Cop28, le associazioni umanitarie: stop o sarà catastrofe

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E’ un grido d’allarme a più voci sul cambiamento climatico quello che arriva dalle associazioni umanitarie. Senza scelte responsabili e in controtendenza alle attuali politiche, le ripercussioni saranno pesantissime.

 

Alla Cop28 di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti accordarsi sullo stop all’uso di combustibili fossili, significa fermare una catastrofe umanitaria climatica e una crisi dei diritti umani senza precedenti che minacciano la vita di miliardi di persone.

L’estrazione e l’uso dei combustili fossili e il conseguente accumulo di gas serra nell’atmosfera, in particolare di biossido di carbonio, sono la prima causa del riscaldamento globale che provoca eventi meteorologici estremi come tempeste, siccità e alluvioni in modo sempre più frequente e intenso e conseguentemente perdita di vite umane, danni alle proprietà e alle infrastrutture, ecosistemi e biodiversità cancellati, raccolti persi e scarsità di cibo, competizione per le risorse, conflitti e sfollamenti.

La riflessione di ActionAid, Unhcr, Medici senza frontiere, Amnesty, Unicef, Global Medical and Health Community sui risultati di Cop28 mostra più prospettive sul problema ma un unico obiettivo: tutelare la sopravvivenza.

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ActionAid: agire ora o spingeremo il pianeta sull’orlo del baratro

Si chiama Global Stocktake ed è il principale strumento predisposto dall’Accordo di Parigi, sette anni fa. Letteralmente significa “inventario globale” e serve a fare il punto sullo stadio di avanzamento delle politiche climatiche e a ricalibrare i Piani d’azione nazionali (o NDCs: Nationally Determined Contributions) che ogni 5 anni, gli Stati devono consegnare.

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Teresa Anderson, responsabile globale per la giustizia climatica di ActionAid International: “La scienza ha dimostrato che stiamo vivendo con il tempo contato”.

Se l’unico modo per uscire da questa situazione è eliminare gradualmente i combustibili fossili in modo rapido, equo e per sempre, è contestualmente ora di aumentare le energie rinnovabili per soddisfare il fabbisogno energetico delle persone e contrastare la crisi climatica. “La valutazione del Global Stocktake, a 7 anni da Parigi è semplicemente devastante, non solo insufficiente. Le azioni francamente patetiche intraprese dopo Parigi si stanno già traducendo in inondazioni, siccità, cicloni, ondate di calore, riscaldamento degli oceani e fallimenti catastrofici dei raccolti. Sono in gioco miliardi di vite”.

In riferimento a quanto in discussione a Dubai, ha detto: “La questione ora è cosa il mondo deciderà di fare con questa orribile valutazione. Se non facciamo qualcosa di molto diverso, e molto presto, spingeremo il pianeta sull’orlo del baratro. È chiaro che il mondo ha bisogno della COP28 per concordare l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, con i Paesi più ricchi che intraprendono le azioni più urgenti e forniscono sostegno affinché i Paesi a basso reddito possano superare l’era dei combustibili fossili”.

Sottolineando che la parte finanziaria è particolarmente importante, perché i Paesi in via di sviluppo “sono comprensibilmente esitanti a farsi carico di obiettivi globali che non possono permettersi di realizzare. L’unico modo sensato per uscire dall’impasse è che i Paesi ricchi, come l’Unione Europea, facciano i conti con i loro soldi e propongano obiettivi per l’abbandono dei combustibili fossili e per finanziare le energie rinnovabili, insieme a finanziamenti reali e a scadenze diverse per i Paesi a basso reddito”.

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La vita delle persone deve venire prima di tutto

L’industria dei combustibili fossili con le sue emissioni ha danneggiato la maggior parte delle comunità più povere del mondo, causando perdite e danni, senza riuscire a soddisfare il loro fabbisogno energetico. A conoscere fin troppo bene questa realtà sono le comunità della Nigeria, ricche di petrolio ma povere di energia: l’esplorazione di combustibili fossili nel Delta del Niger le ha portate ad affrontare la distruzione dell’ambiente causata dal gas flaring – la pratica che consiste nel bruciare il gas naturale in eccesso estratto insieme al petrolio – e dall’inquinamento delle acque, mentre il petrolio viene trasportato nei Paesi del Nord globale.

Alice Goldsmith, leader di una comunità del Delta del Niger in Nigeria, è una delle tante persone colpite dal gas flaring e dalle perdite di petrolio della Shell nella comunità di Iwirikan. La sua storia, è stata raccontata nel documentario di ActionAid “S(Hell)”, lanciato in occasione della Cop28. “Queste combustioni di gas sono un’oppressione per questa comunità, che non potrà mai più coltivare nulla. Bisogna fare qualcosa” afferma Alice. Il documentario mostra una comunità lasciata in pezzi dopo che le attività della Shell hanno devastato la comunità di Erhoboro, una terra un tempo nota per la coltivazione di okro, un ortaggio locale molto versatile. Il loro grido sembra cadere nel vuoto. Dai problemi di salute, alla distruzione dei mezzi di sussistenza, all’inquinamento ambientale, le fuoriuscite di petrolio hanno causato enormi distruzioni e inquinato i fiumi privando la comunità della principale fonte di sostentamento: la pesca. L’acqua non è più sicura da bere né in grado di sostenere l’agricoltura. Le famiglie, disperate, stanno disboscando e distruggendo le foreste pur di guadagnarsi da vivere.

Andrew Mamedu, Direttore di ActionAid Nigeria, afferma: “Mentre il mondo, e in particolare le comunità del Sud globale, sono alle prese con gli effetti del riscaldamento globale, attività come il gas flaring non sono più sostenibili. L’esplorazione dei combustibili fossili è la causa principale della crisi climatica. Se vogliamo rimanere al di sotto della soglia di 1,5 gradi Celsius, come dichiarato nell’Accordo di Parigi, dobbiamo vietare l’esplorazione e l’uso dei combustibili fossili. La narrativa secondo cui il gas è un combustibile pulito e può essere utilizzato per la transizione verso le energie rinnovabili è guidata da società avide che mirano solo ai profitti. La vita delle persone deve venire prima di tutto”.

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Unhcr: progressi lenti e insufficienti

Quasi il 60% delle persone costrette alla fuga nel mondo si trova nei Paesi più vulnerabili al cambiamento climatico, come Siria, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Afghanistan e Myanmar.

L’Unhcr, l’Agenzia Onu per i Rifugiati, chiede un’azione immediata e collettiva per affrontare l’impatto senza precedenti del cambiamento climatico e i suoi profondi effetti sulle persone costrette alla fuga e sulle comunità che le ospitano.

Mentre la comunità internazionale si confronta con un consenso scientifico consolidato e con soluzioni riconosciute, i progressi sono insufficienti e troppo lenti. “Le azioni immediate sono cruciali per le popolazioni sfollate”.

“L’emergenza climatica sta colpendo le persone costrette alla fuga tre volte: le strappa dalle loro case, aggrava la loro crisi in esilio e distrugge la loro terra d’origine, impedendone il ritorno”, ha dichiarato l’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, Filippo Grandi. “Questa dura realtà evidenzia il modo in cui l’emergenza climatica esaspera lo sfollamento e la sofferenza umana”.

Coloro che hanno contribuito meno al deterioramento ambientale soffrono di più. In tutto il mondo, gli effetti a catena del cambiamento climatico intensificano le difficoltà vissute dalle comunità sfollate. La convergenza di conflitti e cambiamento climatico ostacola la loro capacità di trovare sicurezza, risorse essenziali e mezzi di sussistenza sostenibili.

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Medici Senza Frontiere: l’emergenza climatica è anche sanitaria

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“Le persone più vulnerabili del mondo stanno pagando con la salute e la propria vita un problema che non hanno creato. È assurdo e tragico che i meno responsabili dell’emergenza climatica siano lasciati a subirne le conseguenze. Questo dimostra che non siamo solo in una crisi climatica, ma anche in una crisi di umanità e solidarietà”. Così Christos Christou, presidente Internazionale di MsF, che con una delegazione ha partecipato a Dubai.

Sul sito dell’associazione si spiega che i “gravi impatti dei cambiamenti climatici sulla salute stanno già colpendo le persone di tutto il mondo e si prevede che aumenteranno nel tempo con il riscaldamento del pianeta. Come MsF lavoriamo in molti dei contesti più vulnerabili dal punto di vista climatico e curiamo i pazienti che subiscono in prima persona gli impatti sanitari dei cambiamenti climatici”.

Se la Conferenza fa il punto sui progressi per raggiungere gli obiettivi climatici ed è evidente che senza limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius, c’è una minaccia esistenziale, Msf fa un elenco delle comunità a rischio: “Nel 2023 abbiamo continuato ad assistere e a rispondere alle conseguenze di tali eventi, tra cui le diffuse inondazioni in Sud Sudan, i devastanti cicloni in Myanmar, Madagascar e Mozambico, il caldo incessante e le estese siccità che hanno portato milioni di persone sull’orlo della fame in tutto il Corno d’Africa. Abbiamo anche risposto a molteplici epidemie di colera concomitanti in diversi paesi e a tassi allarmanti di Dengue nelle Americhe. Il mix letale di malaria e malnutrizione ha tenuto i reparti dei nostri ospedali pediatrici pieni in tutto il Sahel e nel Ciad orientale, dove le persone fuggono dal terribile conflitto in Sudan”.

E’ la fotografia di un disastro annunciato. “Non si tratta di un problema futuro, ma di un problema attuale. Lo vediamo nelle sale d’attesa dei nostri ospedali. E sta accadendo perché la leadership politica globale non ha mantenuto gli impegni di riduzione delle emissioni e le promesse di sostenere i paesi più colpiti” chiosa Christos Christou.

Amnesty: fine al fossile o sarà catastrofe umanitaria

Da decenni l’industria del fossile produce disinformazione sulla crisi climatica. La verità è che i combustibili fossili stanno mettendo in pericolo il nostro futuro, devastando il clima del pianeta e creando una crisi dei diritti umani di dimensioni senza precedenti”, ha detto Candy Ofime, consulente legale di Amnesty International sulla giustizia climatica.

Nel 2020 l’inquinamento dell’aria causato dalla combustione dei fossili ha causato un milione e 200.000 morti. Le comunità che vivono vicino agli impianti fossili sono le più colpite da malattie respiratorie, interruzioni di gravidanza, problemi cardiovascolari e determinate forme di tumore. Le miniere di carbone e il cosiddetto “fracking” producono scorie tossiche che possono contaminare le fonti idriche. Le persone che vivono nelle “zone del sacrificio” sono le più esposte a questi danni e spesso sono sottoposte a forme multiple di discriminazione.

La prospezione, la produzione e il trasporto di combustibili fossili spesso comporta un inquinamento devastante e la degradazione dell’ambiente. Da decenni Amnesty International denuncia le fuoriuscite di petrolio e i conseguenti danni arrecati alle comunità del Delta del fiume Niger, in Nigeria, i cui diritti umani a un adeguato standard di vita, all’acqua pulita, alla salute e a un rimedio effettivo sono violati da Shell e altre compagnie petrolifere.

I popoli nativi subiscono un impatto sproporzionato poiché la maggior parte delle risorse combustili ancora disponibili sono situate nel sottosuolo delle loro terre ancestrali. Le imprese spesso violano i diritti di queste comunità alle informazioni, alla partecipazione pubblica e al consenso libero, preventivo e informato. Un esempio è quello delle miniere di carbone nei territori delle comunità adivasi in India, che vengono raramente consultate prima che le loro terre siano acquistate, l’ecosistema venga decimato e i loro mezzi di sostentamento siano messi in pericolo.

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Unicef: i bambini largamente ignorati nelle decisioni sulla crisi climatica

In occasione del Vertice sui cambiamenti climatici Cop28, Unicef ha chiesto ai leader mondiali di garantire che le decisioni siano consapevolmente in grado di proteggere e investire nell’infanzia. Questo significa:

  • Valorizzare i bambini nella decisione finale di copertura della Cop28 e convocare un dialogo tra esperti su bambini e cambiamenti climatici.
  • Inserire i bambini e l’equità intergenerazionale nel Global Stocktake (GST).
  • Includere i bambini e i servizi essenziali resilienti al clima nella decisione finale sull’Obiettivo globale per l’adattamento (GGA).
  • Garantire che il Fondo per le perdite e i danni e gli accordi di finanziamento rispondano alle esigenze dei bambini, con i diritti dei bambini integrati nella governance del Fondo e nel processo decisionale.

“Avendo constatato la forza del movimento giovanile per il clima, sono certa che informare e coinvolgere un numero ancora maggiore di giovani sulla crisi climatica potrebbe contribuire a dare un impulso al senso collettivo di urgenza di cui il mondo ha disperatamente bisogno”, ha detto la direttrice generale Unicef Catherine Russell.

Unicef chiede alle parti di agire per proteggere la vita, la salute e il benessere dei bambini, anche adattando i servizi sociali essenziali, mettendo ogni bambino in condizione di essere un campione per l’ambiente e rispettando gli accordi internazionali sulla sostenibilità e sul cambiamento climatico, compresa la rapida riduzione delle emissioni.

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Global Medical and Health Community: percorso decisivo per la salute per tutti

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La Global Medical and Health Community, che raccoglie una lunghissima lista di associazioni in tutti i continenti ha inviato una lettera aperta al presidente della Cop 28, il Sultano Al Jaber.

“In questo anno straordinario, con la salute per la prima volta nell’agenda della Cop vi esortiamo a realizzare un reale progresso sul clima: impegnarvi per un’eliminazione accelerata, giusta ed equa dei combustibili fossili e investire in una transizione energetica rinnovabile come percorso decisivo per la salute per tutti”.

Posto che l’Accordo di Parigi ha sancito il “diritto alla salute” come un obbligo fondamentale per l’azione per il clima, tuttavia le comunità, gli operatori sanitari e i sistemi sanitari di tutto il mondo si trovano già ad affrontare gli impatti allarmanti del cambiamento climatico. “Gli eventi meteorologici estremi indotti dai cambiamenti climatici stanno diventando sempre più frequenti e gravi: molti Paesi sono alle prese con le conseguenze sulla salute di caldo estremo, tempeste senza precedenti, inondazioni, insicurezza alimentare e idrica, incendi e sfollamenti. Affinché la Cop28 sia davvero una “Cop sanitaria”, deve affrontare la causa principale della crisi climatica: la continua estrazione e utilizzo di combustibili fossili tra cui carbone, petrolio e gas. Chiediamo  – si legge nella lettera – alla presidenza della COP28 e ai leader di tutti i paesi di impegnarsi per un’eliminazione accelerata, giusta ed equa dei combustibili fossili come percorso decisivo verso la salute per tutti”.

Passando da alcuni punti fermi:

  • l’eliminazione completa e rapida dei combustibili fossili è il modo più significativo per garantire aria, acqua e ambiente puliti, fondamentali per una buona salute.
  • La transizione energetica deve essere giusta ed equa per tutti.
  • Sbloccare i finanziamenti è essenziale per garantire una transizione sana e giusta
  • Gli interessi sui combustibili fossili non trovano posto nei negoziati sul clima.

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