Coronavirus… qui Pittsburgh

Parlano gli italiani che vivono all’estero. Questa volta la protagonista sono gli USA, Pittsburgh in Pennsylvania

In questa nuova rubrica, intendiamo dar voce agli italiani all’estero, vogliamo provare a sentire ciò che loro sentono e vedono nelle aree in cui vivono, come viene affrontata la pandemia di COVID-19 e come si rapportano all’Italia. Vogliamo capire come può cambiare la vita un’esperienza così radicale e come viene letta nelle altre parti del mondo rimanendo sempre legati in qualche modo alla terra natia.

Quest’oggi, sentiamo una voce che ci giunge dagli Stati Uniti d’America, precisamente da Pittsburgh in Pennsylvania. La città americana, fondata verso la fine del Settecento, conta oltre 300mila abitanti, mentre la sua area metropolitana raggiunge quasi i 2,4 milioni di abitanti. È stata anche considerata il miglior posto in cui vivere negli USA dal David Savageau’s Places Rated Almanac. Gemellata con Taranto e Pizzoferrato, è soprannominata “la città dei ponti”, vista la gran quantità di viadotti che uniscono la città, altrimenti divisa tra i fiumi Allegheny, Monongahela e Ohio.

A raccontarci la sua esperienza, la biologa Daniela Leronni, di 39 anni, pugliese, che vive da 8 anni a Pittsburgh. È ricercatrice all’Università di Pittsburgh.

Come state affrontando tu e le persone a te care l’emergenza COVID-19?

Daniela Leronni ricercatrice Pittsburgh
La biologa dott.ssa Daniela Leronni, ricercatrice all’Università di Pittsburgh (PA)

«Io sto lavorando da casa da un mese, da quando l’Università ha ristretto l’accesso anche al personale che fa ricerca, in rispetto dell’ordinanza “stay-at-home” del Governatore della Pennsylvania del 18 Marzo. Il campus però aveva cominciato a svuotarsi già una settimana prima, quando gli studenti sono stati invitati a non tornare dallo Spring-break (9-13 Marzo) e a seguire le lezioni online. Prima dell’ordinanza del 18 Marzo, però, io avevo già cominciato a cambiare le mie abitudini (niente cinema, concerti, palestra) sull’onda delle notizie che mi arrivavano dalla mia famiglia in Italia. Ho anche invitato i miei colleghi a modificare la loro routine, ma con scarsi risultati. Ora siamo isolati gli uni dagli altri, andiamo a fare la spesa raramente con mascherina e guanti e non sappiamo di preciso quando e come torneremo a lavoro. Lavorare da casa per noi non è un problema (più difficile per famiglie con bambini) e l’arrivo del bel tempo invita a fare lunghe passeggiate, che qui sono consentite».

Qual è la percezione della città in cui vivi?

Pittsburgh
Pittsburgh (Foto: Daniela Leronni)

«La mia percezione è che a Pittsburgh il “social-distancing” sia stato messo in atto in tempo per evitare il peggio. Quando a Philadelphia (l’altra grande città della Pennsylvania insieme a Pittsburgh) i casi di infezione da SARS-Cov2 aumentavano vertiginosamente come nella città di New York, a Pittsburgh erano ancora molto pochi, ma il Governatore ha ordinato il “lock-down” dei maggiori siti di aggregazione, come scuole e università per entrambe le contee in cui si trovano le principali città. Questo ha dato alla città di Pittsburgh un vantaggio considerevole contro la diffusione del virus. Inoltre, Pittsburgh ha anche il grosso vantaggio di essere sede di una fittissima rete ospedaliera, quindi anche per il trattamento dei pazienti la città non ha mai vissuto una situazione d’emergenza. Per quanto riguarda la quotidianità, confesso che è difficile capire quanto sia cambiata per gli altri dopo quattro settimane di lavoro da casa, in cui sono uscita solo due volte per fare la spesa. So che solo gli esercizi ritenuti essenziali sono aperti, come i supermercati che vendono cibo. Questi supermercati aprono un’ora prima la mattina per consentire l’accesso solo alle persone anziane nella prima ora, in modo che le fasce della popolazione più rischio abbiamo meno difficoltà a reperire ciò di cui hanno bisogno. Per alcune settimane nei supermercati scarseggiavano farina, disinfettanti e carta igienica. Ora va meglio, eccetto che per la carta igienica. Non credo che sia stato stabilito un limite al numero di clienti che ha accesso nel supermercato, ma ai supermercati è stato proibito di vendere beni che non siano di prima necessità, come quelli del reparto di elettronica, per diminuire il numero di clienti. So che è attivo un servizio di consegna a domicilio, ma non ne ho usufruito. Nei quartieri residenziali, lontano dalla downtown dove si va per lavorare e dai quartieri dell’università, la vita sembrerebbe scorrere normale, con molta gente che passeggia per strada. Le strade sono ampie e la distanza di sicurezza è rispettata facilmente. Anche i parchi sono aperti per una passeggiata o una corsetta, ma i bagni pubblici dei parchi sono chiusi e tutti gli eventi anche all’aperto sono stati cancellati o rimandati a data da destinarsi».

Come viene vista la situazione italiana?

Pittsburgh
Pittsburgh (Foto: Daniela Leronni)

«Anche se qui a Pittsburgh non viviamo l’emergenza sulla nostra pelle, sappiamo che è seria e vicina, come a New York e Detroit. Finalmente nell’ultimo mese la gravità della pandemia è stata percepita più seriamente anche qui. Quando la situazione è diventata grave in Italia, molti minimizzavano dicendo che l’Italia era stata particolarmente colpita a causa della longevità della sua popolazione. In seguito, quando l’epidemia ha cominciato a diffondersi, e con essa dati e statistiche, è emerso anche qui il quadro disastroso della sanità italiana (in termini di infrastrutture, non di personale medico, ovviamente). Ma in generale c’è grande solidarietà nei confronti dell’Italia, un Paese che ha un posto speciale nel cuore degli americani».

Adesso preferiresti trovarti in Italia o nella città dove attualmente risiedi? Perché?

«Adesso che la pandemia sembra essere nella sua fase discendente in termini di contagi e ci prepariamo a riprendere le nostre abitudini, non mi dispiace essere a Pittsburgh. E anche durante queste quattro settimane di lavoro da casa, non credo di aver sentito il bisogno di lasciare la città in cui vivo e tornare dalla mia famiglia in Italia. Quando l’emergenza è diventata globale, è diventato chiaro che ognuno doveva stare esattamente dov’era e l’ho fatto senza sacrificio. Ricordo però che durante le prime settimane della diffusione del contagio, quando la situazione in Italia è iniziata ad apparire grave mentre qui non lo era ancora, avrei voluto tornare in Italia per essere vicina alla mia famiglia, per vedere davvero come andavano le cose ed essere d’aiuto».

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