Competitività e innovazione 2.0, Italia ancora divisa in due

L'Italia non spicca nel confronto con altre nazioni a proposito di innovazione e competenze

Il Transatlantic Subnational Innovation Competitiveness Index 2.0 ha catturato le prestazioni di innovazione di 121 regioni in 7 Paesi e 2 continenti. L’Italia mostra dislivelli tra Nord e Sud

 

Pubblicata l’edizione 2023 del Transatlantic Subnational Innovation Competitiveness Index 2.0” (letteralmente “Indice di competitività dell’innovazione subnazionale transatlantica”), uno studio elaborato da vari centri di ricerca, tra cui l’Istituto italiano per la Competitività (I-Com), che analizza il livello di innovazione e competitività di 121 Stati, Province e Regioni di Austria, Germania, Ungheria, Italia, Polonia, Svezia e USA.

Lo studio prende in considerazione 13 indicatori raggruppati in 3 cluster tematici: competenze della forza lavoro, globalizzazione e capacità di innovazione.

Per quanto riguarda il primo ambito tematico, quello della competenza della forza lavoro, vengono presi in considerazione indicatori che misurano il livello di istruzione della forza lavoro, l’incidenza degli stranieri tra i lavoratori della conoscenza, l’occupazione in attività professionali, tecniche e scientifiche e la produttività del settore manifatturiero.

Con riferimento al tema della globalizzazione, invece, gli indicatori analizzati si riferiscono alle esportazioni di prodotti ad alta tecnologia e gli investimenti diretti esteri in entrata, detti anche IDE che hanno luogo quando una società, una società multinazionale o una persona fisica, proveniente da un Paese, investe in attivi di un altro Paese o ne detiene la proprietà nelle sue società.

Grafico degli indici di innovazione e competitività 2023

La capacità innovativa viene misurata attraverso una batteria di indicatori che include, ad esempio, le spese e gli addetti in ricerca e sviluppo, la produzione di brevetti, gli investimenti in capitale di rischio, ecc.

La classifica del Transatlantic Subnational Innovation Competitiveness Index 2.0, vede ai primi tre posti i due Stati americani del Massachusetts, e della California e al terzo posto il Baden-Württemberg tedesco, ma conferma l’ottimo posizionamento dell’Emilia-Romagna al 21mo posto, prima regione italiana davanti a Lombardia (36^), Lazio (42^), Piemonte (44^) e Friuli-Venezia Giulia (47^), mentre la Puglia si posiziona al 116mo posto, prima della Sicilia (117mo) e della Calabria, fanalino di coda italiano al 120mo posto.

Italia con valori a macchia di leopardo

Bene ma non benissimo perché, se è vero che lo studio evidenzia come le regioni italiane con i risultati migliori ottengano punteggi più alti di quelle dell’Ungheria o della Polonia, è anche vero che le regioni magiare e polacche con il posizionamento peggiore hanno punteggi migliori rispetto ai loro pari italiani.

La classifica evidenzia come in Italia resta netta la differenza tra regioni del Nord e del Sud con l’Emilia-Romagna che evidenzia un migliore posizionamento relativo per quanto riguarda la globalizzazione e la capacità di innovazione (21ma posizione in entrambi i cluster), mentre si colloca solo al 48mo posto con riferimento alle competenze della forza lavoro.

La Puglia invece si colloca al 108mo posto nella globalizzazione, 105mo posto per la capacità di innovazione e al 104mo posto nelle competenze della forza lavoro.

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Le regioni italiane mostrano tassi di adozione della banda larga contrastanti. Regioni come il Trentino (88%) e l’Emilia-Romagna (88%) sono in testa, mentre altre come la Sicilia (76%) e la Puglia (77%), pur nelle ultime zone della classifica, mostrano però margini di miglioramento nelle infrastrutture digitali.

La categoria tematica più importante del TASICI 2.0 è la capacità di innovazione, che rappresenta il 56% del peso dell’indice, mentre gli indicatori dell’economia della conoscenza rappresentano il 31% del peso dell’indice e gli indicatori della globalizzazione rappresentano il restante 13%.

Il belpaese fanalino di coda per laureati e immigrati istruiti

I dati sulla capacità innovativa (intesa come banda larga, spesa in R&S, quota di ricercatori, start-up, brevetti, progetti di decarbonizzazione e venture capital) sono quelli che pesano di più (56%) nello score finale sintetico, seguiti dal livello di competenze dalla forza lavoro (quota laureati, livello di istruzione dell’immigrazione, occupati in attività professionali, tecniche e scientifiche e produttività dell’industria manifatturiera) e dai dati sulla globalizzazione, quindi l’apertura dei mercati (interscambio commerciale e investimenti diretti esteri). Tutte voci in cui la divaricazione tra Nord e Sud Italia si conferma con rare eccezioni.

Se si tiene conto della percentuale della popolazione tra i 25 e 64 anni in possesso di un diploma di laurea, l’Italia occupa con Calabria, Sicilia, Puglia, Molise e Sardegna gli ultimi cinque posti del ranking. Di contro, le regioni del Centro e del Nord presentano percentuali più alte di popolazione istruita, di cui Lazio (26%) ed Emilia-Romagna (23%) ai primi posti.

Il quadro è altrettanto sbilanciato sul fronte dell’immigrazione qualificata. In generale, Italia, Ungheria e Polonia presentano un rapporto tra immigrazione qualificata, istruzione e attrattività molto basso rispetto a realtà come Austria, Svezia e Stati Uniti, che invece vantano maggiori risorse umane con alto livello di istruzione, interne e straniere.

Come migliorare il capitale umano? Una strigliata ai nostri politici

L’ultima parte dello studio dà indicazioni e suggerimenti ai Paesi interessati nel confronto. Questi i suggerimenti per il nostro Paese.

Un tema ricorrente, dopo la pandemia, è stato quello del rafforzamento del capitale umano

I ricercatori di I-Com sottolineano ricette note per sbrogliare i nodi in cui si è ingarbugliato il tessuto economico italiano, a partire dal rafforzamento del capitale umano. “Poiché la transizione digitale e ambientale sta trasformando radicalmente la maggior parte delle economie avanzate del mondo, favorendo la transizione verso una forza lavoro altamente qualificata e flessibile, un obiettivo cruciale per l’Italia nei prossimi anni potrebbe essere quello di rafforzare il capitale umano”, è scritto nel rapporto., “I politici dovrebbero utilizzare politiche coerenti per mirare al miglioramento delle competenze e alla riqualificazione dell’attuale forza lavoro”.

“L’Italia ha bisogno di titoli di studio più specializzati in tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) per soddisfare le specifiche richieste del mercato, soprattutto da parte di grandi aziende o imprese digitalizzate” continua il rapporto. “Un utilizzo completo e mirato dei finanziamenti dell’Unione Europea (UE) è della massima importanza a questo riguardo, in quanto forniscono finanziamenti per borse di studio e dottorati di ricerca”.

E rincara la dose a proposito della fuga dei cervelli: “In passato, e anche recentemente, si è spesso osservata una sovra qualificazione, con un conseguente squilibrio tra domanda e offerta che ha portato molti giovani qualificati a lasciare l’Italia per trovare opportunità di lavoro in altri Paesi. A tal fine sarebbero utili politiche ad hoc per alimentare flussi di lavoratori qualificati verso settori industriali con maggiore specializzazione e migliori prospettive di crescita, nonché per promuovere le università italiane a livello internazionale per attrarre studenti eccellenti dall’estero, e successivamente integrarli nel sistema nazionale. mercato del lavoro”.

Basterebbe solamente partire da queste considerazioni per ripensare il “Sistema Italia” in chiave più moderna e attrattiva soprattutto per le giovani generazioni.

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