Comunità energetiche: necessità collettiva, esperienza generativa e modello di cittadinanza attiva

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Sostenere lo sviluppo delle Comunità Energetiche è una necessità. Giuseppe Milano: “Le Cer non sono solo una delle realtà più promettenti nella cornice di una transizione ecologica e sociale, ma un imperativo ecologico”

 

Ora gli incentivi per avviare una Comunità energetica si possono richiedere online, sul sito del Gestore dei Servizi Energetici, ma serve un cambio di passo culturale e più “engagement civico” perché si affermino come modelli di cittadinanza attiva.

Le comunità che autoproducono e autoconsumano l’energia, rivendendo il surplus, hanno un potenziale enorme ma non si stanno diffondendo con la spinta auspicabile.

A livello normativo l’Italia agisce in sinergia con le raccomandazioni europee. La direttiva europea Red II del 2018, ha fissato al 2030 una quota obiettivo dell’intera Unione Europea di consumo lordo di energia da Fer (Fonti Energetiche Rinnovabili) pari al 32% e imposto a ciascuno Stato di produrre target nazionali coerenti.

Il richiamo alle “Energy community” è evidente, costituendo al contempo uno stimolo alla produzione di energia rinnovabile e un’opportunità di risparmio per i consumatori.

“La diffusione delle Comunità energetiche è una necessità collettiva – dice Stefano Corsi, coordinatore della commissione Ambiente e Energia dell’Ordine degli Ingegneri di Firenze – ed è un passo molto importante verso la transizione energetica e la decarbonizzazione. Solo forme diffuse di produzione e utilizzo consentiranno al sistema elettrico di raggiungere gli obiettivi ambientali che ci siamo prefissati, e le procedure per rendere tutto questo possibile devono essere semplificate”.

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Cer come esperimenti di generatività sociale e ambientale

Le comunità energetiche esplorate nella loro complessità: dalla struttura e dai ruoli che le caratterizzano, sino ai processi multidisciplinari di progettazione, edificazione e gestione. Per Giuseppe Milano, autore di “Comunità energetiche. Esperimenti di generatività sociale e ambientale” non sono solo una delle realtà più promettenti nella cornice di una transizione ecologica e sociale sempre più necessaria e non prorogabile, ma un imperativo ecologico. Ambient&Ambienti ha sentito la sua opinione.

  • Con le Cer il cittadino può diventare protagonista della transizione energetica, partecipando attivamente agli obiettivi del Green Deal. In che senso sono un “esperimento di generatività sociale e ambientale”?

Secondo le ambizioni dell’Ue e dei suoi programmi Fit for 55 o Green New Deal, il cittadino comune può diventare produttore di energia pulita che autoconsuma, testimoniando quindi il paradigma generativo della democratizzazione dell’energia in cui, da un lato, l’energia diventa un bene comune e non unicamente un bene di consumo e dall’altro lato, il tema della generatività si traduce nell’idea che le politiche attivate nei territori debbano produrre un importante impatto sociale trasformativo che tiene insieme la dimensione sociale con quella ambientale ed economica.

  • Quali sono le principali difficoltà a generare questo “cambio di passo” di cui le Cer sono uno strumento?

Le Comunità Energetiche, intanto, vanno definite come soggetti giuridicamente riconosciuti che possono essere costituiti da comuni, imprese, parrocchie, centri di ricerca, realtà del terzo settore, quindi tutti quegli attori pubblici e privati che abitano e abilitano i nostri territori e che decidono di cooperare per l’esigenza, o la volontà, di produrre e consumare insieme energia da fonti rinnovabili. Questo perché si riconosce nella crisi climatica, una crisi di sistema, non solo democratica ed etica ma anche economica e di sviluppo.

L’idea alla base della comunità energetica, o comunque delle esperienze di autoconsumo diffuso, nasce dal dover migrare tempestivamente ed efficacemente da un modello centralizzato fatto da grandi soggetti e gestito da pochi player a un sistema reticolare, policentrico, articolato e diffuso sul territorio in cui il protagonismo sia in capo a questi soggetti appena citati, nell’idea che si possano tenere insieme sostenibilità sociale, ambientale ed economica ma rimettendo al centro delle visioni di sviluppo, le comunità e le persone che vivono nei territori.

La complessità e la difficoltà di questo modello circolare e innovativo, sta nell’evidente necessità di competenze interdisciplinari, non solo tecniche ma anche psicologiche, giuridiche ed economiche per costituire questi soggetti nuovi e abilitanti del cambiamento. Quindi, da un lato la difficoltà di fare sintesi tra competenze diverse, e dall’altro, le evidenti lentezze amministrative e burocratiche che possono rallentare la costituzione del soggetto giuridico e questo dipende sostanzialmente da come funziona la comunità energetica.

  • Cioè?

Una Cer nasce dall’individuazione e geolocalizzazione della cabina primaria che è l’infrastruttura ad alta tensione che definisce il perimetro all’interno del quale tutte le realtà pubbliche e private possono cooperare per soddisfare i propri fabbisogni energetici. Di fatto le persone, i soggetti, le realtà che vengono aggregate possono fungere sia da semplici consumatori, sia da esclusivi produttori o da cosiddetti “prosumer” ovvero chi è contestualmente produttore e consumatore. Diventa quindi importante sapere chi fa cosa perché all’interno di questo schema efficace e operativo, si possono conseguire gli incentivi statali messi a disposizione attraverso il Gse, il Gestore dei Servizi Energetici, previsti in un arco temporale di 20 anni. Sono tarati su una componente fissa e una variabile ma in ogni caso si parla di risorse economiche importanti che possono essere redistribuite ai soci e agli aderenti alle Cer. E’ quindi facile contrastare tutti quei processi di engagement civico e di facilitazione perché questi modelli di innovazione socio-teritoriale naufraghino sotto il cattivo esempio di altri servizi, quando invece possono trasformarsi in sistemi di gestione del potere territoriale differenti, in modelli emergenti di cittadinanza attiva che possono fungere da soggetti capaci, ad esempio, di contrastare il fenomeno della povertà e della dispersione energetica o del degrado del patrimonio esistente.

  • E quali sono i “primi passi” da fare per avviare una Cer?

Per avviarne una occorre partire da un’analisi di prefattibilità tecnico-economica che individui tutti i consumi delle realtà pubbliche e private coinvolte, dai semplici cittadini alle imprese e ai comuni che aderiscono a questa Cer in modo che, a partire dalla mappatura dei consumi, si possa capire quanti impianti istallare e quali tecnologie prevedere per soddisfare questi fabbisogni ed eventualmente, qualora la superficie a disposizione lo permetta, poter generare anche più energia di quella di cui si ha bisogno per poterla rivendere alla rete nazionale ottenendo da questo surplus energetico un ulteriore inventivo economico. E’ un processo complesso, laborioso che non deve indurre a smarrimento o sfiducia. Al contrario questa fase di avvio deve diventare un motore di propulsione sociale e innovazione trasformativa dei territori.

  • Cosa spiega il suo libro?

Nel libro che ha la postfazione di Stefano Martello ed è di fatto è il primo in Italia alla luce del nuovo quadro normativo nazionale di riferimento, dopo una fotografia dello stato dell’arte internazionale e del contesto da cui trae origine la parabola delle Cer e prima di fare dei focus specifici su povertà energetica e agrivoltaico, con un approccio multidisciplinare, coinvolgendo esperti e con un lingua agevole ai non addetti ai lavori, racconto alcune buone pratiche con lo scopo di orientare e favorire il protagonismo e l’attivismo di tutte quelle realtà che possono costituire comunità energetiche.

  • Ci sono esempi di Cer in Puglia? E quali ricadute sono ipotizzabili?

Nel merito, in Puglia le esperienze non sono ancora numerose ma certamente possono essere citati i tentativi di Biccari sui Monti Dauni, di Santeramo e il lavoro incoraggiante promosso dalla Diocesi di Bari-Bitonto per poi scendere a ulteriori esperienze nel Brindisino e in Salento, fra cui c’è il tentativo avviato da tempo dal Comune di Melpignano dove a partire da un modello di cooperativa di comunità, si sta cercando di costruire modelli innovativi di comunità energetica.

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Ma come si fa una comunità energetica?

“Abbiamo assistito e contribuito alla progressiva crescita del protagonismo dei territori e dei ‘cittadini energetici’ nel mercato elettrico. Si tratta di acquisirne consapevolezza e imparare a esercitare il proprio potere, a rivendicare i propri diritti. La forma definita a livello europeo di Cer -recepita dapprima con il decreto Milleproroghe nel 2020 e poi definitivamente con il decreto legislativo 199/2021- rappresenta una pietra miliare per l’evoluzione del sistema energetico”. Si legge così nella postfazione di Sara Capuzzo, presidente di ènostra, al libro “Come si fa una comunità energetica (per davvero!)” Storie e strumenti utili per le energie rinnovabili”, a cura di Giovanni Bert, Marco Mariano, Giancarlo Meinardi, Gianluca Ruggieri, Ilaria Sesana e Marianna Usuelli.

Realizzato grazie alla collaborazione tra Altreconomia ed ènostra, si concentra sul tema della creazione delle “comunità energetiche”, collettivi di persone e cooperative che producono energia pulita e democratica. Un tema che sta interessando sempre più persone, e gruppi, in tutta Italia.

“Alla storia di ènostra – e prima ancora di Retenergie – che nacque proprio come una comunità energetica ante litteram, segue un viaggio in tutta Italia, attraverso le più importanti esperienze pioneristiche di Cer sviluppatesi negli scorsi anni con la prima stagione di progetti pilota. Ma il libro si dedica anche al concreto presente e al futuro, contenendo utili considerazioni e informazioni operative sulle Cer che sarà possibile costituire d’ora in poi, alla luce della nuova normativa e dei potenziali impatti sociali e ambientali che essa potrà generare” spiegano gli autori.

Se fosse un film, si legge nella presentazione, si potrebbe intitolare “Per qualche chilowatt in più”, invece, si spiega, è una storia vera, di transizione e innovazione nel campo dell’energia, dove i protagonisti sono persone comuni che hanno fatto l’impresa di sognare, produrre e mettere a disposizione di tutti un’energia collettiva, democratica e da fonti rinnovabili.

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Strumento di welfare sociale e strutturale. Il premio di Legambiente

Legambiente, per incentivare le Cer, ha lanciato il Premio Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali (candidature entro il 5 maggio)

Requisito indispensabile per concorrere è che le Comunità Energetiche Rinnovabili e/o le Configurazioni di Autoconsumo Collettivo realizzate o in fase di progettazione, abbiano all’interno del progetto e/o nello Statuto espliciti riferimenti agli aspetti solidali, ovvero quelle caratteristiche che rispetto alle normali Cer possono portare un valore aggiunto alle famiglie e ai territori dove queste si sviluppano o intendono farlo. Per le “Cers” in progetto è obbligatorio avere un soggetto del terzo settore incluso nel progetto in realizzazione.

Le comunità energetiche rinnovabili e solidali – dice Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – non rivestono solo un ruolo fondamentale nel percorso della transizione ecologica e un aiuto sostanziale alla crisi climatica ma rappresentano uno strumento di welfare sociale e strutturale in grado di portare benefici a territori, famiglie, associazioni e piccole e medie imprese. Un nuovo modello energetico innovativo e più democratico in grado di rispondere alle esigenze dei luoghi in cui le Cer solidali si sviluppano”.

Per questo motivo con la prima edizione del premio, una novità assoluta a livello nazionale, “abbiamo deciso di continuare a valorizzare l’aspetto della solidarietà alla base delle Cer. Queste configurazioni possono davvero contribuire a ridisegnare territori e comunità urbane, compresi i Piccoli Comuni, portando benefici e vantaggi che solo i modelli energetici distribuiti e vicini ai bisogni possono dare. Condividere energia a livello locale può essere una grande occasione per il Paese, per innovare il sistema energetico e per renderci tutti e tutte meno dipendenti dalle fonti fossili, contribuendo anche a portare pace nel mondo oltre a strumenti per far uscire le famiglie da condizioni di difficoltà, a partire dalla povertà energetica”.

“Le comunità energetiche sono guidate dai cittadini che contribuiscono alla transizione verso un’energia pulita e promuovono l’efficienza energetica all’interno delle comunità locali. Tutto ciò – dice Christian Hürlimann, ceo di Met Renewables – rappresenta un cambio di paradigma nella produzione e nel consumo responsabile e consapevole di energia. I cittadini che promuovono le comunità energetiche hanno il coraggio di agire in modo indipendente e con la loro conoscenza e dedizione, contribuiscono attivamente al raggiungimento degli obiettivi di sicurezza energetica e climatica”.

“Le comunità locali – evidenzia Giuseppe Rebuzzini, ceo di Met Energia Italia – svolgono un lavoro fondamentale per promuovere l’energia rinnovabile e la sostenibilità ambientale. È solo attraverso la volontà dei cittadini di anteporre l’interesse collettivo a quello individuale che è possibile dar vita alle comunità energetiche rinnovabili, rappresentative di un universo valoriale dove la solidarietà è al primo posto. Investire nelle Cer è il primo passo per raggiungere target di sostenibilità ambientale tangibili, favorisce lo sviluppo sociale ed economico delle comunità cittadine e migliora la vita delle persone che le abitano”.

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