Coronavirus e cambiamenti climatici, parla il prof. Silvio Gualdi

C’è una correlazione tra cambiamenti climatici e coronavirus. Il lockdown ha ridotto sensibilmente l’inquinamento atmosferico e in molte zone la natura sta tornando a sbocciare. Col ritorno alla normalità, però, bisognerà prendere decisioni sostenibili

La pandemia provocata dal coronavirus è in qualche modo correlata con i cambiamenti climatici. Sviluppatosi quasi sicuramente in un “wet market”, ha provocato una pandemia che, per la sua rapida diffusione, ha costretto i governi a misure drastiche. Il fermo quasi totale delle attività umane ha cambiato localmente le condizioni climatiche: infatti, immediatamente c’è stata una riduzione drastica dello smog e un gradito ritorno di animali selvatici nelle città, a cui non eravamo più abituati.

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Il prof. Silvio Gualdi: “Non possiamo immaginare di migliorare la qualità del nostro ambiente attraverso una condizione di reclusione o di distanziamento sociale”

Ma come cambierà l’ambiente, il clima e la nostra vita quando si ritornerà alla normalità? Lo abbiamo chiesto al prof. Silvio Gualdi, climatologo, Senior Scientist – Head of Division del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) e Senior Scientist dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV).

L’intervista

Prof. Gualdi, la chiusura obbligata di quasi tutte le attività antropiche in tutti i Paesi del mondo a causa delle misure anti contagio da COVID-19 ha ridotto sensibilmente l’inquinamento. La riduzione quasi totale dei trasporti ha portato un calo drastico dell’inquinamento atmosferico. Con la ripresa, però, l’inquinamento potrebbe ritornare. Cosa abbiamo imparato?

«Da un punto di vista ambientale, abbiamo imparato che la qualità dell’ambiente nel quale viviamo dipende da noi. Se noi riduciamo le emissioni inquinanti migliora la qualità dell’aria. Abbiamo quindi un’evidenza concreta di quello che potevamo prima solo supporre. La riduzione del traffico in certe zone ha dimostrato l’abbattimento di queste polveri. Questa è l’evidenza più diretta. Ma non possiamo immaginare di migliorare la qualità del nostro ambiente attraverso una condizione di reclusione o di distanziamento sociale. Non è la soluzione. Allora, dovremo trovare un modo sostenibile di ridurre le emissioni che non freni lo sviluppo economico».

“Una traiettoria sostenibile, più attenta ai problemi ambientali”

Questa dunque è una problematica che i governi devono affrontare appena termina l’emergenza…

«Certo. Non sono un esperto di politiche economiche, però credo che questa sia un’ottima occasione per ripensare a qual è il nostro modo di interagire con l’ambiente e ridefinire questo modo, tanto più che adesso tutti siamo consapevoli del fatto che la crisi economica che questa situazione sta determinando potrà essere risolta solo attraverso grandi investimenti dei governi. Ma dobbiamo decidere se questi grandi investimenti li vogliamo riversare semplicemente su un tipo di sviluppo economico, che replica esattamente quello che abbiamo avuto fino adesso ed eventualmente riproducendo ancora nel futuro questo stesso tipo di problema, oppure se questi grandi investimenti li vogliamo indirizzare verso un nuovo tipo di sviluppo economico che sia più attendo a come noi interagiamo con l’ambiente. Non siamo obbligati a ripartire come prima, possiamo ripartire meglio di prima, con una traiettoria diversa, più sostenibile, più attenta ai problemi ambientali».

Sappiamo che ora la Natura ci sta chiedendo il conto. I cambiamenti climatici sono evidenti. Ma secondo lei, questo stop può aver avuto qualche effetto sui cambiamenti climatici?

«No, non credo, tantomeno sul lungo periodo. Questo rallentamento è qualcosa che sicuramente sarà visibile quando, tra un po’ di tempo, analizzeremo l’andamento delle emissioni di gas serra. Sono pronto a scommettere che vedremo un piccolo picco verso il basso. Le emissioni legate al trasporto sono una percentuale importante ma non predominante delle emissioni totali delle attività antropiche. Dipenderà tutto dalla ripresa. Se riprendiamo tutto come prima, il clima si accorgerà di questo episodio come semplicemente una perturbazione passeggera nel trend del lungo termine dei cambiamenti climatici. Se cogliamo invece l’occasione per riorganizzare il nostro sviluppo economico, questa occasione potrà significare una svolta. Dipende da noi».

E il buco dell’ozono?

In questi giorni si è parlato del buco dell’ozono al Polo Nord e al Polo Sud, e dello scioglimento dei ghiacciai. Sono eventi correlati tra loro? Potrebbero essere influenzati da questo stop?

«Non credo che si sia alcuna influenza, è semplicemente una concomitanza. Se guardiamo indietro, in passato ci sono stati tanti eventi singoli. Non c’è alcuna evidenza dal punto di vista scientifico, non c’è alcun processo dinamico che possa mettere in relazione tutto quello che sta accadendo nel mondo. Anche se così fosse, ora non abbiamo modo ne di dimostrare una relazione ne di escluderla. Sono però tutti elementi che vanno valutati nel momento in cui avremo tutti i dati a disposizione per capire le relazioni tra gli eventi a cui stiamo assistendo».

Tanti gli incendi registrati negli ultimi mesi in varie parti del mondo. Cosa dobbiamo aspettarci?

«Gli incendi, per quanto grandi, hanno un effetto locale sul clima determinando cambiamenti solo sulle aree colpite per un certo periodo di tempo. Non a scala globale, però. Se però bruciasse la foresta amazzonica nel suo complesso o una grande porzione di essa, avremo un effetto sul clima a livello globale. Se bruciamo un pezzettino su pezzettino, come sta avvenendo, questo effetto integrato si accumula e si vedrà sul scale temporali un po’ più lunghe a livello globale».

Cosa possiamo fare nel nostro piccolo per il clima?

«Tutte le nostre piccole scelte fatte in ambito ambientale, se fatte anche da altri contemporaneamente, avranno a livello globale un effetto importante sul clima. Non dobbiamo aspettarci però che un’azione di un anno, due anni, cinque anni, sia risolutiva. Per avere effetti duraturi, dobbiamo cambiare radicalmente il nostro modo di sfruttare le risorse del pianeta e mantenere questo andamento nel tempo».

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