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Coronavirus, come tenere sotto controllo la paura

Lo psichiatra Semisa: «Mantenere il più possibile la routine, “fare” comunità,  sono alcuni dei modi per affrontare il panico da coronavirus. Attenti al sentirsi invulnerabili». Nostra intervista al direttore del Dipartimento salute mentale ASL Bari”

Come stiamo affrontando dal punto di vista psicologico l’emergenza coronavirus? Perché gli assalti ai supermercati, i flashmob, l’indifferenza ai divieti? E poi, come ne usciremo, una volta che tutto sarà finito? Ambient&Ambienti lo ha chiesto al dott. Domenico Semisa, direttore del Dipartimento di Salute mentale della ASL provinciale di Bari, (la più grande di Puglia) e presidente sella Società Italiana di Riabilitazione Psicosociale.

Perchè non sappiamo come affrontare il pericolo?

Dottor Semisa, ma cosa ci sta succedendo? Da una parte il panico, dall’altra la sfida a quanto ci viene raccomandato, perché, come ha detto qualcuno “Voglio vivere la mia vita”. Siamo fuori di testa?

Il dott. Domenico Semisa, direttore del Dipartimento di salute mentale dell’ASL provinciale Bari

«Anzitutto dobbiamo capire cosa ci sta capitando. L’ansia e la paura sono reazioni fisiologiche normali di fronte al pericolo, sono quelle che ci salvano dal pericolo stesso; se non avessimo paura di una minaccia non ci potremmo difendere da quella minaccia e rischieremmo l’estinzione. Ma quando l’ansia diventa patologica, derivano non reazioni funzionali per sfuggire il pericolo e poterlo affrontare, ma reazioni disfunzionali, cioè che ci mettono nei guai invece di salvarci dal pericolo.»

Cioè non sappiamo come affrontare il pericolo?

«Il primo problema è che questo pericolo non è conosciuto. In Italia abbiamo avuto delle oscillazioni, che io assolvo perché si era agli inizi, tra una sottovalutazione (è poco più di una influenza) e una sopravvalutazione (la nuova peste). A seguito delle sottovalutazioni ci sono state anche delle reazioni comportamentali sbagliate, per esempio tutti noi ci siamo esaltati quando è venuto fuori lo slogan Milano non si ferma, che voleva dire l’Italia non si ferma. Ora invece si è visto che bisogna fermarsi il prima e il più complessivamente possibile. E ancora oggi non sappiamo molto di questa pandemia. Non ne conosciamo la durata, le modalità di contagio, come fare per proteggerci, se c’è una vera immunità, se le terapie che si stanno sperimentando sono quelle giuste, quanto è pericoloso il contagio di ritorno. Non si conosce la cura, non si sono ancora vaccini. Stiamo tutti sperimentando una terribile verità, cioè che il pericolo non è per niente conosciuto e che noi siamo stati colti impreparati ad affrontarlo.»

Si spieghi meglio.

«Proprio perché è un pericolo sconosciuto, il coronavirus ci ha colti impreparati sul piano istituzionale, perché non c’è un piano per affrontare le pandemie né nazionale né europeo. Siamo stati colti di sorpresa sul piano sanitario: lo dimostra la crisi dei posti letto in terapia intensiva e più in generale l’effetto dei tagli alla sanità. Siamo stati colti di sorpresa sul piano sociale e sul piano individuale. Normalmente, di fronte a un pericolo la prima reazione al pericolo è di panico a corto circuito e irrazionale, che  può portarmi anche a fare le cose sbagliate . Poi però dopo pochissimo tempo, recuperiamo la lucidità e facciamo le cose giuste per sottrarci a quel pericolo. E siccome in questa emergenza siamo stati colti di sorpresa a livello individuale, è facile, in queste condizioni, sbagliare i comportamenti.»

“Ci sentiamo invulnerabili, ci vediamo perduti”

Perché allora, pur sapendo che c’è un pericolo continuiamo tranquillamente a fare come se niente fosse?

«Perché ci sentiamo invulnerabili alle grandi calamità. Un po’ come quando sappiamo di un conoscente che ha avuto un tumore o è morto in un incidente stradale. Ci dispiace, ma siamo convinti che quelle cose capitino agli altri e non a noi perché ci riteniamo invulnerabili. Questo spiega perché molte persone, ad esempio, facevano jogging per strada. Quando la paura e il pericolo hanno messo in dubbio l’invulnerabilità, la reazione è stata quella immediata e irrazionale, non meditata, del panico. Ci vediamo perduti e questo spiega le fughe dal Nord verso Sud o gli assalti ai supermercati. Tutte cose pericolosissime perché creano assembramenti, aumentano senza motivo il rischio.»

Come dovremmo comportarci allora?

«Anzitutto partire dalla consapevolezza di essere vulnerabili, quindi di correre dei rischi; quindi accettare la propria vulnerabilità e scegliere, volontariamente, ma altrettanto rigidamente, di mettere in atto dei comportamenti che riducano la vulnerabilità, cioè il rischio di ammalarsi. Quindi, seguire le indicazioni fornite dalle istituzioni. Se noi fossimo consapevoli della nostra vulnerabilità, ci preoccuperemmo di preservarla, di evitare di essere feriti dai pericoli.»

Affrontare la paura con poche mosse

Dottor Semisa, ci può dare dei consigli pratici per affrontare questi giorni?

«A quelle persone che hanno molta paura, che sono confuse e che sono sottoposte a uno stress eccessivo, sanitario o da lavoro, il primo consiglio che darei, per chi se lo può permettere, è quello di crearsi delle pause dal lavoro. Pause che servono per “recuperare”, occupandosi d’altro, pensando ad altro.»

Qualche altro consiglio oltre le pause dal lavoro?

«Fare gruppo, sentirsi comunità, non restare soli. E mi permetto di dire la mia sulla “polemica flashmob” che sono stati bloccati perché è stato considerato offensivo cantare dai balconi quando c’è poco da essere allegri. Io non sono d’accordo. Secondo me sono momenti importantissimi di aggregazione, seppur alla lontana. Cantare non vuol dire essere allegri; è evidente che chi cantava lo faceva con la morte nel cuore e per farsi coraggio, sapendo che qualcun altro provava le stesse sensazioni e aveva bisogno d conforto.

«Un’altra cosa importante da fare per non cedere al panico è mantenere il più possibile le abitudini di routine in casa. Quindi, ad esempio, cercare di pranzare sempre a un certo orario. Questo serve a rammentare a noi stessi le nostre radici: chi siamo, quale era la vita di prima, che certo dovrà cambiare nel futuro, ma che spero non debba cambiare al punto di farci diventare persone diverse. E surrogare i bisogni che non possono essere più soddisfatti con altre attività. Se non riusciamo più a vederci con amici e parenti, proviamo a inventarci qualcosa: canzoni, giochi in comune, momenti di incontro, a distanza certo, ma che possono servire a ridimensionare la nostalgia da lontananza.

«Un ultimo consiglio. Credo che sia utile limitare le informazioni. Stare sempre a sentire il bollettino dei morti o le notizie sul vaccino, non credo che sia positivo. Quindi mantenere anche in questo caso orari prefissati, per avere le informazioni che ci servono per evitare di provocarci con le nostre mani un’angoscia che ci fa stare male.»

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