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Cina vs Europa: è scoppiata la guerra del fotovoltaico

Il tetto di una villa ricoperto di pannelli solari

Nonostante la crisi che in questi ultimi anni sta attanagliando il mercato, quello dell’energia solare è uno dei pochi non in rosso dal punto di vista degli investimenti e del fatturato. Un dato che ha sollecitato le attenzioni di Paesi leader dell’economia mondiale, che hanno puntato, quindi, sulla green energy. Soprattutto in una visione futura, scatenando, però una vera e propria guerra del fotovoltaico. Come la Cina, accusata di dumping dai Paesi occidentali. Pechino, cioè, avrebbe assicurato un sostegno economico ai produttori nazionali di pannelli, perché possano vendere a un prezzo inferiore rispetto a quello del mercato di esportazione, in violazione delle norme sulla concorrenza stabilite dal Wto (World Trade Organization – Organizzazione mondiale del commercio).

Gli Stati Uniti hanno reagito introducendo pesanti dazi contro l’importazione di pannelli dalla Cina; un indirizzo che anche l’industria fotovoltaica europea si apprestava a seguire, chiedendo a Bruxelles di adottare misure simili nei confronti dei produttori asiatici e del “Dragone” in particolare. L’Italia, dal canto suo, come misura per limitare l’importazione di prodotti cinesi, confermata anche nel recente V conto energia, ha adottato quella dei bonus per l’installazione di celle e moduli di fabbricazione europea.  Purtroppo, però, l’incentivo è stato spesso riconosciuto anche a pannelli fabbricati in Cina e poi assemblati o etichettai con un nuovo marchio nella UE.

Ma è di sabato 27 luglio scorso la notizia che il Commissario al Commercio della UE De Gucht ha dichiarato di aver raggiunto un accordo amichevole, in alternativa alle misure antidumping, con le aziende cinesi produttrici di moduli, celle e wafer fotovoltaici – circa una novantina, pari al 60% degli esportatori – a proposito della loro esportazione nel mercato europeo.

Alessandro Cremonesi

Lapidario il commento di Alessandro Cremonesi, presidente del Comitato IFI, Industrie Fotovoltaiche Italiane, secondo cui «da oggi, ogni Paese “forte” che intenderà operare commercialmente con l’Europa saprà che c’è un’Europa negozialmente più debole, che accetterà anche compromessi in aperta violazione delle proprie norme, principi, regolamenti».

Per il Comitato IFI, associazione che riunisce circa il 90% dei produttori nazionali di celle e moduli fotovoltaici, su numerosi punti andrebbe chiarito il ruolo della Commissione Europea, nell’accettare una negoziazione alternativa al provvedimento di dazi provvisori emesso dalla stessa Commissione lo scorso 5 giugno. Soluzione, quella della negoziazione, dovuta, secondo l’IFI, più a pressioni politiche di alcuni Paesi, tra i quali la Germania, interessati più a mettere a posto la propria posizione di bilancia commerciale nei confronti della Cina, piuttosto che difendere un principio sacrosanto del diritto, internazionale e comunitario.

«Non conosciamo ancora i termini dell’accordo – aggiunge Cremonesi – che la UE andrà a siglare, tuttavia riteniamo come  perentorie, nella sua esecuzione, alcune delle affermazioni di De Gucht all’interno del proprio comunicato stampa».

È del 5 agosto 2011 un’operazione della Guardia di Finanza di Taranto che ha intercettato trentanove container di pannelli fotovoltaici, provenienti dalla Cina, destinati a un impianto in corso di realizzazione sui tetti di un complesso industriale dell’Italia centrale. I militari hanno accertato che la società importatrice, con sede a Milano, ha dichiarato alla dogana di essere la diretta realizzatrice/installatrice dei pannelli solari dell’impianto fotovoltaico, al fine di beneficiare, indebitamente, di un’aliquota IVA agevolata del 10% anziché del 20%.

La prima, dice Cremonesi, «il prezzo minimo di importazione deve rimuovere il pregiudizio derivante dal dumping. Non si conosce l’importo del prezzo fissato, ma è chiaro che lo stesso non possa essere molto dissimile da quello già individuato dalla Commissione nel proprio regolamento esecutivo, che ha imposto dazi tra il 47% e il 67%. A questo va sommato, inoltre, un ulteriore importo che sarà dedotto dalle evidenze sulla parallela indagine anti – sovvenzioni illegali, in procinto di essere conclusa, nelle sue procedure preliminari. Non tenendo conto di questi due elementi sommati uno all’altro, nessun livello di pregiudizio può essere rimosso, per il presente e per il futuro».

La seconda, prosegue il presidente dell’IFI, è che «l’UE deve mantenere un controllo sull’accordo; negli ultimi mesi abbiamo raccolto evidenze delle più svariate pratiche elusive del dazio da parte dei cinesi, dalla contraffazione dei documenti di trasporto, alla possibilità di applicare prezzi inferiori (pagano dazio in percentuale inferiore) cui far seguire fatture al cliente per somministrazione di servizi diversi, possibilità di emettere note di credito al cliente che andrebbero ad abbassare il prezzo minimo imposto dalla Commissione».

Secondo Cremonesi il raggiungimento dell’accordo non è di per sé né un fatto positivo, né negativo. «Deve conseguire un solo unico obiettivo: rimuovere il pregiudizio e il danno provocato dal dumping Cinese. Ma deve anche rimuovere le cause che lo hanno generato, quali i sussidi illegali alle imprese produttrici. Ci risulta – conclude Cremonesi – che la Commissione abbia rilevato almeno una trentina di elementi che costituiscono sussidi illegali alle imprese cinesi».

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