio l’esistenza e i mezzi di sostentamento di circa 9mila persone. La Senhuile SA, controllata per il 51 per cento dall’italiana Tampieri Financial Group SpA e al 49 per cento dalla società senegalese a capitale misto Senéthanol, ha affittato ben 20mila ettari della riserva di Ndiael, intorno alla quale  sorgono una quarantina di villaggi abitati da decenni da comunità autoctone. I residenti lamentano impatti molto pesanti sul loro stile di vita causati dal progetto, che impedisce l’accesso ai pascoli, alle fonti idriche e alle altre risorse necessarie per la loro sussistenza, di fatto costringendoli ad abbandonare le loro abitazioni.

Gli esponenti delle comunità locali, insieme a rappresentanti del Conseil Nacional de Concertation et de Coopération des Ruraux, del gruppo ambientalista senegalese ENDA Pronat e di ActionAid Senegal, sono in Europa per sensibilizzare la società civile affinché chieda alla Tampieri di porre fine a un progetto controverso sin dall’inizio. Il progetto era previsto già dal 2011, ma in un’altra località, Fanaye: gli scontri tra sostenitori e oppositori del progetto avevano causato la morte di due persone e il ferimento di diverse altre.

Lunedì 3 marzo, il gruppo di contadini e attivisti senegalesi sarà a Roma, dove dalle 19 alle 22 terrà un incontro pubblico al Cinema Detour, in Via Urbana 107, per raccontare gli impatti del progetto della Tampieri.

Nel frattempo, un nuovo rapporto appena pubblicato dallo statunitense Oakland Institute descrive le numerose criticità legate al progetto, a partire dalla mancanza di un vero processo di consultazione e del consenso da parte delle popolazioni del Ndiael e dalla totale opacità delle operazioni Senhuile. Il documento descrive nel dettaglio gli impatti sulle comunità, che già si stanno verificando dal momento che circa 6mila ettari sono stati già stati coltivati. La compagnia ha realizzato vari canali di irrigazione, recintando la zona e così impedendo l’accesso alle terre destinate al pascolo e alle vie verso le fonti idriche. «Gli abitanti dei villaggi denunciano soprusi e intimidazioni da parte della polizia e delle guardie private al soldo della compagnia», ha dichiarato Jettie Word, autrice del rapporto.

Ardo Sow, portavoce dei villaggi del Ndiael che resistono al progetto, non usa mezzi termini. «La nostra indignazione è enorme. Una prima analisi dei possibili impatti sociali e ambientali è stata condotta solo mesi dopo l’inizio del progetto. Come se non bastasse – ha aggiunto Sow – le mappe usate dai tecnici per il loro studio presentavano solamente sei dei 40 villaggi compresi nell’area e interessati dall’attività di accaparramento delle terre».

Le organizzazioni italiane ActionAid e Re:Common, e con loro Peuple Solidaires, Grain, Oakland Instutute, il Conseil Nacional de Concertation et de Coopération des Ruraux e ENDA Pronat sostengono la protesta delle comunità e, insieme alle reti e associazioni senegalesi e internazionali, rilanciano l’appello urgente alla Tampieri affinché ponga fine al progetto. Per saperne di più e firmare l’appello alla Tampieri: www.actionaid.it/senegal.

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