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Clima che cambia, frane in aumento?

Un tema che appassiona. Se n’è parlato a Bari presso la sede di Scienze della Terra dell’Università degli Studi in tandem con l’Istituto di Ricerca della Protezione Idrogeologica (IRPI) del CNR, I’AEG e con la collaborazione dell’AIGA: le Giornate di Studio “Impatto delle modificazioni climatiche su rischi e risorse naturali. Strategie e criteri d’intervento per l’adattamento e la mitigazione” hanno posto l’attenzione sulla conoscenza delle modificazioni climatiche in atto e delle relative tendenze che costituiscono senza dubbio uno strumento fondamentale per discutere la ricorrenza dei fenomeni catastrofici idrogeologici (piene e frane principalmente). Ma anche di altre problematiche proprie della stabilità del territorio. Ci illustra la situazione il professor Maurizio Polemio del CNR.

Maurizio Polemio

Inquadrando il tema in generale, allo stato attuale cosa bisogna temere di più?
Le modificazioni climatiche a scala globale si manifestano in modo diverso da luogo a luogo. Se focalizziamo l’attenzione sugli effetti della porzione del ciclo idrologico che si compie sulle terre emerse e sugli effetti di queste modificazioni sulla stabilità del territorio e la disponibilità di risorse idriche, si deve temere sia il verificarsi di precipitazioni di breve durata più elevate e frequenti sia l’innalzamento delle temperature ad alta quota (fenomeni che entrambi possono determinare gravi condizioni di rischio per instabilità del territorio), sia la maggiore ricorrenza e gravità delle siccità, con rischi rilevanti per tutte le attività umane. Dove si teme o si osserva questo secondo tipo di effetto, in genere non solo si osserva un calo tendenziale della piovosità di lunga durata, ma si osserva anche il contributo negativo delle crescenti temperature. Si deve però anche sottolineare, se vogliamo essere brevi sì, ma corretti, che le modificazioni climatiche possono indurre anche effetti positivi o non negativi sui rischi considerati. 

In Puglia quale è la reale situazione?

Le attività di ricerca su questa tema, svolte dall’IRPI (l’Istituto di ricerca del CNR che si occupa di rischio idrogeologico e per il quale opero), come da tutta la comunità scientifica internazionale, sono in pieno sviluppo. Ciò premesso, per quanto attiene alla Puglia è dimostrato una marcata tendenza al calo dell’aliquota delle piogge destinata alla ricarica delle falde idriche sotterranee. Ciò riduce la disponibilità di acque sotterranee di pregio, la principale risorsa idrica regionale. Gli effetti in termini di ricorrenza di fenomeni franosi e alluvionali non sono ancora del tutto acclarati o certi. I risultati disponibili sembrano indicare uno scarso e non peggiorativo effetto delle condizioni climatiche, nonostante sia stata segnalata una crescente ricorrenza di piene e frane. In altre parole, sia si tratti di acque sotterranee sia si tratti di rischio idrogeologico propriamente detto, a breve termine sono più temibili le scelte dissennate dell’uomo nella conduzione del territorio e nella gestione delle risorse.

Dissesto idrogeologico verificatosi in località San Procopio - Barletta nel 2010

Da questo studio credo sia inevitabile poi la progettazione di specifici interventi. Quali i più incisivi ed imminenti da applicare?

Per la difesa dalle frane come dalle piene il più incisivo “intervento” è da sempre conoscere il territorio e utilizzarlo in funzione delle sue peculiarità idrogeologiche. E’ un percorso, questo, che non richiede risorse ingenti ma che si attua con una gestione attenta delle modificazioni dell’uso del territorio. In questi anni molto è stato fatto ma il percorso è ancora impervio. Per la tutela delle risorse idriche, sotterranee in particolare, se vogliamo riferirci al caso della Puglia, non si è ancora giunti al cuore del problema: la disponibilità di acque sotterranee di pregio non è solo una questione di bilancio tra ricarica naturale ed entità dei prelievi, comunque tuttora eccessivi in larghe porzioni della regione, ma di come e dove si preleva in funzione dell’intrusione marina: e questo è un fenomeno naturale che è però in grado di compromettere la qualità della risorsa. Non sono più procrastinabili sia scelte gestionali improntate a criteri scientifico-tecnici innovativi e coraggiosi sia una forte volontà del decisore per applicare tali scelte.

L’evento organizzato ha comportato sicuramente degli approfondimenti in alcune sezioni. Può segnalare quelle che hanno stimolato maggiori discussioni?

Gli spunti di discussione sono stati numerosi, sia metodologici sia fenomenologici. Circa i secondi, di maggiore interesse per i non addetti, sono stati discussi gli effetti a scala di bacino idrografico del Po, per il quale vorrei ricordare alcuni esempi. Si segnalano maggiori precipitazioni piovose in inverno, a scapito delle quelle nevose, con complessi effetti non solo in termini di rischi alluvionali ma anche socio-economici per le porzioni montane del territorio, e minori d’ estate, in particolare nelle porzioni di pianura, con inevitabili effetti sulle attività agricole. Il rischio di desertificazione, fenomeno alquanto complesso, minaccia vasti territori come nel caso del bacino idrografico del Tusciano, metà del quale è risultato a rischio in funzione delle modificazioni climatiche in atto. Infine molto interessante è stato il dibattito sul come adattare le pratiche coltive ed irrigue alla tendenzialmente minore disponibilità e qualità di acqua.

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