Condomini per persone fragili, nessuno sia escluso

Condominio sociale Triggiano (Ba)

A Triggiano, nel Barese, l’iniziativa del Comune per accogliere e  sostenere donne con difficoltà. Fino a 12 ospiti entro fine anno. Ma anche per i portatori di disagio mentale ci sono dei progetti. Che però non partono

Cos’è una casa? Per molti è il luogo fisico in cui trascorriamo ormai la maggior parte delle nostre giornate da quando c’è la pandemia, tra smart working, studio, didattica a distanza, sport (sì, persino la palestra si è trasferita nei nostri salotti con tanto di attrezzattura improvvisata). Ironia a parte, la parola “casa” spesso evoca anche persone, incontri, luoghi simbolici in cui sentirci al sicuro, in cui crescere e – perchè no – coltivare i nostri sogni.

In quest’ottica è nato a Triggiano, nel Barese, un condominio sociale destinato a donne sole, senza dimora, vittime di tratta o discriminazione e con problemi socio-sanitari. La struttura, inaugurata a inizio settimana, è frutto del protocollo d’intesa tra l’Assessorato al Welfare del Comune di Bari e l’Aps International Fundraiser Association.

Mini appartamenti estesi su 180 metri quadri in cui per il momento potranno essere accolte sei donne. La gestione di questa “casa” dovrà coinvolgere le utenti attraverso turnazioni, come previsto dal patto di convivenza e dal regolamento interno.

“Si amplia il percorso realizzato in questi anni dall’assessorato al Welfare, con la collaborazione della rete del volontariato laico, cattolico e del privato sociale, per rafforzare e ampliare la rete dei servizi e delle azioni per il contrasto alle gravi marginalità adulte – ha commentato l’assessora al Welfare Francesca Bottalico.

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La struttura entrerà a regime entro fine anno

Un’intera équipe a sostegno del progetto: fanno parte il coordinatore, un operatore sociale, un mediatore linguistico, un informatico, un cooperatore internazionale, un comunicatore, un ingegnere della sicurezza, un medico e uno psicologo. L’associazione che gestisce la casa di comunità dovrà operare in rete con i servizi sociali del territorio e con tutti i servizi pubblici e privati attivi per il contrasto alla grave emarginazione adulta, interfacciandosi inoltre con i servizi sanitari.

Come si potrà accedere alla struttura? A valutare caso per caso sarà il servizio sociale professionale o, in casi di emergenze, del Pronto Intervento Sociale: dopo la fase di osservazione e conoscenza della storia personale dell’ospite, gli operatori e il servizio sociale competente elaboreranno dei progetti di intervento individualizzati con l’obiettivo di favorire lo sviluppo dell’autonomia individuale e sociale e, con essa, la possibilità di inserimento o reinserimento lavorativo. Entro la fine dell’anno, dopo alcuni interventi già programmati, la struttura entrerà a regime con una capacità di accoglienza di dodici persone.

“Abitare assistito”, un progetto che vuole decollare

“Sarebbe una soluzione in continuità con i processi riabilitativi che aiutano le persone a risalire dal baratro nel quale le malattie psichiche le hanno precipitate”. Sono le parole di Domenico Semisa, direttore del dipartimento Salute mentale della ASL di Bari. Ora ci siamo spostati nel campo della salute mentale e delle misure da attuare per fare in modo che anche i pazienti con patologie psichiche, o più semplicemente affette da disturbi mentali,  possano sperimentare in autonomia la vita in comune.

“Abitare assistito” o “Abitare supportato” è un’iniziativa che purtroppo in Puglia non è ancora decollata. Per diverse ragioni, difficoltà burocratiche in primis. E poi si ci si è messo anche il covid.

Tuttavia, la giunta regionale pugliese nel 2015 aveva deliberato favorevolmente. Il progetto consiste in soluzioni abitative che accoglierebbero tre o quattro persone che scelgono di vivere insieme e per le quali si metterebbero a punto percorsi personalizzati: dall’individuazione della casa, al pagamento delle utenze, fino al supporto a domicilio grazie a un operatore qualificato, che per qualche ora al giorno offrirebbe loro supporto nelle attività della vita quotidiana.

“Una soluzione alternativa rispetto alle strutture classiche” ha sottolineato il dottor Semisa, poichè “dopo aver seguito i percorsi riabilitativi, queste persone hanno difficoltà a tornare nelle loro case o, peggio ancora, non sanno dove andare. Una buona soluzione sarebbe creare sinergie virtuose con le altre agenzie territoriali, per esempio con il Comune. Con l’assessora Bottalico stavamo immaginando di crearle prima del covid”. 

E alla domanda: “Si potrebbe proporre di utilizzare alcuni beni confiscati alle mafie per ospitare le persone fragili?”, il dottor Semisa ha risposto: “Perchè no?“.

 

 

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